Federica Rapa aprile 2007

 

Master Online in Mental Training e psicologia dello sport

 

Tesina conclusiva

 

LA MOTIVAZIONE ALLO SPORT

Le sfide educative che la società attuale ci presenta sono sempre più complesse e multidimensionali mentre gli strumenti classici per affrontare le problematiche sono spesso obsoleti e inadeguati.

Lavorando con i bambini è facile trovarsi a dover fronteggiare situazioni in cui, nonostante i loro pochi anni di vita, presentino già ben insediata la convinzione e la pretesa dell’avere "tutto e subito", dello "scavalcare" gli altri, se necessario per primeggiare e del non rispetto delle regole. Spesso sono bambini che vivono situazioni di disagio a livello familiare, disagio inteso però non solo in senso economico, ma soprattutto socioeducativo e affettivo.

Proprio in questi casi vedo la fondamentale importanza dello sport; probabilmente una regola scolastica viene difficilmente accettata da un bambino che regole non ha mai avuto, però se motivato e coinvolto nell’attività sportiva, sicuramente inizierà ad accettare prima inconsapevolmente e poi consapevolmente anche le "regole del gioco". Lo sport inizierà ad essere quindi "scuola di vita".

Anche l’impegno e la costanza necessari all’allenamento sportivo possono essere importanti: educano il ragazzo al non ottenere sempre gratificazioni immediate, ma al saper attendere, al valutare i propri reali bisogni e quindi a scegliere la via corretta da seguire. A questo punto una vittoria è davvero molto gratificante ma, anche in caso di insuccesso, grazie alla consapevolezza di avere altre opportunità di allenamento con modalità o obiettivi diversi, si possono trarre insegnamenti fondamentali senza che la sconfitta venga vissuta come tragedia.

Proprio per questi motivi ritengo fondamentale la pratica dello sport per tutti i bambini e ragazzi.

A questo proposito mi ha particolarmente interessato l’aspetto della motivazione (intesa nelle sue due dimensioni: intensità e direzione) in quanto ritengo che sia l’aspetto fondamentale che deve essere preso in considerazione da tutte le persone coinvolte nell’educazione del ragazzo: famiglia, allenatore, scuola...affinché la pratica sportiva risulti naturale e quindi vero elemento favorevole allo sviluppo della persona.

  1. LA MOTIVAZIONE

Già negli anni ’80 in un articolo sullo stato dell’arte della ricerca in psicologia dello sport (Gould, 1982) venivano individuati gli argomenti su cui era necessario orientare le future ricerche, tra questi emersi uno dei più importanti fu proprio la "motivazione allo sport".

Capire perché i ragazzi fanno sport, quali sono i bisogni che li portano a fare questa scelta è fondamentale anche per capire il perché poi spesso abbandonano l’attività sportiva, cosa viene meno per cui non sentono più il bisogno di essere coinvolti in questa attività.

Spesso gli allenatori si chiedono il perché degli abbandoni sportivi e sicuramente le motivazioni dei ragazzi sono le più svariate, ritengo però che prima di tutto sia importante chiedersi che cosa li motiva nelle attività sportive, una volta consapevoli di questi aspetti poi si può lavorare anche sulla "mortalità sportiva".

Alderman e Wood (1976) furono tra i primi a studiare i motivi per cui i giovani scelgono l’attività sportiva. Le loro ricerche si basano sul modello di Birch e Veroff (1966) nel quale vengono indicati i sette motivi/incentivi principali che dirigono gli essere umani nei loro comportamenti:

  1. Affiliazione: possibilità di stabilire rapporti con le altre persone, di gestire le amicizie e di essere riconosciuti in un gruppo,
  2. Potere: possibilità di dirigere e influenzare gli altri,
  3. indipendenza: possibilità di fare le proprie scelte in autonomia,
  4. stress: possibilità di svolgere attività eccitanti,
  5. eccellenza: possibilità di acquisire abilità sportiva per propri interessi o per primeggiare sugli altri,
  6. successo: possibilità di rinforzi esterni quali riconoscimento degli altri, prestigio,
  7. aggressività: possibilità di dominare gli altri.

