PROGETTO

Emergenza e sport: la gestione psicologica dell’infortunio

 

Presentazione

L’infortunio e, più in generale, il dolore, appartengono alla logica dello sport. Tuttavia, mentre il dolore può assumere per un atleta diversi significati (anche positivi, se si pensa al performance routine pain, cioè al dolore fisico che preannuncia l’entrata nello stato di forma, o al dolore-allarme, che suggerisce l’interruzione dell’attività in corso segnalando la possibilità di un’imminente lesione), l’infortunio vero e proprio (inteso come incidente inatteso) rappresenta inevitabilmente un evento destabilizzante, in misura maggiore o minore, l’equilibrio emotivo e, a volte, psicologico, dello sportivo.

Un cattivo adattamento all’infortunio può, infatti, comportare, a seconda dei fattori contestuali e della personalità dell’atleta in questione, la comparsa di sensazioni di rabbia e impotenza, sbalzi di umore, sensi di colpa, domande ossessive circa il proprio ritorno alla "normalità", pensieri irrazionali e depressivi [Patitpas e Danish, 1995], ritorno "insicuro" all’attività, abbandono precoce dello sport praticato e, nei casi più gravi, sindrome del dolore cronico e grief reaction (reazione simile a quella che potrebbe seguire il lutto di una persona cara), con la conseguente compromissione del normale funzionamento dell’individuo in famiglia, negli studi o sul lavoro, e nelle relazioni interpersonali

Lo sport, purtroppo, è anche questo. Spetta, dunque, alla psicologia applicata in ambito sportivo fornire strumenti utili sia per l’atleta sia per l’allenatore sensibile alla tematica o che debba confrontarsi con ragazzi infortunati e/o a rischio frequente di inattività; il tutto nella duplice ottica riabilitativa (la gestione psicologica dell’atleta nella fase di riposo forzato da infortunio) e, soprattutto, preventiva (conoscenza da parte dell’allenatore dei segnali di allarme e attuazione di modalità relazionali e comportamentali protettive).

L’allenatore può, infatti, a tale proposito, rivestire un ruolo fondamentale e insostituibile, nella consapevolezza che, accanto ai fattori fisici / tecnici predisponenti l’infortunio (come la conformazione fisica / muscolare del soggetto e l’overtraining o allenamento eccessivo), esistono quelli psicologici e personologici dell’atleta; iniziare, per esempio, a riflettere su quesiti del tipo << che persona sto allenando >>, << com’è il suo senso di controllo sulle situazioni >>, << come reagisce solitamente alle sfide >>, << quanta energia investe nello sport >> significa iniziare a conoscere l’hardness o durezza mentale del proprio atleta [Gentry e Kobasa, 1979], fattore individuale che, se buono, rappresenterebbe una variabile protettiva rispetto l’infortunio (diminuisce, cioè, la probabilità di cadervi) ma potrebbe diventare elemento di ostacolo all’adattamento post-traumatico nel caso di incidente avvenuto. Da non dimenticare, inoltre, la ri-progettazione degli obiettivi agonistici e competitivi dell’atleta che ritorna all’attività dopo la riabilitazione (goal setting realistico), compito essenziale per un allenatore al fine di evitare nello sportivo delusioni immediate ed ansie ingestibili per la richiesta di confronti competitivi eccessivamente difficili ed impegnativi rispetto il suo stato attuale fisico e psicologico.

E l’atleta, invece? Di cosa ha bisogno?

E’ importante convincersi che, per l’atleta infortunato, lo stress maggiore generalmente non è l’incidente in se stesso (che rappresenta, comunque, un modo per riposarsi dagli allenamenti), bensì è proprio il "non sapere cosa volere"! In altre parole, si pensa di poter andare avanti senza l’identità di atleta (temporaneamente perduta a causa dell’inattività) ma c’è chi non vi riesce.

