Lo sport di gruppo come strumento riabilitativo. 

Un’esperienza in una comunità terapeutica per il trattamento nell’ ambito della comorbilità.

 

Dott. Federico Sergian

Circa due anni fa, quando iniziò questa straordinaria avventura, mi trovavo a lavorare presso l’Associazione il Porto di Moncalieri(Torino), che si occupa di giovani psicotici, nonché di doppia diagnosi, cioè di comorbilità tra l’abuso di sostanze psico-attive ed alcoliche ed il disturbo grave di personalità(border-line) o la psicosi.

Si tratta di una struttura residenziale immersa in un grande parco, punteggiata da alberi. Nessuna cornice poteva essere migliore per praticare un’ attività sportiva.

La maggior difficoltà a progettare interventi riabilitativi, usando lo sport come strumento, era rappresentata dal tipo d’ orientamento che la Comunità stessa si era data. Avendo avuto supervisori quali i Dott. Olivenstein e Hinshelwood, si è voluto dare al lavoro di Comunità un’ impostazione psicoanalitica, basata cioè su gruppi terapeutici e soprattutto su un atteggiamento interpretativo degli atti quotidiani degli utenti.

In questo clima fortemente interessato alla vita intrapsichica dei residenti attraverso la verbalizzazione, gli aspetti di concretezza esperienziali passavano in secondo piano.

Io stesso, mi trovai in una situazione alquanto ambigua : in quanto psicologo, avrei dovuto utilizzare le mie competenze per condurre gruppi terapeutici e colloqui individuali, ma in quanto psicologo di Comunità, trovavo limitativo e a volte francamente impossibile, per le esigenze che emergevano dai ragazzi, impiegare le mie otto ore di lavoro quotidiano in tal modo.

Inoltre, la mia concezione di comunità concepisce quest’ultima come luogo in cui gli operatori e gli utenti riescono a mobilitare energie ed interessi per soddisfare desideri o bisogni comuni, tentando di coinvolgersi gli uni con gli altri per creare l’opportunità di uno scambio tra "sani" e "non sani", ad un livello altro da quello asimmetrico.

Iniziai a notare che, tra gli argomenti di cui più si parlava tra i residenti, lo sport, e il calcio in particolare, polarizzava le conversazioni tra noi uomini. Si fece sempre più incalzante in me l’intenzione di giocare a calcio in un modo più strutturato che tirarsi il pallone sui prati adiacenti la Comunità.

Non mi sentivo, però, sostenuto dalla maggioranza dei miei colleghi, in questa mia ipotetica iniziativa. Infatti, più mi confrontavo con loro sugli eventuali spunti teorici legati alla riabilitazione psicologica tramite l’attività sportiva, più incontravo indifferenza. Ciò creava stanchezza in tutti, suscitando in taluni un sostanziale rifiuto per un campo di applicazione del tutto nuovo, dai benefici terapeutici ritenuti incerti.

Tuttavia, tra i colleghi più disponibili, c’era chi voleva aiutarmi ad organizzare un torneo con altre Associazioni con la stessa tipologia di utenti, e lo facemmo. Ciò nonostante, questo tipo di approccio non mi convinceva, in seguito soprattutto alle reazioni passive dei membri componenti la squadra di calcio.

Mi chiesi quali fossero le motivazioni di questo loro disinvestimento, seppur parziale, caratterizzato principalmente da un comportamento apatico, cioè di non preparazione e di non allenamento prima della partita. Non era stato un fallimento ; avevamo giocato e ci eravamo divertiti. Alcuni obiettivi minimi erano stati raggiunti : il gioco e il divertimento, ma niente di più.

Decisi di discuterne coi ragazzi, naturalmente in modo informale. Alcuni di loro mi confidarono di essere alla ricerca di un confronto più "realistico" e, giocare contro squadre composte da persone come loro li stimolava poco perché li faceva sentire ancora più malati.

