La psicologia dell'infortunio

(di Lisa Buehler lisa@ticino.com)

La mia esperienza sul campo: l'infortunio di un giovane calciatore

Il lavoro dell'operatore di psicologia dello sport è quello di intervenire quando l'atleta non è in grado da solo di far fronte ad un problema che lo blocca o che ne limita la performance. Molte teorie sono state fatte sulla gestione degli infortuni, le tecniche di intervento sono molte e sicuramente tutte valide ma molto spesso il passare dalla teoria alla pratica risulta complicato.
Voglio raccontare quindi una bella esperienza vissuta con un calciatore che ho avuto possibilità di seguire e di aiutare qualche mese fa, e che dimostra quanto sia importante, nel lavoro diretto con un atleta, conoscere si le basi e le teorie di psicologia sportiva, ma quanto bisogna saper ascoltare, immedesimarsi, parlare, conoscere lo sport e le sue regole, ma soprattutto valutare quello che si sta facendo in ogni momento. Ogni persona è diversa, ha sentimenti ed esperienze diverse e quindi reagisce o meno ad alcuni stimoli che non possono essere standardizzati.
Dobbiamo porci, in quanto operatori di psicologia sportiva, nella posizione di un mezzo, che un atleta ha a disposizione per migliorarsi, deve in un certo senso essere lui a farci capire cosa cerca, di cosa ha bisogno, e noi imparare a capirlo malgrado a volte siano richieste poco esplicite.
Nella storia che sto per esporre non parlerò con linguaggio tecnico o di teorie da manuale, ma cercherò di esporre i fatti concreti, le sensazioni e le scelte che ho fatto guidate anche dall'istinto e dal buon senso, che tutti noi abbiamo… riportando principalmente le idee, i pensieri e gli scambi di opinioni avuti con Matteo (nome fittizio).


1. La presa di coscienza della situazione - quando intervenire? Come valutare?
Sono stata chiamata da un amico, Christian, che gioca in una società calcistica di lega minore, per presenziare ad un allenamento della squadra. Ho subito chiesto perché volesse la mia presenza e mi ha raccontato che un suo compagno, tra l'altro un giocatore molto valido, di 20 anni, era tornato ad allenarsi da poco in seguito ad un infortunio ai legamenti della caviglia destra e che, mi riferiva, dal suo rientro non era più lo stesso. Era la prima volta che a chiedere il mio intervento non era direttamente l'atleta o la società in questione. Naturalmente ho accettato di andare all'allenamento e mi sono presentata al campo di calcio.

Mi sono presentata all'allenatore, che devo dire si è subito dimostrato disponibile, e in seguito ho fatto veloce conoscenza di Matteo, un ragazzo sorridente, simpatico e incuriosito dalla mia persona. Non mi sono presentata in qualità di operatrice di psicologia sportiva, ma di persona esperta in programmi di recupero sportivo in seguito ad infortuni e che tra le mie conoscenze c'era ovviamente una buona base di psicologia legata allo sport. Questo per evitare la diffidenza che nasce dal pregiudizio verso la figura dello psicologo sportivo, ancora erroneamente visto come un medico più che come un "allenatore mentale".
Abbiamo avuto modo di parlare qualche minuto, in modo naturale ed informale, del suo infortunio e della situazione attuale, che lui subito ha definito "senza grandi problemi, anche se ogni tanto, a dipendenza dell'esercizio, avverto ancora un po' di dolore... ma sono contento di essere tornato ad allenarmi.. speriamo vada tutto bene".
Mi sono seduta a guardare l'allenamento, con un occhio attento ai movimenti, ai gesti, all'impegno di Matteo in campo... senza notare niente che potesse farmi pensare a qualche problema.. una corsa pulita, buona concentrazione e interazione con i compagni. In due occasioni ha chiesto di potersi fermare un attimo perché sentiva un po' di dolore ma poi rientrava in campo tranquillo. Cosa voleva dire quindi il suo compagno quando mi ha detto che non era più lo stesso?

A fine allenamento ho avuto l'occasione di parlare con Christian e gli ho diretto proprio questa domanda.. sottolineando che correva bene, si impegnava, anche se a volte si doveva fermare ma era del tutto comprensibile e normale al rientro dopo un lungo periodo di pausa.. ho poi proseguito dicendogli "ha avuto la fortuna di infortunare il piede meno forte, ovvero il destro.. e visto che gioca e conduce di sinistro, questo è già un vantaggio". La risposta a questa affermazione mi ha permesso di capire invece che la realtà era ben diversa, poiché mi mancava un dettaglio che Christian non mi aveva ancora rivelato: "Ti sbagli… lui ha sempre giocato di destro!".


