Sport e prestazione ottimale: l’atleta in stato di flow

di Rosangela Soncini

L’atleta lo vive come un momento esaltante. Ne parla con la passione nella voce, la vivacità nello sguardo e una mimica che tradisce un lieve stato di eccitamento; ma soprattutto ne parla con una minuzia di particolari indicativa di un ricordo vivido anche a distanza di anni e di una intenzione caparbia di far comprendere agli altri ciò che di così "strano" e unico si è provato.

Ma che cos’è? E’ il flow o, più comunemente, il momento magico o stato di grazia che vive lo sportivo quando, in occasione di una competizione ad alta difficoltà, sente che "tutto va per il verso giusto", trovandosi dunque in quella che la lettura in psicologia dello sport considera la miglior condizione predisponente la peak performance (prestazione superiore allo standard individuale).

Dal punto di vista scientifico, gli studi sul flow, anche detto <<esperienza ottimale individuale>>, iniziarono negli anni ’70 con il ricercatore americano Mihaly Csikszentmihalyi; questi lo definì come lo <<stato in cui si è così immersi in ciò che si sta facendo, che tutto il resto sembra non avere importanza. L’esperienza in sé è talmente piacevole da indurre le persone a ripeterla anche a costo di grandi sacrifici>> (1975).

Si tratta, in altri termini, di una condizione in cui tutta l’energia dell’atleta "scorre" verso il raggiungimento dell’obiettivo e l’attenzione resta esclusivamente focalizzata sul compito (senza alcun ascolto per gli stimoli interni fisici ed emotivi). Un grave errore, quindi, correremmo se la confondessimo con una sorta di esperienza estatica, in cui cioè l’individuo si trova passivamente in balia delle proprie emozioni e sensazioni. Al contrario, il soggetto si mantiene attivo e il suo stato risulta di consapevolezza (di essere un tutt’uno con il compito), controllo e impegno, in un mix di componenti psicologiche positive e in una situazione di completo equilibrio tra sfida e abilità percepita ma … al massimo livello: <<è difficile ma ce la posso fare>>, sembrerebbe dire tra sé e sé l’atleta, e numerosi sono gli studi che hanno individuato nell’impegno in compiti con difficoltà molto elevata ma dove altrettanto elevata è la percezione della capacità a farvi fronte, la situazione predisponente l’insorgenza del flow in un atleta.

Ma quali, dunque, nella precisione, le caratteristiche che definiscono una tale esperienza ottimale individuale?

Jackson e Marsh (1996), grazie un consistente lavoro con un vasto campione di sportivi di alto livello, arrivarono alla conclusione secondo la quale le caratteristiche descrittive del flow sarebbero nove, e precisamente:

  1. equilibrio tra sfida e abilità: è la condizione fondamentale (come accennato sopra)
  2. unione tra azione e coscienza: il soggetto è un tutt’uno con l’azione che andrà a svolgere
  3. mete chiare: gli obiettivi sono ben identificabili
  4. feedback immediato: il risultato dell’azione è di facile lettura
  5. concentrazione sul compito: il focus dell’attenzione è adeguato ed esclusivo per il compito, dunque efficace
  6. paradosso del controllo: vi è nel soggetto la percezione della possibilità – capacità di massimo controllo sulla situazione, controllo che tuttavia non necessariamente viene attuato. <<Volendo posso cambiare le cose ma non per forza lo faccio>> sembra essere il ragionamento sottostante
  7. perdita di consapevolezza: la persona non ha attività autoriflessiva. Ragiona ma non ha coscienza di ragionare perché agisce
  8. destrutturazione del tempo: vi è nel soggetto un alterazione della percezione del tempo che trascorre
  9. esperienza autotelica: si tratta di un’esperienza estremamente gratificante in se stessa, anche se sarà soltanto al termine dello stato di flow (e in un periodo di tempo più o meno distante dalla conclusione della sfida) che l’atleta riuscirà a vivere una soddisfazione intensissima, al punto che si utilizza l’espressione "drogato di vittoria" o di successo, e al punto da indurlo a ricercare di nuovo questo stato, anche a costo di grandi sacrifici.

E’ sulla base di tali approfondimenti conoscitivi che viene, dunque, naturale formulare una considerazione: se è vero, come conferma la letteratura in merito e come è facilmente comprensibile data la soggettività del fenomeno, che l’esperienza ottimale individuale non si può pianificare, né attivamente provocare, è pur vero che psicologi sportivi e allenatori possono lavorare insieme sulla predisposizione al flow, cioè sulla creazione di quelle condizioni oggettive, reali, situazionali che possono condurre l’atleta a sperimentare questo stato. In una parola, occorre lavorare sulle "caratteristiche della sfida o compito" che, riprendendo lo studio di Jackson e Marsh, sono rappresentate dalle voci "equilibrio tra sfida e difficoltà", "mete chiare" e "feedback immediato" (punti 1, 3, 4). Tutto il resto, le altre voci, verrebbero da sé, rappresentando la conseguenza e il "precipitato cognitivo", di tali condizioni di partenza.

Insomma. Atleti: preoccupatevi di allenarvi seriamente, entrare in forma e "sentirvi davvero bene". Confrontatevi in competizioni con un alto grado di difficoltà, che vi costringeranno, quindi, a dare il massimo e a convogliare tutte le vostre risorse attentive su quell’impresa, e individuate l’obiettivo che potreste ottenere in tali sfide (e che non necessariamente deve coincidere con la vittoria ma può essere arrivare in finale, far registrare un buon tempo cronometrico o, più semplicemente, non ritirarsi da una maratona, e così via). Nulla più.

Prima o poi vedrete che vi capiterà di entrare in flow e capirete, dunque, sulla vostra pelle, quanto sia bello e arricchente fare sport nonostante la fatica degli allenamenti. E questo non lo dico solo come psicologa ma come ex atleta….

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