Per tale motivo il soggetto infortunato va, innanzitutto, aiutato a capire cosa gli serve, a ridefinire le priorità che si era prefissato prima dell’incidente, ad allargare i suoi interessi anche ad ambiti non sportivi consigliandogli, al tempo stesso, di mantenere i contatti con il suo sport, l’allenatore e la squadra. In una parola, l’atleta va aiutato (sempre e comunque ma, a maggior ragione, se inattivo) ad essere una persona equilibrata, a riprendersi la propria identità di sportivo ma con un atteggiamento mentale moderato, capace di accettare emozioni negative e momenti di stasi o peggioramento, un atteggiamento mentale diverso, quindi, rispetto quella durezza psicologica necessaria negli allenamenti e nei momenti di forma fisica. Meno rigidità, dunque, per poter affrontare correttamente le proprie debolezze, che possono anche comprendere sentimenti di colpa per aver abbandonato la squadra, valutazioni esagerate circa i miglioramenti nella guarigione, progressiva crescita della dipendenza da medici o fisioterapisti, ripetuti tentativi affrettati di ritorno alle competizioni, rapidi e continui cambiamenti di umori, e tendenza al ritiro sociale (quest’ultimo non da sottovalutare se si pensa alle ripercussioni che può avere su autoimmagine e autostima della persona).

Non solo. E’ importante per l’atleta conoscere il proprio problema fisico e documentarsi (per esempio leggendo libri e guardando illustrazioni) sul tipo di infortunio subito, in modo da poter avere un’immagine mentale sufficientemente chiara della propria lesione e sentirsi il più possibile soggetto attivo nel processo di riabilitazione.

In una espressione, l’atleta cerchi di riprendersi un po’ di controllo, impegnandosi con senso critico e atteggiamento interattivo nella terapia fisica riabilitativa ma anche allenandosi, questa volta mentalmente, con il Mental Training. Con l’imagery (ripetizione mentale di un gesto motorio o di uno scenario come se lo si stesse eseguendo o vivendo in quel preciso istante) e le strategie cognitive di controllo del dolore, per esempio.

Se è vero, infatti, che l’effetto Carpenter (incremento dell’attività muscolare in certi segmenti corporei dovuto non al movimento effettivo ma alla pura ripetizione mentale del movimento stesso di quei segmenti mentre il soggetto si trova in condizione di riposo e, dunque, da fermo) dato dall’imagery consentirebbe di rimanere tecnicamente e muscolarmente allenati anche in stato fisico di effettivo riposo [Schmidt 1988; Jowdy e Harris, 1990], recenti studi relativi ad allenamenti sistematici e regolari alla healing imagery (immaginare metafore di guarigione, per es. una cascata di acqua fredda che spegne il "fuoco" nel proprio ginocchio, come pure un ponte solido e flessibile piuttosto che un rotula di vetro) e alla soothing imagery (immaginare situazione bucoliche e rilassanti) dimostrerebbero l’efficacia dell’immaginazione mentale nel processo di recupero organico e, soprattutto, nella riduzione dell’attività del simpatico a favore del parasimpatico, con conseguente allentamento della contrattura antalgica, produzione di emozioni positive e contrasto di immagini negative. Utile, inoltre, per l’atleta, la conoscenza delle principali strategie di pensiero funzionali al controllo del dolore, quali il mantenimento di un focus attentivo esterno ("distrarsi" per es. ascoltando musica o guardando uno spettacolo interessante), l’attività cognitiva ritmica (per es. contare a ritroso da 100 a 1 o canticchiare ritornelli), il riconoscimento del dolore (decidere di "guardare" il dolore immaginando, per es., la circolazione del sangue che lo porta via), il coping drammatizzato (per es. immaginarsi in una situazione epica in cui sopportare il dolore porta al trionfo o alla conquista).

Tante, dunque, ma ben definite, le misure possibili da adottarsi. Una cosa è certa: all’atleta piace essere protagonista. Spetta a noi ricordargli che può esserlo anche da infortunato.

Dopo tutto ciò che importa è stare bene con se stessi.

 

Destinatari

Obiettivi

Gli obiettivi perseguibili si distinguono in

 

Metodologia e modalità degli incontri

La metodologia di approccio adottata durante gli incontri si differenzia in funzione della categoria degli interessati (atleti piuttosto che allenatori) e dell’ottica all’interno della quale viene strutturato l’intervento (preventiva piuttosto che riabilitativa); si prevede, comunque, una fase puramente formativa (lezioni e visione di filmati) alla quale eventualmente affiancare un discorso di tipo clinico (sostegno o tecniche di Mental Training per l’atleta).

Anche la modalità adottata si differenzia in funzione degli interessati. Precisamente

Dott.ssa Rosangela Soncini

Elenco degli Operatori di Psicologia dello sport

Parma, Emilia-Romagna

rossonc@tin.it

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