Da queste ricerche, che hanno interessato circa 3000 ragazzi dagli 11 ai 18 anni, è emerso che ai primi posti nella scelta di attività sportive c’è il bisogno di affiliazione (fare amicizia), di eccellenza e stress indipendentemente dall’età, dal genere e dallo sport praticato. Un dato importante ripreso poi nelle valutazioni successive è proprio l’omogeneità nelle motivazioni intrinseche dei ragazzi.

Un passo avanti e risultati un po’ diversi si hanno con lo studio condotto da Gill, Gross e Huddleston (1983) che ha permesso di formulare ricerche omogenee fra loro confrontabili, in quanto basati sullo stesso modello e sulla somministrazione dello stesso questionario.

La ricerca si è posta due obiettivi principali: studiare un modello di questionario utilizzabile anche nelle successive ricerche e indagare sulla motivazione alla pratica sportiva. La versione definitiva del questionario è stata somministrata, durante un campo estivo, a 720 ragazzi e 418 ragazze tra gli 8 e i 18 anni praticanti differenti sport a differenti livelli.

La principale ragione emersa, sia nei ragazzi che nelle ragazze, per cui fanno sport è quella di migliorare le proprie abilità sportive. Successivamente da un’analisi approfondita è emerso che le ragazze fanno sport per (in ordine di importanza) divertirsi, imparare nuove abilità,gareggiare, essere in una squadra e trarre piacere dalle sfide, mentre i ragazzi per il piacere delle sfide, divertirsi, gareggiare e imparare nuove abilità.

Gli autori hanno poi analizzato le singole ragioni al fine di creare otto categorie generali sulla motivazione allo sport:

  1. riuscita/status: migliorare status e popolarità;
  2. squadra: desiderio di essere parte di una squadra;
  3. forma fisica: esercizio e buona forma;
  4. spendere energia: scaricare le tensioni, muoversi e uscire;
  5. rinforzi estrinseci: delle persone significative;
  6. sviluppo e miglioramento delle abilità sportive: allenare il proprio fisico;
  7. amicizia: avere amici e stare in compagnia;
  8. divertimento: desiderio di eccitamento.

Anche nelle ricerche successive viene confermata per tutte le fasce d’età la motivazione allo sport per essere fisicamente in forma e attivi e per migliorare le proprie abilità.

Un altro approccio importante è quello che distingue tra Motivazioni Primarie e Motivazioni Secondarie già presenti nella prima infanzia. Tra le prime ricordiamo la motivazione al Gioco, la motivazione agonistica, l’agonismo e l’aggressività, l’agonismo sport e personalità. Invece le motivazioni secondarie sono quelle determinate da fattori di personalità, storia ed educazione della persona: i fattori biologici, psicologici, socio-culturali, compensativi e psicopatologici.

 

  1. LA MOTIVAZIONE ALLA RIUSCITA
  2. Di notevole importanza nello sviluppo delle ricerche in psicologia dello sport è l’approccio ipotetico-deduttivo negli studi di Murray, McClelland e Atkinson.

    Secondo questi autori la motivazione varia, a seconda delle caratteristiche individuali di ogni atleta, tra la motivazione alla riuscita e motivazione ad evitare l’insuccesso. La prima è derivata dall’interazione tra:

    1) forza dell’orientamento individuale al successo;

    2) la probabilità percepita di avere successo;

    3) valore incentivante del successo.

    Mentre la motivazione ad evitare l’insuccesso è determinata da:

    1) forza dell’orientamento individuale ad evitare o ritardare l’entrata in compiti di riuscita;

    2) probabilità percepita di insuccesso;

    3) significato attribuito all’insuccesso.

    Tutti questi stati motivazionali interagiscono poi con gli stimoli ambientali favorendo stati emotivi.

    Alderman (1974), considerando questi due aspetti della motivazione, studia l’interazione che intercorre tra essi per valutare gli effetti sulla prestazione. Il risultato più importante da lui ottenuto si può sintetizzare dicendo che: atleti con elevata tendenza al successo e scarsa paura dell’insuccesso raggiungono un livello di abilità in gara notevolmente maggiore rispetto agli atleti con bassa tendenza al successo e alta paura dell’insuccesso.

