La personalità del karateka







Il contenuto di questo articolo è la sintesi di una tesi di laurea in psicologia, dal titolo "Uno studio sul karate".
L'intenzione era quella di valutare gli effetti ed i supposti benefici di una pratica quale il karate. Le domande a cui abbiamo cercato di rispondere sono: che caratteristiche ha chi pratica karate? Variano con il tempo di pratica? Cosa si acquista, insomma, facendo karate?
Gli studi riferiti sino ad oggi in psicologia dello sport ci danno queste idee: che le arti marziali possono essere usate come sorta di psicoterapia per armonizzare la personalità di chi le pratica; che possono essere sfruttate in campo sociale (es. per la riabilitazione nelle delinquenze giovanili); che risultano quindi realmente utili nel campo dell' educazione e della formazione della personalità. Altri studi indicano nel voler imparare l'autodifesa e voler migliorare la propria immagine e salute fisica i principali motivi di chi inizia a praticare il karate; è confermato poi che dopo un certo periodo di pratica ci si sente realmente migliorati fisicamente, di umore migliore, e più sicuri di sè.
E' opinione di molti studiosi che il karate sia emozionalmente più difficile per le donne rispetto agli uomini, in quanto esse avrebbero una percezione riguardante la propria vulnerabilità e il controllo di sé diverse; a ciò va aggiunta la motivazione culturale per cui la donna che combatte può essere ancora in realtà poco concepibile. Ricerche sull' aggressività indicano che il karateka può e sa diventare realmente aggressivo, ma questo solo in gara, e che l'aggressività è vissuta come regola del gioco. Nella vita di tutti i giorni chi pratica può diventare in realtà meno aggressivo, visto che aumenta la propria capacità di autodifesa (le arti marziali non sono quindi pratiche violente e per violenti). Purtroppo viene spesso considerato solo l'aspetto agonistico: così facendo però non sempre si possono raggiungere quei benefici psicologici e caratteriali dovuti ad una corretta impostazione della pratica.
Sulla base di queste ipotesi, è partito il lavoro di tesi.
Hanno partecipato alla ricerca soggetti dalla cintura bianca a maestri, praticanti gli stili Shotokan, Goju-Ryu e Wado-Ryu in varie società del Nord Italia.
Per studiare gli effetti psicologici delle arti marziali si usa comunemente comparare principianti, cinture intermedie, ed esperti; anche noi abbiamo seguito questa strada. Si sono divisi i partecipanti in maschi e femmine ed in 3 gruppi: nel primo cinture bianca, gialla, ed arancio; nel secondo cinture verde, blu, e marrone; nel terzo le cinture nere (fino ad un V°dan). Abbiamo dato loro da compilare un questionario, il C.B.A. Sport. Il test era completamente anonimo per ottenere un grado apprezzabile di sincerità. Come primo dato, da domande autobiografiche è emerso che i soggetti partecipanti, uomini e donne con un'età compresa tra i 14 e i 50 anni, avrebbero buone relazioni sociali ed affettive, buone condizioni di vita ed un buon equilibrio emotivo; la pratica del karate, per loro, significherebbe fatica ma soddisfazione, ed una buona realizzazione personale ad ogni grado di cintura.
Altre dimensioni indagate sono state: ansia come carattere, l' umore (una scala sulla depressione), ansia e tensione prima di una gara, aggressività, le paure quotidiane (es. sostenere un esame, farsi fare iniezioni, ecc.), valutazione della propria autoconsapevolezza corporea ed efficienza fisica, capacità di impegno e ricerca del successo, controllo delle proprie capacità e dei risultati in gara

Ecco dunque i risultati.

Gli uomini hanno dato valori più bassi, rispetto a chi non pratica alcuno sport, per quanto riguarda ansia e depressione; sarebbero insomma meno nervosi e di umore migliore (si ricorda che l'attività fisica è consigliata anche in psichiatria a chi è ansioso o depresso). Hanno dato invece valori abbastanza alti per quanto riguarda la tensione prima di una gara; probabilmente è giustificatamente avvertito il reale pericolo del contatto fisico nel kumite, e nei kata si viene proprio giudicati da un punteggio (tanto lavoro potrebbe essere buttato via in pochi secondi di gara...). L'aggressività dei nostri atleti non varia con l'esperienza, e confrontata con quella di altri sportivi, non è superiore alla loro. Cosa che non si è riusciti a dimostrare, come si potrebbe pensare, è che con la pratica dimininuiscano le paure; i punteggi sono comunque uguali a quelli degli altri sportivi.
I karateka hanno poi una buona consapevolezza del proprio corpo ed una buona efficienza fisica; queste riflettono un senso di benessere fisico generale. C'è poi una ambizione ed una ricerca del successo in grado minore rispetto agli altri sportivi, ma si riscontrano valori molto alti nella capacità di impegno.
L'ultimo risultato ottenuto a prima vista sembra paradossale, ed è l'unico dato che varia con la pratica: sembra che i più esperti, le cinture nere dunque, riescano poco a controllare gli aspetti relativi alle proprie prestazioni in gara rispetto alle altre cinture; gli insuccessi cioè sono vissuti più come dovuti a fattori esterni (es. la sfortuna) che a fattori interni, quali la propria capacità o la scarsa preparazione. Ciò andrebbe contro l'ipotesi dettata dal buon senso che ai massimi livelli corrisponderebbe il massimo della preparazione e del controllo della situazione. Da successivi colloqui mirati ad indagare su questo particolare aspetto, risulta invece che coloro che hanno raggiunto la cintura nera si possono sentire "arrivati", in quanto sembra loro di avere raggiunto il massimo della tecnica; se qualcosa non riesce non è più vissuta come sotto controllo. Il massimo del controllo della situazione si ottiene invece alle cinture intermedie, quando gli atleti sono ancora spinti dalla voglia di progredire ed hanno la consapevolezza di poter sempre migliorare, e gli effettivi successi ed insuccessi sono attribuiti alle proprie capacità ed al proprio impegno (essi hanno un "locus of control" interno piuttosto che esterno). A questo punto sembra utile chiedersi: ma la cintura nera è un punto di arrivo o un punto di partenza?