Purtroppo avendo ricevuto questa informazione a fine allenamento, non ho potuto farmi realmente un'idea di quanto questo fatto fosse vero o meno. Nessuno forse, allenatore compreso, si era accorto di questo cambiamento a parte Christian, che da anni gioca in attacco al suo fianco, e nessuno sembrava aver mai affrontato il problema con questo ragazzo.
Ho chiesto se era possibile essere presente anche al prossimo allenamento, ho domandato direttamente a Matteo se gli avesse creato problemi e lui mi ha invitata a ritornare, con un grande sorriso, per sottolineare che non gli creava nessun problema.


Al secondo allenamento non ho perso un solo colpo di palla e le parole di Christian sono state confermate: mai un calcio, mai un passaggio con il piede destro. Ho anche poi capito e notato quando Matteo chiedeva di fermarsi per presunti fastidi alla caviglia: al momento dell’uno contro uno e della serie dei tiri in porta. Finito l'esercizio riprendeva l'allenamento normalmente.
Questo significava per me un campanello d'allarme più che evidente: Matteo aveva una grande paura di rifarsi male a tal punto da evitare tutte le situazioni pericolose e cambiando il suo comportamento di gioco, sicuramente non senza fatica, da destro a sinistro. Questo sicuramente non doveva essere facile per lui, come il riuscire a mascherare il tutto con una grande naturalezza che stava "ingannando" anche il suo allenatore e i suoi compagni.


La fase del rientro in campo dopo un infortunio prevede il passaggio di una fase di incertezza e paura di infortunarsi nuovamente, ma solitamente non si prolunga per settimane e non crea dei cambiamenti di comportamento e di gioco così forti. Quindi ho valutato il problema come serio: sicuramente qualcuno doveva intervenire al più presto.
Il mio primo problema, dopo aver capito il suo disagio, era quello di cercare di capire fino a che punto il giocatore stesso era coscio di questo suo problema (in psicologia si parla di comportamento sintonico o distonico), del quale non aveva reso partecipe nessun compagno. Come mai? Forse per paura di mostrarsi debole? Forse per non perdere il posto in squadra? Forse semplicemente perché alla fine per lui non era un reale problema da risolvere? Per quanto tempo avrebbe retto una situazione così?
Non stava a me dare subito una risposta, anche se l'intuito aiuta molte volte, ma in alcune situazioni l'unica prima soluzione era parlarne con lui, o almeno dargli la possibilità di esprimersi. Ma soprattutto, l'avrebbe fatto con me? Probabilmente no.

Cosa potevo fare quindi in questa situazione? Certamente non avevo diritto di passare le informazioni avute da Christian a terze persone, come l'allenatore o il preparatore atletico, e nemmeno volevo esplicitamente dire a Matteo che il suo compagno e amico mi aveva avvertito di questo problema, senza il suo consenso.
Ho provato a parlare con Matteo durante una breve pausa. Gli ho chiesto come mai si dovesse fermare spesso, se la caviglia gli facesse male, come gli facesse male, se fosse gonfia o meno.. ma le risposte erano sempre chiare "va tutto bene, fa solo male a volte, ma poi passa". Gli ho consigliato di fare ancora una visita medica per essere tranquillo ma questa mia presa di posizione lo ha innervosito, ed ha cominciato a farmi capire che il discorso non era più di suo gradimento, ricordandomi che lui non aveva mai espresso la volontà di essere seguito nel suo periodo di rientro in squadra ribadendo di non aver assolutamente nessun problema e che se così fosse stato sarebbe stato in grado di gestirlo da solo. Un buon modo, questo, per farmi capire che non intendeva assolutamente parlarne con me. Matteo aveva volutamente chiuso il canale comunicativo con me.


Avevo, a questo punto, due possibilità: lasciarlo andare sapendo di non aver più la possibilità di parlare con lui (non avrei certo accettato di aiutarlo se non fosse stato lui a chiedermelo volontariamente) oppure potevo provare a metterlo davanti al problema non con le parole ma con i fatti, in casa sua, ovvero in campo.

