TESI FINALE

MASTER IN PSICOLOGIA DELLO SPORT E MENTAL TRAINING

"UN CALCIO ALLA VITA"

Osservazioni e riflessioni personali

Ho incominciato ad andare al campo sportivo in veste di fidanzata, ogni tanto, al sabato pomeriggio o alla domenica mattina e con il cuore che batteva forte perché il mio compagno passava vicino alla tribuna e magari mi faceva l’occhiolino; dieci anni fa, non vedevo quello che i miei occhi vedono oggi quando guardo una squadra di calcio mentre si allena o mentre gioca.

Gli anni sono passati, sono arrivati due figli ed ora vado al campo sportivo non solo per guardare il mio compagno che gioca, ma anche e direi prevalentemente per guardare i miei figli, sia quando si allenano che quando fanno una partita.

Gli occhi di oggi, alla luce delle mie esperienze e delle mie nuove conoscenze, mi permettono di cogliere alcune situazioni, alcune sfumature, di fare nuove osservazioni e nuove riflessioni sia riguardanti la mia famiglia, sia in senso più allargato, che caratterizzano il mondo dello Sport.

Osservo gli allenatori di calcio dei miei figli: allenare bambini dai 5 ai 7 anni è un’impresa particolarmente delicata, l’allenamento si mescola frequentemente al gioco ed è solo in questo modo che si può mantenere viva l’attenzione dei piccoli calciatori.

La società in questione, ha inoltre fatto la scelta attenta di avere a disposizione più allenatori di riferimento alcuni fissi, altri che ruotano sostituendosi, ma sempre in modo da non essere mai meno di due per circa 20/25 bambini; la costante presenza di almeno due allenatori, gli permette di suddividerli in gruppi e di gestirli al meglio anche in base alle loro capacità/difficoltà.

Altro aspetto importante che ho valutato più approfonditamente dopo aver conosciuto da vicino "The leadership scale of sport", è appunto lo stile di leadership degli allenatori: si assicurano spesso che i bambini lavorino secondo le loro capacità, gratificano i bambini per le buone prestazioni, aiutano i piccoli membri a regolare i loro conflitti, li lasciano provare anche se commettono tanti errori e poi li coinvolgono anche nella scelta dei giochi/esercizi.

Anche così piccoli, partecipano già a dei tornei che coinvolgono le squadre di bambini coetanei dei paesi vicini al nostro, ed anche se il giorno della partita ufficiale, l’obiettivo principale sembra la vittoria, mi accorgo che in realtà ci sono tanti "sotto-obiettivi" positivi che loro perseguono, come la socializzazione, il divertimento e l’educazione alla sana pratica sportiva.

I bambini, quando vincono sono ovviamente molto più entusiasti rispetto a quando perdono, ma nel caso subiscano una sconfitta, la maggior parte di loro, non si dispera, ed esce comunque sorridente dallo spogliatoio; c’è uno spirito di gruppo e di gioco che rimane vivo e che non li abbandona.

Chi alimenta questo spirito di gruppo e chi lo influenza?

Questa energia positiva è alimentata soprattutto dagli allenatori, che capiscono che a 6 anni non è il caso di fare scenate per un goal preso o mancato, ma che è invece opportuno far riflettere i bambini sulle azioni andate a buon fine e sul divertimento legato al gioco a prescindere dal risulto.

Mentre gli allenatori possono impegnarsi ad alimentare positivamente lo spirito di gioco e le capacità individuali, mi capita di osservare (per fortuna sono pochi) alcuni dei genitori che sembrano mandare all’aria questo prezioso lavoro degli allenatori, influenzando i bambini con il peso dei loro commenti e delle loro aspettative.

Mi è capitato di osservare in qualche bambino, alcuni segnali quali la mancanza di rispetto, un eccessiva aggressività, la fissazione per un idolo e la non tolleranza alla sconfitta, che mi hanno portato a concludere che il fenomeno del "campionismo", non ha limiti di età, e che può essere presente anche nei bambini più piccoli, alimentati appunto dalle aspettative degli stessi genitori, che danno una spropositata importanza al ruolo di calciatore del figlio dimenticandosi di considerarlo anche sotto altri aspetti importanti della sua esistenza.

Osservo i genitori, e mi accorgo che pur di evitare di essere "invadente" o "supponente", piuttosto cerco di non intervenire o di intervenire solo quando è necessario per lasciar fare agli allenatori il proprio lavoro, senza intromettermi in scelte che spettano loro (es. chi far giocare in partita e quando…).