    Successivamente altri studiosi hanno analizzato, oltre alle caratteristiche individuali che condizionano la motivazione, anche quelle situazionali, ossia tutti quei fattori esterni che possono intervenire. Il concetto di riuscita viene così esteso dal solo raggiungimento della vittoria ad uno più ampio in cui rientrano anche uno sviluppo massimo delle prestazioni personali.

    Nicholls (1992) nei suoi studi in ambito scolastico considera la motivazione alla riuscita determinata da due tipi di obiettivi: uno orientato al compito e l’altro orientato al sé.

    Riprendendo questi studi anche in ambito sportivo Duda e Nicholls (1992) arrivano a dimostrare che l’orientamento al compito si ha quando l’atleta vuole misurare la propria competenza confrontandosi con se stesso, ricercandone poi la padronanza e il superamento del limite di questa.

    L’orientamento al sé invece è determinato dall’esigenza del confronto con gli altri per mostrare il proprio livello di abilità.

    In quest’ottica quindi si può comprendere come sia le caratteristiche individuali che le influenze ambientali siano fondamentali per determinare la motivazione, inoltre a seconda del tipo di orientamento, al compito o al sé, si possono delineare dei profili psicologici degli atleti caratteristici.

    Infatti si può vedere come le persone orientate al compito siano persone molto costanti nell’impegno, che non ricercano la sfida a tutti i costi, che sono motivate intrinsecamente e quindi anche dopo un insuccesso riescono a trarre un feedback positivo. Le persone orientate al sé invece hanno bisogno di una continua conferma delle proprie abilità, ricercando quindi le sfide e impegnandosi in attività dove già hanno buoni risultati senza cercare di superarsi, in modo da non doversi confrontare con una sconfitta.

    Le ricerche successive di questi studiosi vanno ad indagare la relazione tra questo approccio basato sugli obiettivi e la motivazione intrinseca.

    A questo punto occorre fare accenno alla distinzione fra motivazione intrinseca ed estrinseca che verrà ripresa nel prossimo paragrafo. Per motivazione intrinseca si intende quella spinta interiore che porta a svolgere un’attività per il piacere che ne scaturisce dal semplice farlo, ad esempio è presente in quegli atleti che traggono soddisfazione dalla prestazione per il fatto di aver dato il massimo. Per motivazione estrinseca invece si intende la spinta che proviene dall’esterno, come, ad esempio nello sport, sono le conferme che si possono trarre dal giudizio altrui, che serve da stimolo per andare avanti.

    Nelle loro ricerche Duda e Nicholls (1992) hanno trovato una positiva relazione tra l’orientamento al compito e la motivazione intrinseca, in questo caso lo sport viene percepito come divertente, interessante, rilassante. Nella stesso tempo viene individuata una relazione negativa tra l’orientamento al sé e la stessa motivazione intrinseca.

     

  3. LA MOTIVAZIONE ALLA COMPETENZA
  4. Un importante studio di Harter (1978; 1985) è stato condotto con l’obiettivo di studiare l’influenza delle valutazioni individuali del proprio livello di competenza sulla prestazione. A differenza dei modelli precedenti quello di Harter (1978) è particolarmente importante in quanto prende in analisi non solo il successo nella prestazione ma anche l’insuccesso.

    Ritenendo che la motivazione alla competenza è uno dei principali elementi che determinano la condotta umana, come risulta esemplificativo nella Fig.1, il modello di Harter (1978) pone in risalto la relazione positiva tra la motivazione di competenza e il successo, infatti con l’aumentare della prima aumenta anche il secondo; mentre evidenzia anche come l’aumento della percezione di competenza sia inversamente proporzionale con l’insuccesso, più è presente la prima più diminuisce il secondo.

    Viceversa un aumento di successo determina anche un rinforzo della stima di sé e della percezione di controllo interno e quindi del piacere intrinseco nello svolgimento del compito.

    Harter (1978) ha preso poi in esame tre diversi livelli di successo (elevato,medio e basso) e tre tipi diversi di rinforzo verbale (incoraggiamento, svalutazione e assenza di rinforzo) analizzando gli effetti semplici di questi e combinati con la valutazione del bambino, la prestazione e le aspettative.