Ho aspettato la fine dell'allenamento e ho chiesto al suo allenatore se potevo trattenermi un momento sola con lui sul campo. Ottenuto il consenso, sono scesa in campo chiedendo a Matteo di fermarsi 10 minuti con me. "Ti ho detto già prima che non ci sono problemi, perché questa cosa?" mi sono sentita chiedere con molto nervosismo, forse dovuto alla situazione inaspettata.

La mia risposta è stata chiara e diretta "voglio esserne convinta ma se ti crea dei problemi lasciamo stare, non sei obbligato". Questa è stata presa da lui come una sfida: si aspettava sicuramente una messa alla prova, ma naturalmente non sapeva quale sarebbe stata.
Con gentilezza e fiducia gli ho semplicemente chiesto di correre sul perimetro di metà campo, gli ho chiesto di concentrarsi sulla corsa, di mantenere un buon ritmo e di appoggiare bene i piedi a terra.
Mi ha sorriso, sicuramente sollevato dalla semplicità di tale esercizio, che ben sapeva di poter fare senza problemi, avendo oltretutto una buona condizione fisica di resistenza. Senza problemi ha annuito e cominciato a correre, motivato a dimostrarmi che era tutto sotto controllo. Ogni tanto gli chiedevo come andasse la caviglia, se sentisse dolore, e lui mi ha sempre dichiarato di star bene e di non aver alcun fastidio. Nel frattempo mi sono procurata un pallone e l’ho volutamente usato come "sedia" a centrocampo in modo da fargli capire che non centrava nulla con il suo esercizio. Dopo 10 minuti di corsa gli ho nuovamente chiesto come stesse e dopo aver ricevuto l'ultimo "tutto perfetto!" gli sono andata incontro sulla metacampo, l’ho fermato e gli ho chiesto, indicandogli il pallone sul dischetto degli 11 metri, di correre sulla palla e di calciarla in porta. Indubbiamente preso alla sprovvista, senza dire nulla si è diretto sulla palla, ma al momento del tiro si è fermato e girandosi verso di me ha detto "no". Ho replicato "come no? Sei una punta, quanti tiri in porta fai durante una partita? Dai! Hai detto che non ci sono problemi, forza, un solo tiro e poi ti lascio tranquillo!" e lui "ho detto che non lo faccio, non voglio". In quel momento aveva capito che ero al corrente del suo problema e quindi potevo permettermi di affrontare il tema, ma mi sono trovata di fronte ad una reazione inaspettata: quando mi sono avvicinata a lui ho notato che aveva le lacrime agli occhi ed un pianto contenuto ma che lasciava trasparire quanta sofferenza teneva dentro. Con un sorriso sforzato, prima che potessi dire qualcosa, mi ha detto "…questo è un bel problema.. vero? Ti prego dimmi che si può risolvere perché non sai quanto fa male aver paura di calciare la palla, io adoro il calcio non ci voglio rinunciare, voglio giocare come prima, divertirmi.. quanto mai mi sono fatto male quel giorno maledetto...". Non potevo che rassicurarlo dicendogli con fermezza "certo che si risolve, stai tranquillo, hai grinta e si vede.. hai solo bisogno di qualcuno di competente che ti dia una mano a capire in che direzione andare. Quello che ho voluto fare stasera l’ho fatto per fare capire qualcosa a te e penso che ora sia giustamente tu a dover decidere cosa vuoi fare. So bene che questa situazione deve essere pesante e difficile da gestire, forse ce la faresti sicuramente da solo.. ma con un aiuto ci impiegheresti certamente meno tempo e con meno dispendio di energie".

Da quel momento si era riaperto un canale di comunicazione tra lui e me, ora che io ero al corrente del suo problema lui si è trovato nella situazione dove il suo disagio veniva condiviso con qualcuno, e soprattutto, con qualcuno che sapeva come aiutarlo.

"Christian mi ha raccontato che hai già allenato qualche calciatore dopo un infortunio.. so che te ne intendi.. quello che hai appena fatto con me mi dimostra che sai quello che fai.. e mi fido... mi piacerebbe provare ad allenarmi con te, perché a questo punto non ho nulla da perdere.. ma per ora non mi sento di parlarne con il mio allenatore o con i compagni.. loro contano molto su di me.. pensi di poterlo fare?" - "Certo, molto volentieri, quando vuoi" e Matteo: "Subito, domani!!"

