FLOW E ZEN

 

 

"Oggi sono passato alla cassa. Non mi avrebbe fermato

nessuno. Viene premiata la mia serietà e passione.

Ho vinto la corsa più importante della mia vita. Non ce n’era per nessuno.

Oggi ero veramente un rullo compressore."

Baldini, vincitore della maratona alle Olimpiadi di Atene 2004.

 

 

 

La prestazione sportiva è eccezionale, tutto sembra fluire senza alcuno sforzo, come se l’atleta fosse in un "momento magico", nel quale tutto si svolge perfettamente, sia dal punto di vista mentale che fisico. E’ questo lo stato di Flow, un’esperienza caratterizzata da un vissuto di spontaneità e naturalezza, con totale assorbimento in ciò che sta accadendo, che si accompagna ad un senso di potenza e di soddisfazione profonda…insomma, uno "stato di grazia".

Recentemente, la Psicologia dello Sport si è soffermata sullo studio di ciò che atleti di alto livello già facevano sul piano mentale, spesso in maniera inconsapevole, e che garantiva loro ottime performance. La teoria si basa sull’idea che incrementando il rendimento degli atleti, aumenta la probabilità di conseguire il risultato desiderato. Questi studi si sono occupati anche dello stato di Flow e da queste ricerche è emerso che, tramite il "mental training" è possibile trasferire i sentimenti sperimentati in situazioni di Flow in altre situazioni, in modo da favorire la ripresentazione di questo stato.

Dal XIII secolo, in Giappone, i primi maestri zen ricercavano nell’Arte del tiro con l’arco un’esperienza spirituale caratterizzate da una "tensione senza intenzione", che molto ricorda l’esperienza dello stato di Flow. Ancora oggi in Giappone il tiro con l’arco viene praticato come un "rito", nonostante sia lo sport nazionale.

In questa tesina verranno illustrati lo stato di Flow e l’arte zen del tiro con l’arco, con lo scopo di effettuare un confronto tra le due esperienze: al di là dell’aspetto filosofico della dottrina zen, possiamo ipotizzare che ciò che provano gli arcieri giapponesi quando scoccano la loro freccia sia un’esperienza di Flow?

 

 

Lo Stato di Flow.

Con il termine "Flow" si intende uno stato mentale in cui le persone sono totalmente immerse in ciò che stanno facendo e tutto il resto sembra non avere importanza.

Negli Stati Uniti, per descrivere questi momenti, si utilizzano espressioni come "everything clicks" o "to be in the zone", in Italia invece viene semplicemente definito come "stato di grazia".

Lo stato mentale di Flow, assieme alla preparazione tecnica, tattica e atletica degli sportivi, concorre alla riuscita di prestazioni eccellenti o "Peak Performances"(prestazioni superiori allo standard individuale).

In questo stato mentale l’attenzione è focalizzata sugli stimoli rilevanti della prestazione ed utilizza al meglio tutti i canali sensoriali. L’atleta è totalmente centrato sul compito, tanto da avvertire una distorsione spazio-temporale dell’esperienza, così gli avversari possono essere "visti" come più piccoli o più lenti, oppure certe azioni di gioco essere percepite come già vissute in passato o come se vissute al rallentatore. Si tratta di un’esperienza di totale coinvolgimento nel presente, una sensazione di armonia con quanto sta accadendo, il livello di intensità è tale da creare un’assenza di valutazione critica degli eventi a favore di una semplice e naturale esecuzione psicofisica. Tutto avviene alla perfezione in maniera fluida e senza sforzo, con la sensazione di "essere spettatore della propria gara".