Sul momento non seppi cosa rispondere né cosa proporre di diverso. Volli rifletterci, dicendo loro che avremmo organizzato qualcosa di costante nel tempo e che rispettasse la loro integrità fisica. Non volli assumere l’atteggiamento dello psicologo sul piedistallo. Ero consapevole del fatto di dover riformulare interamente il progetto sia a me stesso che a loro. Capii, però, che avevo commesso l’errore di non chiedermi quanta importanza potesse avere per loro il tipo di avversario.

Comunque, mi sembrava che il calcio fosse lo sport alla portata di tutti.

Pensavo che esso potesse avere effetti psicologici ed educativi efficaci su coloro che lo praticavano. La mia ipotesi era, infatti, che il calcio potesse stimolare la condivisione di scopi comuni ( cercare di vincere per non perdere, segnare per vincere, difendere insieme per non subire goal), l’accettazione delle regole, utili allo svolgimento della partita e condivisibili con la squadra avversaria, l’auto-mutuo-aiuto ( la cooperazione tra i vari reparti ed all’interno dello stesso reparto), il senso di appartenenza ad un gruppo ( la squadra di calcio), la coesione del Sé ( "sono qui e sto giocando"), e potesse offrire loro sia la possibilità di dare il proprio contributo, sentendosi utili alla squadra, sia la occasione di canalizzare le proprie energie in un’attività socialmente accettata, ed infine poter provare soddisfazioni da quello che si sta facendo.

Questi ipotetici risvolti psicologici e educativi hanno attirato i miei interessi di psicologo, in quanto gli utenti con cui lavoravo, affetti da disturbo border-line di personalità, da psicosi maniaco-depressiva, da alcune forme di sociopatia, da schizofrenia, necessitavano di un approccio dove la verbalizzazione non era richiesta.

Infatti, avevo notato che nei gruppi terapeutici serali avevano grosse difficoltà di verbalizzazione e di ascolto, rifugiandosi in un mutismo apatico e assente, senza trarre alcun beneficio dai gruppi cui partecipavano. Molti di loro avevano effettivamente un modesto grado di istruzione ed uno scarso livello di elaborazione.

Mi misi, quindi, alla ricerca di un torneo amatoriale che accettasse squadre come la nostra e inoltre non avesse grosse pretese agonistiche, perché eravamo privi di allenamento, e che non discriminasse la squadra per il passato di tossicodipendenza e/o di alcolismo di questi giocatori.

Desideravo, inoltre, trovare un campionato che raggruppasse squadre composte da persone "normali", in modo da soddisfare il bisogno dei residenti di sentirsi sani, giocando ad armi pari, senza concessioni per compassione o per pietismo.

Era una grande sfida per questi ragazzi, perché il confronto così crudamente realistico poteva nuocere al loro già fragile equilibrio. D’altronde, eravamo, calcisticamente parlando, paragonabili all’Armata Brancaleone : non avevamo né le scarpe adatte per giocare a calcio, né fiato a sufficienza per correre.

Saremmo andati incontro a memorabili figuracce, dal punto di vista delle prestazioni sportive.

Casualmente venni a conoscenza di un torneo di "calcetto a cinque" che possedeva quelle caratteristiche che andavo cercando. Contattai direttamente gli organizzatori.

Il primo problema da affrontare era il pagamento dell’iscrizione : era alquanto costosa e non avevamo i soldi.

Chiamai i ragazzi a raccolta e in gruppo si decise di procedere ad una colletta. Poi, come una manna che scende dal cielo, ricevemmo in donazione da un genitore di una ragazza residente del Porto, peraltro non facente pare della squadra, una somma cospicua per pagare parte dell’iscrizione ; mi sarei occupato del pagamento della quota restante in seguito, pur non sapendo come. Ci iscrivemmo.

Tra di noi c’era molto entusiasmo. In gruppo, decidemmo i giorni in cui ci saremmo allenati e fui incaricato dai "pazienti" di assumere il ruolo di giocatore-allenatore...  che esulava dalle mie funzioni di psicologo. Avrei avuto delle difficoltà col mio responsabile, il quale infatti, non accettò tanto di buon grado questa mia nuova veste.