Questo è quello che mi aspettavo: la richiesta diretta di un aiuto da parte del calciatore stesso, senza essere condizionato da nessuno. Questo è il punto di partenza più importante per cominciare un lavoro di riabilitazione e psicologia sportiva. Se Matteo non avesse richiesto il mio intervento non mi sarei imposta, né avrei accettato di farlo su domanda di terze persone.

 

I problemi iniziali

Quando si decide di seguire un atleta e quindi di preparare un programma di allenamento e di mental training, ci si trova subito confrontati con dei problemi non da poco: uno tra questi è trovare il consenso di allenatore e società sul metodo di intervento. Nel caso di Matteo andava affrontato un tipo di allenamento in campo differenziato e personalizzato e quindi questo significava portare via dagli allenamenti di squadra il giocatore per un certo periodo di tempo. Come spiegare questa necessità al suo allenatore senza potergli spiegare il reale problema del ragazzo? La società mi avrebbe permesso di utilizzare il campo fuori dai normali orari di allenamento?

Questi problemi raramente nascono quando è la società stessa a chiedere una collaborazione, ma in questo caso non è avvenuto e quindi mi sono trovata di fronte ad un grande scetticismo e a tante domande sul perché fosse necessario agire in questo modo.

Dopo varie discussioni sono riuscita a far capire ai dirigenti che la cosa più importante, anche per loro, era quella di rispettare la scelta di Matteo e soprattutto di capire che io non stavo cercando di sostituirmi al lavoro di nessuno e che tale scelta non significava una presa di posizione critica o l’intenzione di svalutare il lavoro e le qualità del suo allenatore.

Con molta titubanza ho ricevuto l’OK definitivo, anche grazie all’aiuto di Matteo stesso. Un mese di tempo a disposizione.

A questo punto andavano solo definite le date e gli orari dell’allenamento per poter riservare il campo, la durata e il contenuto di ogni incontro.

Il primo incontro ufficiale – definire un programma

Per il primo incontro ho lasciato che fosse Matteo a scegliere il posto dove trovarci e dove affrontare una delle parti più importanti del lavoro: quello di definire un programma preliminare di allenamento. La sua scelta è caduta, come spesso capita, sul luogo dove si svolgeranno i nostri incontri, e quindi direttamente nella sede sportiva della sua società, quella che lui ama definire la sua seconda casa. Il fatto di lasciare che sia l’atleta a indicare il luogo a lui più consono è a mio parere molto importante, poiché le sedute fatte ad es. in uno studio o in un luogo "asettico", che non ha nessun legame con l’ambiente sportivo, difficilmente porteranno agli stessi risultati. Naturalmente, anche se all’esterno, il posto dove essere tranquillo, lontano da rumori, da disturbi o da sguardi curiosi. Fortunatamente il campo di calcio di questa società è immerso nel verde, lontano dai centri abitati e da strade trafficate: andava quindi più che bene.

Per la definizione del programma bisogna essere in possesso di alcune informazioni basilari:

Nel mio caso dettato dalla società, ovvero un mese

Considerato che Matteo da 5 settimane si allenava con la squadra due volte a settimana senza contare la partita del weekend, abbiamo deciso di mantenere il numero di allenamenti di base e di considerare il giorno della partita come ulteriore giorno da sfruttare. Quindi in totale 3 incontri la settimana, ovvero 12 sedute in un mese, della durata ciascuna di ca. 1h30.

 

 

Cosa ti aspetti da me? Ecco una domanda talmente scontata che spesso viene tralasciata.

Avevo bisogno si capire cosa si aspettasse Matteo da questo periodo di lavoro insieme, non tanto quali risultati si aspettasse, ma principalmente che ruolo si sentiva di attribuirmi. Come sempre ho voluto che fosse lui a darmi il mio ruolo senza chiederlo io. Ricevere l’autorità dall’atleta significa non doversi imporre ed essere quindi nella posizione di poter condurre il programma e prendere alcune decisioni senza problemi. A questa domanda la sua risposta è stata chiara e positiva: "Io ti ritengo esperta nel tuo campo, io nel mio in quanto giocatore di calcio da anni, penso che tu non sia qui per insegnarmi nulla di nuovo, e non è questo che voglio. Conosci il mio problema e mi affido a te per riuscire a risolverlo. Per me però questa è una situazione nuova, non so cosa faremo, cosa mi chiederai, ma tu dimmi cosa devo fare con chiarezza e io cercherò di farlo con impegno, mi fido della tua competenza".