Una spiegazione fisiologica dello stato di Flow, deriva dal fatto che in tali situazioni l’atleta utilizza in modo completo e simultaneo le potenzialità di entrambi gli emisferi cerebrali. Gli studi sulla lateralizzazione emisferica hanno mostrato come gli emisferi cerebrali presentano una parziale specializzazione per certe funzioni, così vediamo che l’emisfero sinistro è sede della razionalità, da cui derivano apprendimento motorio e perfezionamento del gesto tecnico, mentre l’emisfero destro è coinvolto con l’emotività e quindi con l'elaborazione delle immagini e l’esecuzione di movimenti automatizzati. Durante lo stato di Flow esiste una perfetta comunione tra mente e corpo,il che permette di esprimere il proprio pieno potenziale, senza essere frenati da insicurezza, difficoltà di concentrazione, fatica o problemi tecnici.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, non si tratta di un’esperienza estatica, in cui l’individuo è in balia delle proprie emozioni e sensazioni, bensì di una situazione in cui il soggetto è "attivo" e il suo stato risulta di consapevolezza, controllo e impegno in una situazione di completo "equilibrio tra sfida e abilità percepita".

Da quanto detto finora e dai vari studi fatti sul Flow, tra cui quello di Jackson e Marsh (1996), emerge che le caratteristiche di questo stato psico-fisico sono:

La capacità di programmare mete chiare a breve, medio e lungo termine è legata alla percezione di equilibrio tra sfida e abilità, poiché gli obiettivi devono poter essere riprogrammati ogni volta che la gara diventa troppo ardua per le capacità dell’atleta e ciò rappresenta una fonte di forte motivazione intrinseca. La programmazione di mete facilita inoltre l’insorgenza della concentrazione sul compito, stabilendo un preciso oggetto su cui focalizzare la propria attenzione.

Psicologi e allenatori possono lavorare insieme sulla predisposizione al Flow, creando quelle condizioni oggettive, reali, situazionali che possono condurre l’atleta a sperimentare questo stato.

Con le opportune tecniche di "mental training" è possibile riprodurre il vissuto positivo legato alle situazioni di Flow, accrescendo il senso di autostima e andando ad innescare un circolo virtuoso in grado di creare i presupposti affinché la "Peak Performance" diventi una condizione volontaria ricercabile attivamente. Lavorando sulle caratteristiche della sfida, quali l’equilibrio tra sfida e abilità, la pianificazione di chiari obiettivi e il feedback immediato, poi le altre condizioni dovrebbero venire da sé, come conseguenza di tali condizioni di partenza. Aumentando la frequenza degli stati di Flow in allenamento, aumenta la probabilità di un loro raggiungimento in situazione di gara.

 

 

Zen e tiro con l’arco.

"Il Dojo è ricavato nel suo giardino; le sue

orecchie non sentono, i suoi occhi non vedono,

ma la sua mente e il corpo sono in perfetta sintonia

coordinata nei gesti del rituale…"

descrizione dell’azione del maestro Anzawa

 

Le Arti giapponesi come la cerimonia del te, la disposizione dei fiori, la pittura con inchiostro di China, la spada e il tiro con l’arco,… risalgono ad una radice comune: il buddismo. Più in particolare, si rifanno al Buddismo Dhyana, che in Giappone si chiama Zen.

Per lo Zen, la vera "arte" è senza scopo, senza intenzione, e quindi per compiere l’atto perfetto bisogna attendere il vuoto del pensiero, cioè "il non pensiero del pensiero".

Come per tutte le "arti" praticate in Giappone, anche nell’esercizio del tiro con l’arco o Kyudo, uno degli elementi essenziali è il fatto di non perseguire alcun fine pratico, né di proporsi un piacere puramente estetico. Il tiro con l’arco diventa un "tirocinio per l’anima", affinché la coscienza si avvicini alla realtà. Così, il tiro con l’arco non viene esercitato soltanto per colpire il bersaglio, ma perché la coscienza si accordi armoniosamente all’inconscio.

La tecnica va superata, così che l’appreso diventi un’arte inappresa, che sorge dall’inconscio. Ciò significa che il tiratore e il bersaglio non sono più due cose contrapposte, ma una sola realtà.

L’arciere zen non è più consapevole di essere un individuo che deve colpire il bersaglio e questa condizione di "inconsapevolezza" la raggiunge solo se perfettamente libero e distaccato da sé, se è tutt’uno con la perfezione della sua abilità tecnica.

I maestri arcieri insegnano agli allievi ad imparare la giusta attesa, staccandosi da se stessi e lasciandosi dietro tutto ciò che è proprio, in modo che ciò che rimane sia solo una "tensione senza intenzione". Le condizioni necessarie sono il rilassamento fisico e la libertà spirituale, che si ottengono attraverso la respirazione e l’abbandono radicale dell’Io. Respirare e concentrarsi sulla respirazione stessa permette di smorzare gli stimoli esterni ed interni e di raggiungere l’atteggiamento di inazione.