Come sono invece le donne che praticano karate ?
Le donne ottengono risultati più tangibili rispetto agli uomini. Anch'esse risultano meno ansiose e depresse rispetto a donne che non praticano alcuna attività fisica. Il loro umore migliora procedendo con il tempo, arrivando al grado migliore alle cinture nere. Le loro paure quotidiane diminuiscono invece già dalle principianti alle cinture intermedie, rimanendo le donne però caratterialmente più timorose degli uomini; hanno poi una buona consapevolezza corporea ed una efficienza fisica paragonabili a quelle maschili.
Le donne avrebbero un modo diverso di rapportarsi all' ambiente sia in allenamento che in gara: sembrano più preoccupate ed infastidite, più precisamente sembrano più preoccupate "di apparire" (specialmente in gara); i risultati indicano che avrebbero più difficoltà (specialmente alle cinture intermedie) ad inserirsi nel prototipo di chi pratica questa attività rispetto ai loro compagni maschi (può essere colpa ancora di fattori culturali che vorrebbero la donna "debole e sottomessa").
Prima di una gara sono più tese rispetto agli uomini, ma già alle cinture intermedie aumenta la loro ambizione ed il desiderio di successo rispetto alle principianti (fattore che per i maschi invece non varia): anche questo andrebbe letto nel senso della ricerca di una nuova identità da parte della donna.
Da questi risultati, si può vedere che il karate offre più vantaggi alle donne che agli uomini; può essere dunque consigliato per migliorare la propria immagine ed autostima, oltre che per migliorare fisicamente e sentirsi più sicure.
Un ulteriore confronto è stato fatto tra le scuole interessate alla ricerca. Come a ulteriore dimostrazione che il karate é uno, sembra che non ci siano differenze tra le scuole esaminate; non possiamo perciò dire che i praticanti uno stile abbiano o acquistino caratteristiche particolari diverse da quelli degli altri stili.

Vediamo ora che cosa ha di diverso dagli altri sportivi il praticante di karate.
I dati disponibili finora ci hanno fornito confronti con i calciatori, i tennisti, gli automobilisti e i giocatori di pallamano; per le donne abbiamo invece il confronto solo con le giocatrici di pallamano.
I karateka, rispetto alla media generale degli sportivi, hanno dato livelli più alti di ansia sia in gara che in allenamento; c'è un grado di ricerca del successo in misura minore rispetto agli altri sportivi, ma per contro vi è una maggiore capacità di impegno e di applicazione nella pratica. In particolare, rispetto ai calciatori, hanno un maggiore autocontrollo in allenamento, ma una minore autostima; rispetto ai tennisti hanno meno paure ed un maggiore autocontrollo sia in gara che in allenamento, e danno più affidamento alle proprie capacità che a fattori esterni; rispetto agli automobilisti i karateka sanno affermare in misura minore le proprie esigenze e le proprie opinioni (si dice che sono meno assertivi); rispetto ai giocatori di pallamano hanno maggiore capacità di autocontrollo sia in gara che in allenamento.
Per quanto riguarda le donne, le nostre atlete hanno dato valori riguardanti l'ansia minori rispetto alle giocatrici di pallamano, ma rispetto a queste tenderebbero più a valutare la propria performance in base a circostanze esterne che alle proprie motivazioni e capacità.
Si può dire alla fine che i risultati della ricerca sono soddisfacenti, ma si andrà comunque avanti. Domande interessanti possono essere: a chi è più adatto il karate (e le arti marziali in generale) rispetto ad altre attività? A che età è consigliabile iniziarne l'apprendimento? Come aiutare l'atleta a migliorare le proprie prestazioni? (dalla presente ricerca sarebbe emerso che gli atleti vincenti avrebbero proprio caratteristiche psicologiche e comportamentali che li distinguono dal resto dei praticanti, e che tali caratteristiche sono comunque diverse per gli uomini e per le donne).
Questo lavoro è stato svolto per ora sul karate, ma verrà esteso ed ampliato anche ad altre arti marziali, per confrontarle proprio tra di loro e con altri sports ancora. Sono convinto che si otterranno buoni risultati nella dimostrazione che le arti marziali sono un ottimo mezzo educativo (sia come prevenzione che come intervento) e che da un altro lato si possono trovare e sviluppare le caratteristiche dell'atleta vincente.
Le prospettive sono buone.

Chi desiderasse maggiori informazioni può rivolgersi a :

Dott. Alessandro Mahony
Cattedra di Psicologia Clinica
Università degli Studi di Brescia
Facoltà di Medicina e Chirurgia
Tel: 030/ 3717224