"Mi fido della tua competenza": ecco un segnale molto chiaro da parte di Matteo. Ha chiarito subito i ruoli, sottolineando anche che non si aspettava da me nessun insegnamento sul suo sport, ma unicamente un metodo concreto per vincere le sue paure. E a questo io dovevo attenermi o avrei perso il suo consenso. Rispettare i ruoli è essenziale.

A mio turno gli ho spiegato esattamente cosa io mi aspettassi da lui: fiducia, costanza, impegno e comunicazione. In qualsiasi caso gli ho spiegato che per me era importante essere sicura di essere sempre al corrente di quello che succedeva, di cosa provava, di quali fossero le sue opinioni e che assolutamente non mi aspettavo da lui un ruolo passivo, anzi, che proprio le sue idee e sensazioni dovevano diventare la linea guida del programma. Un lavoro in team, io mettevo a disposizione le mie conoscenze e lui le sue, per trovare la strada migliore: questo discorso è subito piaciuto a Matteo, poiché gli conferivo potere decisionale e controllo su quello che si sarebbe fatto in campo e questo lo rassicurava e motivava al tempo stesso.

La definizione degli obiettivi è un altro passo importante che va discusso con l’atleta. Per Matteo l’unico obiettivo era il tornare a giocare come prima, senza problemi, sereno e sicuro nei suoi mezzi. Naturalmente questo era l’obiettivo finale, ma nella gestione di un problema vanno individuati dei traguardi intermedi, facilmente individuabili e quantificabili. Gli ho spiegato che in ogni allenamento doveva esserci un miglioramento, come il salire una scala, gradino per gradino. Quali dovevano essere questi gradini? Il primo era quello di riuscire ad allenarsi senza stress e senza la paura di sentirsi obbligato a fare qualcosa che non si sentiva in grado di fare. Secondariamente individuare delle tecniche di bloccaggio dei pensieri negativi e della paura di rifarsi male. Per fare questo bisogna individuare le cause di tali paure e riuscire a scavalcarle mettendole in secondo piano. Come terzo passo l’iniziare a prendere confidenza con la palla e la caviglia infortunata fino a riprendere la coordinazione e la fluidità del gesto, riuscendo a spostare la sua attenzione dal controllo del movimento, dal dolore, dall’impatto con il pallone (stile attentivo interno ristretto), ad una visone più ampia ovvero il "come lo controllo, il dove lo direziono, come aggiro l’ostacolo" fino a trovare l’automaticità di esecuzione con il piede destro, come prima dell’infortunio.

Quali sono gli elementi e le situazioni che hanno portato Matteo a sviluppare questa paura senza riuscire a gestirla? In questo caso va affrontato con l’atleta un discorso dettagliato, che va dal racconto del suo infortunio, alle sue emozioni e alle emozioni di chi ha vissuto questo periodo con lui, dai compagni di squadra alla famiglia. È importante stare attenti in questa fase a non dare per scontato nessun dettaglio.

 

 

Nel mio caso ho chiesto a Matteo di raccontarmi inizialmente cosa significasse il calcio per lui, gli ho chiesto di raccontarmi la sua esperienza più bella, il goal che ricorda con più entusiasmo, per poi, dopo aver notato un suo rilassamento nell’esporre i fatti e nel ricordarli (in quanto esperienze belle) gli ho chiesto di come fosse accaduto l’infortunio, i primi soccorsi, le sue sensazioni, le reazioni sue e degli amici vicini. Lui raccontava e io cercavo di vivere l’evento con lui. Nei momenti di silenzio, cercavo di porgli delle domande semplici, con la curiosità di capire meglio e non con la pretesa di cercare di fargli dire qualcosa che sarebbe servito a me. Matteo ha parlato tanto, non mi ha tenuto allo scuro di nulla, ma ho notato che non mi parlava delle reazioni di persone esterne, era concentrato sull’infortunio dal suo punto di vista. In questo caso, con discrezione e sempre in modo gentile gli ho chiesto di raccontarmi cosa gli avesse detto il suo medico, come aveva reagito la squadra, come la famiglia. Da questo discorso sono riuscita a capire quali problemi, o stressors esterni, hanno interagito sul suo modo di gestire l’infortunio a livello mentale:

Stressor 1: il medico. "mi ricordo la prima visita, mi ha detto chiaramente che non avrei potuto più giocare a calcio, che la riabilitazione sarebbe stata dura e che se fossi tornato a calciare a tutta forza avrei potuto rifarmi male e questa volta si sarebbe dovuto operare.. quando ha saputo che la mia idea era certamente quella di tornare a giocare mi ha detto che era un mio rischio. Con il fisioterapista invece ho sempre avuto un buon rapporto, lui mi motivava e mi diceva che prima o poi sarei potuto tornare in campo.. ma ho sempre avuto la sensazione che lo dicesse unicamente per farmi piacere e tranquillizzarmi".