    I risultati mostrano come i bambini più piccoli siano dipendenti dall’approvazione sociale e come questa condizioni completamente il loro giudizio indipendentemente dalla prestazione.

    I bambini più grandi invece formulano i propri giudizi personali in base ai loro effettivi successi e utilizzano il feedback sociale per valutare gli insuccessi.

    Harter ritiene che i bambini imparano ad utilizzare sistemi critici di valutazione se fin dai primi anni della loro infanzia ricevono rinforzi positivi dagli adulti di riferimento utili a stimolarli a proseguire nel loro tentativo di diventare competenti nelle proprie attività.

     

     

    Fig.1 modello di Harter (1978) relativo alla competenza

     

    Questi studi sono stati confermati da ricerche successive dove vengono analizzati i feedback forniti dagli allenatori sugli atleti (Weiss e Chaumenton, 1992). Da queste analisi sono emersi principalmente due risultati: il primo è che i ragazzi prediligono i rinforzi positivi e i suggerimenti da parte degli allenatori e il secondo che questo tipo di rinforzo favorisce la percezione di competenza.

    Anche qui però si nota una differenza a seconda dell’età del bambino, infatti solo dopo i 10 anni questa relazione è presente, dimostrando che l’interiorizzazione e l’utilizzo dei criteri di giudizio avverrebbe dopo un determinato stadio di sviluppo cognitivo.

     

     

  5. MOTIVAZIONE INTRINSECA ED ESTRINSECA

Come si è gia precedentemente detto le motivazioni intrinseche sono quelle che producono soddisfazione già nello stesso svolgimento dell’azione grazie alla consapevolezza di dare il massimo e sono alimentate dai rinforzi positivi che il soggetto fornisce a se stesso, favoriscono quindi il miglioramento e il successo inoltre l’atleta è molto esigenti con se stesso.

Le motivazioni estrinseche invece sono quelle che conducono all’azione nella ricerca di un soddisfacimento esterno, derivato ad esempio dal buon giudizio altrui o da una vittoria, quasi cercando una conferma del proprio valore. Proprio per questo motivo gli atleti con motivazioni estrinseche ricercano le sfide per essere gratificati, però quelle sfide in cui sanno di poter vincere perché superiori dell’avversario.

La teoria della valutazione cognitiva evidenzia alcuni principi:

Riprendendo poi la teoria di Nicholls (1992) si può vedere come l’orientamento al compito favorisce la motivazione intrinseca, mentre l’orientamento al sé favorisce la motivazione estrinseca. Questo avviene perché, essendo un soggetto orientato al compito e quindi al confronto con se stesso e con la propria competenza, non necessariamente ricerca la vittoria vivendo l’attività sportiva come divertimento per se stesso e come fonte di soddisfazione influenzando la motivazione intrinseca.

Un soggetto orientato al sé, invece, ha bisogno del risultato importante, della vittoria come conferma di se stesso e quindi cerca motivazioni estrinseche per le proprie attività.

 

  1. LA TEORIA DELL’ATTRIBUZIONE

La teoria dell’attribuzione è nata dal desiderio di capire il senso, in termini di relazioni causali, che veniva dato agli eventi dalle persone. Heider (1958) fu il primo a dare avvio a questi studi partendo da tre principi generali:

  1. per capire il comportamento delle persone è necessario capire il senso che danno al loro ambiente sociale;
  2. le persone ricercano un ambiente sociale stabile in cui possano arrivare a saper prevedere gli avvenimenti;
  3. per capire gli individui è necessario considerare le caratteristiche individuali, mentre i loro comportamenti derivano da due principali fattori: quelli propri della persona e quelli dell’ambiente circostante.

Per quanto riguarda la psicologia dello sport questa teoria è stata ripresa da Weiner (1972) che ha individuato quattro fattori causali del comportamento di successo: la capacità, lo sforzo, la difficoltà del compito e la fortuna, analizzati secondo il Locus di causalità Interno/esterno a sua volta distinto in Stabile/Instabile (vedi Fig.2).

