IL TRAINING AUTOGENO

Per raggiungere un’ottima qualità di rendimento in gara e poi riuscire a mantenerla in modo continuativo occorre allenamento mentale. Le potenzialità di ogni atleta possono essere espresse completamente soltanto grazie ad un’alta sinergia mente-corpo, un controllo totale del proprio organismo, uniti ad una fortissima motivazione interiore. Si può cercare di raggiungere questo stato psicofisico adottando un metodo naturale di distensione e rilassamento, che mette in comunicazione mente e corpo: il training autogeno.

"Training" significa allenamento, che è importante per raggiungere l’obiettivo che ci si prefigge, in questo caso creare e mantenere lo stato di forma dell’atleta;

"autogeno" vuol dire che nasce da sé, senza atti di volontà, in una condizione di assoluta passività, realizzata attraverso la contemplazione di quanto accade in modo spontaneo nel nostro organismo e nella nostra mente.

 

CENNI STORICI

Il training autogeno è stato ideato da J.Schultz, uno studioso tedesco della prima metà del ‘900. Egli si occupò di neurologia e psicanalisi, interessandosi a fondo di ipnosi: fu così che ebbe modo di rendersi conto come l'assumere un atteggiamento di indifferente passività mentale determinasse uno stato di rilassamento muscolare. Successivamente constatò come l’allenarsi sistematicamente a ottenere questo atteggiamento mentale permettesse di raggiungere un rilassamento dei muscoli sempre più rapido e generalizzato, col manifestarsi di particolari fenomeni psicosomatici. Dopo anni di sperimentazioni, Schultz, seguendo le naturali sensazioni degli individui standardizzò gli esercizi, dividendoli in due macrogruppi: quelli inferiori o di base (pesantezza, calore, cuore, respirazione, plesso solare, fronte) e quelli superiori, di tipo strettamente mentale, rivolti in modo particolare all’analisi e allo sviluppo della personalità.

I primi scritti di Schultz sull’argomento risalgono al 1932 (le prime traduzioni in italiano furono compiute nel 1968).

Il training autogeno è il frutto di una sperimentazione che continua ancora oggi: in 60 anni di storia è diventato uno strumento di terapia e prevenzione che interessa vari campi della medicina e della psicoterapia.

 

GLI OBIETTIVI DEL TRAINING AUTOGENO

 

GLI ESERCIZI PRATICI

Il cardine su cui ruota il Training Autogeno è la calma, stato che si raggiunge progressivamente e gradualmente in sei stadi (esercizi) che agiscono sui muscoli, vasi sanguigni, cuore, respirazione, organi addominali e testa.

Gli esercizi, come già detto, si suddividono in superiori ed inferiori.

Nei primi l’attenzione mentale viene rivolta a particolari rappresentazioni mentali nei secondi invece l’accento viene spostato su particolari sensazioni corporee.

Il training degli esercizi superiori, proprio perché relativo alla mente ed all’inconscio, richiede la presenza di un terapeuta, mentre gli esercizi inferiori possono essere eseguiti anche da soli.

Gli esercizi superiori sono di sei tipi: i primi due sono detti FONDAMENTALI (perché nella pratica sportiva assumono importanza prioritaria)e gli altri quattro COMPLEMENTARI. Si tratta di:

Gli esercizi fondamentali sono utili per raggiungere un livello di rilassamento elevato; quelli complementari, invece, sono mirati in maniera specifica verso un organo.

 

 

GLI EFFETTI GENERALI

DEL TRAINING AUTOGENO

Ecco i benefici che il training autogeno può apportare, se praticato con un atteggiamento di fiducia nella capacità del corpo e della mente di arrivare al benessere:

La possibilità di raggiungere la tranquillità è molto importante per quegli atleti che vivono la situazione pre - competitiva in modo troppo ansioso. Nonostante un certo livello di ansia è necessario per attivare le risorse fisiche e psichiche dell’atleta, quando questa si presenta in maniera eccessiva è sempre negativa. (L’eccesso di ansia viene manifestato in vari atteggiamenti, per esempio comportandosi in modo irrazionale, contrario a quello che l’atleta si era prefissato o il tecnico aveva raccomandato).

E’importante scegliere con la massima accuratezza e razionalità le quantità degli allenamenti, ma è fondamentale il recupero delle energie, specie quando i carichi di lavoro sono elevati. Capita spesso che una seduta di allenamento non venga compiuta nella maniera migliore perché non state ancora smaltite le fatiche degli allenamenti precedenti: è probabile che alcuni fattori esterni lo abbiano impedito, oppure abbiano aumentato l’affaticamento dell’organismo e/o della psiche. Col training autogeno si può accelerare il recupero fisico, eliminando gli effetti negativi della stanchezza o anche della carenza di sonno: un quarto d’ora di questa forma di rilassamento equivale a circa un’ora e mezza di sonno.

Il training autogeno crea un’integrazione corpo-mente sempre più profonda, permettendo in generale una più ampia percezione del proprio corpo. Così si può intensificare o ridurre le sensazioni che dal corpo stesso derivano. Questa seconda possibilità può essere importante, per esempio, per combattere il dolore (da trauma, da infiammazione) di cui un atleta è spesso vittima. L’esercizio ha come fine essenzialmente l’avvertire in minor misura il dolore; non può certo sostituire le normali cure, ovviamente, ma può essere un buon coadiuvante, creando una sorta di effetto placebo. Secondo Schultz: "il principale contenuto del fenomeno dolore è costituito dallo stato di tensione; lo stato di distensione costituisce, entro certi limiti, una "sdolorizzazione".

Attraverso opportuni esercizi si può agire sulla circolazione, in particolare sulle arterie, permettendo al sangue di fluire meglio nei vari distretti del corpo. Così il training autogeno può essere utile sia a individui con una pressione sanguigna particolarmente alta o bassa. Grazie a questi esercizi di regolazione vasomotoria, un atleta con gli arti inferiori affaticati può far aumentare la circolazione del sangue dentro di essi.

Questa conseguenza è estremamente utile per gli atleti-studenti. Capita, per esempio, che certi atleti debbano spendere una consistente quantità di energie, oltre che per lo sport, per la preparazione di interrogazioni ed esami.

La semplice introspezione che si svolge durante gli esercizi di base può essere sufficiente per chiarire la percezione di sé, per mettere a fuoco particolari problemi, per aiutare a prendere decisioni, per eliminare dei dubbi. In una persona motivata a praticare sport i progressi in questo senso sono chiaramente più veloci e consistenti di quanto lo possano essere in un individuo "problematico".

In generale i vantaggi del training autogeno possono verificarsi sia a livello globale che a livello particolare, a seconda dei bisogni del singolo individuo. Ma non gli va attribuito un potere esagerato: il rendimento di un atleta non è una questione soltanto personale, ma è influenzato dal rapporto con i compagni, con l’allenatore, con i dirigenti, dalla situazione della coppia e della famiglia.

 

Tiziana Pecciarini.

 

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