Poi ho chiesto a Matteo quanto contasse l’opinione del tuo medico, adesso.

"Non te lo so dire.. però è un medico, lui di infortuni ne vede tanti, se ha detto così probabilmente è vero e aveva i suoi motivi".

"Hai mai parlato con un altro medico? Sentito un’altra opinione?"

"no, sono sempre stato in cura da lui fin da piccolo, è il medico di famiglia, non ne vedo il motivo, per sentirmi ripetere le stesse cose da un altro… no grazie"

Matteo riconosce la competenza del suo medico e quindi non mette in dubbio quello che gli è stato detto, ovvero che non avrebbe più potuto giocare, almeno ad un certo livello agonistico. Questo ha influenzato il suo modo di percepire l’infortunio e la sua gravità. Ma questo dottore fino a che punto aveva ragione? Era il caso di sentire un’altra opinione, magari diversa e più ottimista? La mia unica sicurezza era quella che unicamente una persona con la stessa competenza e le stesse qualifiche di chi aveva pronunciato quella frase, avrebbe potuto confutarla avendo un peso per Matteo.

Stressor 2: la famiglia.

"E la tua famiglia come ti ha aiutato?"

"Mia mamma si preoccupava molto, lei è così di carattere, molto apprensiva, continuava a chiedermi come stavo, se avevo bisogno qualcosa… mio papà al contrario mi diceva che sono cose che succedono, che bisogna reagire ecc.. e poi ha giocato a calcio anche lui da giovane e di infortuni ne ha avuti anche lui ma è sempre tornato a giocare senza problemi, il dolore si sopporta finché passa, mi dice sempre".

"Come hanno reagito quando hai detto loro di voler ritornare ad allenarti?"

"mia mamma piuttosto male, diceva che ero matto che non avevo la testa sulle spalle.. mio papà invece mi ha sempre spinto a tornare in campo…"

Una mamma apprensiva che lo frenava, un papà che lo spingeva a reagire. Chi dei due aveva più forza su di lui? Come avrebbero reagito i due genitori al problema del figlio, se lui ne avesse parlato? Probabilmente la madre l’avrebbe frenato ancor di più, rafforzando l’idea che non era un bene tornare in campo, mentre suo papà l’avrebbe forse ripreso per un comportamento poco reattivo e poco "da uomo".

 

Stressor 3: la squadra e l’allenatore.

"Come hanno reagito i tuoi compagni e il tuo allenatore?"

"mi sono stati vicini, mi chiamavano per chiedermi come stavo e appena potevo muovermi con le stampelle andavo a vederli al campo. L’allenatore è molto bravo, mi ha sempre detto di impegnarmi e di guarire che mi voleva in campo, mi ha sempre fatto capire che ero importante per la squadra e questo per me contava molto".

"Hai sempre seguito la squadra durante il periodo di fisioterapia?"

"all’inizio si, appunto.."

"All’inizio?"

"si perché poi senza dirmi nulla hanno chiamato un ragazzo nuovo, una punta, che ha preso il mio posto in squadra.. momentaneo si diceva.. ma per ora è ancora in squadra e questo mi ha dato molto fastidio.. soprattutto perché non potevo dimostrare quello che valevo.. allora per non prendere rabbia non sono più andato ad allenamento anche se i compagni mi hanno sempre detto che il migliore ero io e che aspettavano il mio rientro… ed ora che mi trovo di nuovo in difficoltà.. quello intanto gioca e si tiene il mio posto.. e sai com’e’ la legge del calcio.. non è che se io rientro quel posto spetta ancora a me: dovrò riguadagnarmelo e la vedo dura"

Spesso capita che durante il periodo di infortunio la società si rivolga ad atleti sostituti senza curarsi dell’aspetto emotivo che questa scelta può avere sulla persona infortunata, che molto spesso resta delusa e arrabbiata da un tale gesto, anche se necessario per la squadra, soprattutto quando essa è ad un certo livello dove sponsor e dirigenti vogliono la vittoria e per i quali ogni giocatore è sostituibile. Una situazione difficile per qualsiasi atleta.