Queste tecniche venivano praticate dai guerrieri del Sol levante durante la guerra, i quali tramite pratiche di concentrazione e controllo mentale riuscivano a ricreare in sé uno stato mentale di completa indifferenza e calma che permetteva loro di scagliare con la massima efficienza le frecce anche durante la battaglia.

Gli arcieri giapponesi dicono: "Un colpo-una vita!", in tale colpo arco, feccia, bersaglio e Io si intrecciano in modo che non è possibile separarli: la freccia scoccata è la vita dell’arciere e il bersaglio è l’arciere stesso. Di fronte al bersaglio l’arciere fa i suoi passi e si pone in posizione di tiro senza che la mente se ne occupi, i suoi gesti incoccano la freccia e poi eseguono: si sviluppa la massima energia possibile del corpo e della mente, l’arco viene teso fino allo stremo, infine la freccia è scoccata… e una perfetta azione si è conclusa!

 

 

Conclusioni.

Abbiamo visto come nell’esperienza dello stato di Flow e nel Kyudo ci sia una "perfetta comunione tra mente e corpo". L’azione viene svolta in entrambi i casi senza sforzo e con assoluta fluidità, come dicono i maestri zen in una "tensione senza intenzione", apportando il giusto grado di tensione affinché l’azione sia efficace, ma contemporaneamente rilassando la muscolatura attraverso la concentrazione sull’azione stessa. In una condizione in cui tutta l’energia dell’atleta scorre verso il raggiungimento dell’obiettivo e l’attenzione resta focalizzata sul compito, senza alcun ascolto per gli stimoli interni fisici ed emotivi.

Nello stato di Flow atleta e azione sono un tutt’uno, così come nel Kyudo arciere e bersaglio sono una sola realtà: non ci si chiede se l’azione viene eseguita al meglio, ma la si esegue e basta, con un totale controllo dell’azione stessa, che risulta però inconsapevole. La tecnica diventa marginale, deve essere assorbita a livello inconscio e applicata con naturalezza e spontaneità.

Al termine delle due esperienze descritte ciò che abbiamo è una prestazione eccellente (peak performance) o come dicono i maestri zen un’azione perfetta.

 

 

 

 

BIBBLIOGRAFIA

 

"IL VIAGGIO DI TEO", C. Clément 1999.

"ATLETI, ALLENATORI E SQUADRE. LA PSICOLOGIA DELLO SPORT IN UNA PROSPETTIVA SISTEMICO-RELAZIONALE", D. Tortorelli 2004, articolo tratto dalla rivista"Ecologia Della Mente" 1/2005 Rivista Interdisciplinare Per La Costruzione Di Un Comportamento Terapeutico.

"IL SENTIERO DEL BUDDHA", T. Lowenstein 1997.

"ALLENAMENTO MENTALE PER GLI SPORTIVI", T. Garratt 1999.

"PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’ NELLO SPORT", G.P.Lombardo e P. Cavalieri 1994.

"KYUDO.UN ARCO TESO TRA CIELO E TERRA", V. Brizzi, articolo tratto dalla rivista "Tiro con l’arco".

"IL KYUDO:L’ARTE MARZIALE DEL TIRO CON L’ARCO GIAPPONESE", L. K. Manzo.

"LO STATO DI FLOW NEL BASKET", S. Monti 2000, ricerca tratta dal sito Internet www.psychonline.it.

"FLOW E PRESTAZIONE ECCELLENTE", M.Muzio 2004.

"PREPARAZIONE PSICOLOGICA ALLO STATO DI "FLOW"", G. Pirola, elaborato tratto dal sito Internet www.usap.it .

"SPORT E PRESTAZIONE OTTIMALE: L’ATLETA IN STATO DI FLOW", R. Soncini, elaborato tratto dal sito Internet www.cerpsfriulvg.com.

DISPENSE II MASTER IN MENTAL TRAINIG 2005.

 

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