Il punto di vista di alcuni genitori riguardo allo sport del figlio lo si può osservare bene sia nello spogliatoio (ricco spazio di osservazioni!!), prima e dopo l’allenamento, mentre aiutano il bambino a vestirsi o a svestirsi, sia in tribuna, durante la partita, quando anche i genitori apparentemente più timidi si scatenano in insoliti tifi.

I commenti dei genitori, sono diversi per il loro contenuto verbale e non, ma in linea di massima potrei suddividerli fra:

- positivi, che cercano di ascoltare il bambino es. "com’è andata?";

- neutri, che divagano dall’argomento calcio e portano l’attenzione del bambino su qualche altro argomento es. "cosa ti va di mangiare questa sera?";

- negativi, che comprendono un giudizio sul comportamento del bambino es. "ho visto che non sei riuscito a fare goal, come mai?".

Ho visto bambini piangere disperati perché il padre dal bordo del campo gli urla continuamente di fare goal, e il bambino sovraccarico di ansia non riesce a trattenere la tensione ed a prendere almeno una volta il pallone, ho visto bambini sorridenti che però ricercano più o meno frequentemente una risposta, una conferma, anche nei volti dei genitori più silenziosi, a volte gli basta essere guardati per poter vivere un attimo di felicità, per sentirsi bravi e valorosi, e infine ho visto anche bambini più indipendenti e più sicuri, che hanno la possibilità di concentrarsi sul loro gioco, di giocare e di gustarsi il momento magico della partita senza doversi preoccupare troppo dei giudizi esterni al campo.

Mi sono inoltre spesso fermata a pensare alla Motivazione che spinge i bambini a scegliere uno o l’altro sport, ed a sport avviato alla motivazione che li spinge a continuarlo.

Ho notato che i bambini si iscrivono alla scuola calcio per diversi motivi: qualcuno realmente desideroso di imparare a giocare a calcio, qualcuno perché non sa che altri sport fare, qualcuno spinto dal genitore appassionato, e qualcun altro perché tutti gli amici o i fratelli maggiori giocano a calcio e quindi in modo conformistico sceglie di aggregarsi alla decisione di massa.

Partendo da delle motivazioni così disparate, gli allenatori pazientemente e a volte con qualche difficoltà, devono cominciare a costruire una squadra che condivida un allenamento fisico, dei giochi, ma anche degli obiettivi comuni.

Oltre a far divertire i bambini attraverso la proposta di numerosi giochi, gli allenatori inseriscono in un contorno ludico, esercizi e tecniche finalizzate al raggiungimento di una migliore precisione, di una migliore consapevolezza e gestione delle proprie forze; mi accorgo che a distanza di un solo anno i bambini (dai 6 ai 7 anni), acquisiscono una miglior conoscenza delle proprie potenzialità e una miglior gestione delle proprie forze, conseguendo anche migliori risultati durante le partite; a questa età infatti, l’aspetto ludico comincia ad essere gradualmente sostituito/affiancato da aspetti più tecnici e più tattici.

Giocare ed allenarsi in questo modo permette ai bambini non solo di conoscersi, ma anche di conoscere gli altri e di conoscere le potenzialità del lavoro di gruppo.

Per i bambini così piccoli spesso questa è la prima occasione in cui si ha la possibilità di capire l’importanza del gruppo e nel gruppo di ogni singolo contributo; lo sport del calcio infatti oltre che ad essere uno sport che fa crescere individualmente, è prevalentemente uno sport di squadra in cui si impara a vincere o a perdere tutti insieme.

Osservo infine, la società calcistica all’interno del nostro contesto culturale, che fa scelte accurate in merito alla preparazione degli allenatori ed alla loro predisposizione verso i bambini, osservo anche l’attenzione che la stessa società sta ponendo al fine di curare le relazioni con tutti gli altri punti di riferimento istituzionali e non del territorio, come la scuola e le associazioni di volontariato; durante l’anno, sono organizzate diverse feste, che coinvolgono tutte le figure citate e anche la cittadinanza al fine di creare una sempre più ricca rete di collaborazioni.

La serie di osservazioni e di riflessioni citate mi fanno giungere ad alcune considerazioni conclusive: un piccolo calciatore per essere tale e per vivere serenamente il suo sport, oltre che di un passione o di un interesse personale per il calcio, ha anche bisogno di avere vicino degli allenatori preparati e predisposti all’educazione ed alla pazienza e dei genitori che lo rispettino per ciò che riguarda i suoi desideri e le sue capacità.

 

S.Stefano 28/12/2006 Dott.ssa Nicoletta Stradaioli

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