Intanto, intorno a noi, soprattutto da parte degli altri ospiti della Comunità, cresceva sempre di più l’interesse verso questa nuova esperienza, anche tra quelli per nulla appassionati a questo sport. Molti di loro vennero ad assistere ai nostri allenamenti.

Vi era un clima di mobilitazione generale, tanto da indurre il Presidente dell’Associazione ad integrare la quota d’iscrizione...  Non si parlava d’altro. Se ne discuteva forse fin troppo... Tra gli operatori, per esempio, ci si chiedeva chi dovesse giocare, quasi come se stessimo per iniziare il campionato del mondo ! 

Per quanto mi riguardava, nutrivo dei dubbi sulla capacità degli utenti di mantenere il loro impegno fino alla fine del torneo, proprio perché la loro storia personale era caratterizzata dall’incostanza e dalla dispersività, ed esplicitai loro la mia perplessità al riguardo.

Come primo passo, volli dissipare ogni tentazione, da parte dei giocatori, di scindere la squadra, a distinguere i "bravi" dagli "scarsi", precisando che nostri obiettivi erano il divertimento e la capacità di trarne delle soddisfazioni - aspetti altamente deficitari in loro -, e io stesso non assunsi mai, per tali motivi, un atteggiamento selettivo nel comporre la squadra.

Doveva essere la squadra Brancaleone ! Giocavamo tutti quanti, "bravi e scarsi" insieme, perché ipotizzavo che questo gruppo diventasse uno spazio transizionale ed avesse un effetto aggregativo su di loro. Non importava la vittoria ; si può anche imparare dalle sconfitte. Infatti, mi auguravo che queste ultime potessero agire positivamente sulle loro fantasie di onnipotenza e sulla loro autostima, le quali sono presenti in modo esacerbato nel disturbo border-line e nella psicosi.

Si incominciò a giocare in questo campionato dei "normali".

A cose fatte, il responsabile della Comunità si trovò costretto a darmi l’incarico di seguire questa attività, sottolineando ugualmente che il ruolo di giocatore-allenatore non rientrava nelle mie competenze ; quindi, mi invitò a dare la precedenza ai gruppi di discussione serali, attività centrale della Struttura. Accettai l’invito.

La squadra era composta, essenzialmente, da persone affette da disturbo border-line, qualche schizofrenico, da persone affette da psicosi maniaco-depressive, e da qualche caso di sociopatia, ed infine da tre operatori, che non avrebbero mai giocato insieme durante la partita, per dare più spazio a tutti gli utenti.

In totale, eravamo dodici giocatori.

Partecipammo a due tornei : durante il primo, perdemmo tutte le partite, tanto era il divario tra noi e le altre squadre, nonostante ci allenassimo.

Nel secondo, riuscimmo a vincere qualche partita ed a pareggiarne una, con nostra grande soddisfazione.

Ovviamente, dopo ogni sconfitta, eravamo pervasi da un profondo senso di scoramento, nonostante lo spirito agonistico sfoggiato da tutti. Le frustazioni non raggiunsero mai un livello intollerabile.

Sembrava che, per i membri della squadra, quest’ultima fungesse non solo come contenitore delle loro emozioni negative, ma anche come schermo protettivo da un atteggiamento mentale di tipo depressivo che affiorava in alcuni di loro nel dopo- partita, delusi di non poter competere equamente.

In questi frangenti mettevo le vesti dello psicologo, non adottando un approccio interpretativo, ma rievocando loro il "patto" del gruppo, stabilito prima dell’inizio del campionato : "siamo qui per divertirci e se perdiamo, abbiamo dimostrato a noi stessi che non siamo inferiori a nessuno. Ci manca solo l’allenamento e gli altri non assumono neurolettici come noi".