La definizione e la scelta del metodo vanno gestite con calma, con tutte le informazioni disposizione e con l’aiuto delle basi di psicologia sportiva.

Di cosa aveva bisogno Matteo?

Sicuramente di sbloccare la sua paura, rivalutare le situazioni e le informazioni esterne ricevute (dal medico, dai genitori..) e cambiare il suo comportamento di gioco.

Sicuramente un primo passo, come detto prima è il portarlo ad allenarsi senza stress: che metodo scegliere? La possibilità di sedute di rilassamento è stata scartata da me a priori, in quanto l’idea da subito era quella di un allenamento in campo.

Cosa causava stress a Matteo durante l’allenamento?

Gli esercizi con la palla, i tiri, i contrasti con i compagni. Togliere queste situazioni inizialmente dall’allenamento di base gli avrebbero permesso di allenarsi con più tranquillità, e lo sforzo fisico ritmico avrebbe contribuito a rilassare la tensione muscolare.

Per questo motivo ho proposto al calciatore di cominciare con due o tre allenamenti senza pallone, dove l’obiettivo era unicamente quello di concentrarsi sulla corsa, sui cambi di direzione, di velocità, gli stop, gli sprint e la resistenza aerobica. Tutti esercizi basilari per un calciatore, da lui conosciuti e che non gli avrebbero creato nessun problema. Questo avrebbe permesso a me di dimostrargli inizialmente una mia competenza nel guidarlo attraverso gli esercizi del suo sport e lui avrebbe cominciato ad allenarsi in una situazione che poteva gestire ed avere sotto controllo.

Dal terzo allenamento avrei reintrodotto la palla e gli esercizi di conduzione, associati a esercizi di imagery e di bloccaggio del negative thinking. Per aiutare la fase di ripresa del contatto con il pallone, dove chiaramente era sottointeso l’utilizzo del piede destro, ho deciso, avendo avuto già un’esperienza positiva, di addolcire l’impatto tramite l’utilizzo di un pallone di gommapiuma. Questo significava per Matteo la possibilità di calciare il pallone senza paura, di riabituarsi alla corsa con la palla e la conduzione di destro. Allo stesso tempo si poteva cominciare un lavoro di imagery di esercizi con la palla, come i calci lunghi e i tiri di rigore.

Solo dopo questi passaggi sarà possibile riprendere un tipo di allenamento normale, con il pallone da gioco regolare e, soprattutto alla fine, con la presenza di uno o due compagni, per simulare situazioni di gioco come passaggi, dribbling, contrasti, prima del rientro effettivo in squadra.

Ho rassicurato Matteo che lo avrei sempre informato a priori sul preciso contenuto di ogni allenamento e che non l’avrei mai messo di fronte a situazioni a sorpresa. Un fattore molto importante per evitare il "pacing effect", ovvero quando un giocatore risparmia energie fisiche e mentali per paura di doversi trovare ad affrontare situazioni a sorpresa, dure e faticose. Se Matteo avesse avuto qualche dubbio che avrei potuto metterlo di fronte ad una situazione per lui difficile da gestire, oltre a perdere la sua fiducia, probabilmente avrebbe adottato qualche meccanismo di difesa come nei precedenti allenamenti di squadra: la caviglia che fa male, il bisogno di fermarsi. Io volevo assolutamente evitare che questa situazione venisse a ripetersi, e l’unico modo era evitare sorprese informandolo sempre su cosa gli avrei chiesto di fare in allenamento. Una decisione da lui molto apprezzata e certamente condivisa.

Il programma in campo

Non mi soffermo qui sulla tecnica calcistica e sui metodi di allenamento in campo. Con Matteo mi sono impegnata a fornirgli un programma che non tralasciasse nulla di quello che comporta il suo sport, quindi ho sempre suddiviso ogni allenamento in tre parti: il riscaldamento e l’allenamento puramente fisico e cardio-respiratorio, esercizi di tecnica calcistica con e senza palla e una parte di psicologia sportiva in campo: ovvero la gestione dell’imagery e del bloccaggio di paure e pensieri negativi. Il vantaggio di fare questo lavoro direttamente in campo è la facilità di immaginare e di poter riprodurre subito dopo l’esercizio in concreto.