La capacità e lo sforzo sono cause interne alla persona, mentre la difficoltà del compito e la fortuna sono variabili esterne. A loro volta però possono essere distinte in stabili come la capacità e la difficoltà del compito e instabili come lo sforzo e la fortuna. È però presente anche la dimensione di controllabilità: l’impegno, sia esso della persona o degli altri è una variabile controllabile.

Un esempio per capire questa teoria: un atleta con un locus di causalità esterno, riterrà che la sua ipotetica vittoria sia dovuta alla fortuna della situazione o alla facilità della partita, viceversa però alle stesse cause può essere imputabile una sconfitta.

 

LOCUS DI CAUSALITA’

INTERNO ESTERNO

STABILE

INSTABILE

STABILE

INSTABILE

IMPEGNO STABILE

IMPEGNO INSTABILE

IMPEGNO STABILE DEGLI ALTRI

IMPEGNO INSTABILE DEGLI ALTRI

CAPACITA’

UMORE

FACILITA’ DEL COMPITO

FORTUNA

 

CONTROLLABILE

CONTROLLABILITA’

 

INCONTROLLABILE

Fig.2 Modello dei processi attributivi di Weiner (1979)

Generalmente però, per un istinto conservativo, le persone tendono maggiormente a trovare un locus di causalità interno, stabile e controllabile per le vittorie mentre per le sconfitte il locus diventa esterno, instabile e incontrollabile.

Una delle possibili cause dell’abbandono sportivo può essere, con questa chiave di lettura, un’attribuzione causale sbagliata o troppo sbilanciata degli avvenimenti.

Con la teoria dell’attribuzione però non si possono tralasciare le emozioni che possono essere principalmente di due tipi: quelle dipendenti dal risultato e quelle dipendenti dall’attribuzione.

Le prime sono più superficiali, mentre le seconde, più complesse, dipendono dal tipo di attribuzione. Le emozioni correlate all’autostima (es.orgoglio) sono correlate al locus interno di controllo, la speranza è in relazione alla stabilità, le emozioni sociali autodirette (es. senso di colpa) o eterodirette (es. pena) sono correlate alla controllabilità.

Di interessante considerazione è il modello proposto da Vallerand (1987) il quale distingue le valutazioni Intuitive-Riflessive. Le prime sono le valutazioni automatiche e immediate, che possono corrispondere alle emozioni dipendenti dal risultato o da risultati precedenti (Weiner, 1986), mentre le riflessive sono determinate da un maggior impegno mentale e dai processi attributivi. Inoltre lo studioso afferma che: la valutazione intuitiva è un precursore delle emozioni individuali nelle situazioni di successo e insuccesso, la valutazione intuitiva è più importante del risultato nel determinare l’emozione manifestata e infine anche la valutazione riflessiva è correlata alle emozioni, ma in misura minore rispetto a quella intuitiva.

 

CONCLUSIONI

Questa panoramica degli studi sulla motivazione allo sport vuole essere un approfondimento di un argomento trattato nel Master che da sempre ha richiamato la mia attenzione nel tentativo di comprendere e di studiare un sano approccio di lavoro con i bambini e con i ragazzi.

Sicuramente molti altri aspetti devono essere considerati e valutati essendo la pratica sportiva un’attività che coinvolge tutta la persona e non solo, anche le dinamiche e i rapporti che si vengono a creare con allenatore, squadra, società sportiva, famiglie, scuole ma anche gli stessi valori delle persone.

Questa la posso considerare per me una sfida: se con quanto appreso da queste lezioni e con il continuo aggiornamento potrò realizzare questo sogno professionale.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Alderman,R.B. (1974), Psychological behaviour in Sport, Philadelphia, Pa., Saunders Co.

  • Alderman, R.B. e Wood, N.L. (1976), An analysis of Incentive Motivation in Young Canadian Athletes, in Canadian Journal of Psychology, 39, pp. 169-176.

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  • Weiner, B. (1979), A Theory of Motivation from some Classroom Experience, in Journal of Educational Psychology, 71, pp.3-25.

  • Weiss, M.R. e Chaumenton, N. (1992), Motivational Orientation in Sport, in T.H. Horn (a cura di), Advances in Sport Psychology, Champai.

  • Master on line in Mental Training e psicologia dello sport, Capitolo 1’.

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