Il mio approccio aveva lo scopo di "ricostruire" la loro autostima, mettendo l’accento sulla presa di coscienza della loro diversità e dei loro limiti ed infine sull’accettazione della stessa, senza drammatizzare la portata della sconfitta, atteggiamento a cui ricorrevano frequentemente nella vita quotidiana. Molte volte, ebbi modo di ripetere la formula del "patto" del gruppo, perché le ferite narcisistiche erano abbastanza evidenti, soprattutto all’inizio del campionato, quando le sconfitte erano vissute quasi come delle disfatte, considerando il numero di goals subiti...

In seguito, constatai che il "patto" del gruppo era stato introiettato dai membri stessi. : il gruppo si faceva carico della tristezza e della delusione del singolo, invitandolo a continuare a giocare, senza rinunciarvi. In questi momenti, rimanevo volutamente in disparte.

Il gruppo espletava la funzione di "holding" o quella dell’"io-pelle" ; mi sembrava che fosse stato raggiunto già un ottimo risultato a livello di maturazione psicologica, soprattutto nelle area della capacità di tollerare la frustrazione, di sentirsi parte di un gruppo che si configurava come gruppo di auto-mutuo-aiuto.

Da come si può capire dalla lettura dell’articolo, iniziai questa esperienza assimilandola ad una sorta di sperimentazione sul campo.

Le ipotesi da me formulate sugli effetti che il gioco del calcio avrebbe avuto sugli utenti da me seguiti, sia in quest’attività che nei gruppi terapeutici, erano le seguenti :

1- un maggior senso di appartenenza grazie alla cooperazione tra i ragazzi per ottenere lo scopo( cercare di vincere), quindi un aumento di autostima ;

2- la possibilità di canalizzare le energie, soprattutto le componenti aggressive, in un’attività di gruppo socialmente accettata, avrebbe potuto permettere una maggiore integrazione intrapsichica degli aspetti aggressivi della personalità ;

3- le sconfitte a cui saremmo inevitabilmente andati incontro, avrebbero potuto stimolare negli utenti l’elaborazione del senso del limite e del confronto costruttivo con gli altri e con la realtà.

In realtà, gli effetti della pratica sportiva realizzata con i presupposti succitati sono stati ampiamente maggiori delle attese : in seguito a questa esperienza, posso quindi affermare che la riabilitazione psico-sociale attraverso la pratica sportiva di gruppo, è efficace. Non solo ha un effetto aggregativo su coloro che la praticano, ma ha anche notevoli effetti terapeutici ed educativi.

Uno degli indici più evidenti è costituito dal fatto che, durante lo svolgimento del torneo, nessuno dei membri della squadra fu ricoverato in repartino, né tentò la fuga dalla Comunità, come spesso avviene. Si può ritenere che ciò sia dovuto proprio ad un maggior senso d’appartenenza e ad un raggiunto maggior controllo degli impulsi aggressivi e distruttivi, dovuto probabilmente al fatto che il gruppo-squadra si era strutturato sia come un gruppo di pari aventi un obiettivo comune e la motivazione alla collaborazione, sia come gruppo materno in cui erano presenti capacità di holding. Era diventato un gruppo di sostegno affettivo.

Inoltre, gli utenti raggiunsero un livello di serenità tale da verbalizzare in modo meno difensivo i loro vissuti durante i gruppi di discussione serali, prendendo coscienza del fatto che dovessero "esserci", lì ed ora, senza voler scappare da se stessi e spingendosi fino a ritenere fondamentale il proseguimento del proprio percorso terapeutico fino alla sua scadenza.

Quindi, l’attività sportiva doveva fungere, per chi ne usufruiva, non solo da anti-stress, ma anche come Io ausiliario.

Infine, dal punto di vista comportamentale e del controllo degli impulsi, si notò una netta remissione in questa direzione, tra quelli che giocavano a calcetto : l’attività sportiva aveva effettivamente dato loro l’opportunità di canalizzare le proprie energie in un contesto socialmente accettato, supportato da regole rispettate da tutti ; infatti, non ebbero mai gesti violenti etero-aggressivi né confronti degli avversari, né nei confronti dei loro pari, perché accettavano di più la vicinanza con l’altro.

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