Interessante può essere però l’esempio del procedimento di gestione dell’imagery training nel mio caso.

La prima volta che ho affrontato questo tipo di esercizio con Matteo, è stato all’inizio del quarto allenamento. Ci siamo seduti a bordocampo e gli ho chiesto di ricordare un calcio di rigore finito in rete. "Ne ho fatti tanti.. cosa vuoi che faccia, devo raccontartene uno?". Gli ho risposto: "si raccontamene uno, ma cerca di raccontarlo dal di dentro, dalla tua prospettiva.. tutto quello che ricordi.. la situazione di gioco, gli avversari, il tempo, il campo.. prova a ricordare tutti gli elementi possibili prima del calcio di rigore. Prova a chiudere gli occhi così puoi concentrarti meglio."

Successivamente gli ho chiesto di ricordarsi il calcio di rigore, la rincorsa, la direzione decisa, il pallone, l’impatto del piede e il calcio che lo ha mandato in rete. Questo lavoro è stato fatto per riuscire a riportare alla mente il gesto del calcio, la riuscita del rigore senza preoccupazioni. La mente è molto elastica, può essere controllata ed è in grado di rivivere le sensazioni e gli stimoli vissuti in precedenza.

Dopo questo tipo di esercizio ho chiesto a Matteo di provare invece ad immaginarsi ora, sul suo campo, a calciare un rigore a porta vuota. In questo caso non gli ho chiesto di raccontarmi la sua immagine ad alta voce mentre lui provava a costruirla nella sua mente ma ho aspettato qualche minuto prima di chiedergli cosa vedesse. La sua risposta non mi ha colta di sorpresa: "È possibile che anche nella mia mente io mi blocco prima di calciare la palla? Perché veramente riesco ad immaginare tutto bene, ma non riesco ad immaginare il calcio, la palla non si sposta, come se sapessi benissimo che anche a calciarla non si muoverebbe.. come se fosse incollata a terra". Come prevedevo, l’immagine costruita nella sua mente corrispondeva alla situazione reale, il blocco e la paura di farsi male nel calciare la palla con forza si ripeteva anche a livello di imagery.

L’ho rassicurato che questo fatto era normale, di non preoccuparsi troppo, e gli ho spiegato il funzionamento della mente, dei ricordi, delle sensazioni e la tecnica dell’imagery per permettergli di capire come lavorare e che risultati si potevano ottenere.

Gli ho chiesto di continuare a cercare di visualizzare il calcio di rigore, di non darsi per vinto anche qualora la situazione non fosse cambiata. Un consiglio che ho poi dato è stato quello di immaginare se stesso, dopo essersi bloccato sulla palla, di prenderla in mano, di muoverla a terra in circolo con il piede, questo per rendersi conto che la palla è assolutamente libera e non incrementata per terra. Questa variazione nell’imagery ha portato buoni frutti. Con l’allenamento mentale Matteo è riuscito a gestire la sua visualizzazione fino a riuscire a calciare la palla in porta.

Questo era il momento di chiedergli di riprodurre questo gesto nella realtà, con il pallone leggero di gommapiuma. La mente aveva accettato di vincere la paura, ora doveva succedere realmente.

Molto titubante e visibilmente turbato Matteo si è preparato e concentrato sul suo tiro. Non l’ho forzato, ho aspettato che si sentisse pronto e che prendesse da solo l’iniziativa. L’ho seguito con grande attenzione, il mio cuore batteva quanto il suo, sapevamo entrambi che era un momento importante, e soprattutto mi auguravo il meglio.

Due volte ha fatto il gesto di cominciare la rincorsa, ma subito si è arrestato ritornando alla posizione di partenza. Ho pensato che forse era ancora troppo presto. In quel momento è ripartito, una rincorsa breve ma decisa, un calcio forte, rasoterra, dritto in rete. Un attimo di silenzio, sia suo che mio, quasi come per renderci conto di quanto avvenuto, e poi l’urlo di gioia di Matteo "Hai visto che tiro?! Ce l’ho fatta!"

Gli sono andata incontro per complimentarmi, mi ha abbracciata ripetendomi "Grazie! Grazie! Grazie!". Quello è stato il primo di una serie di tiri sempre migliori, sempre più calibrati, sempre meglio direzionati. Una prima chiara vittoria che ha caricato Matteo di sicurezza di motivazione e di voglia di migliorare al punto che ho dovuto ricordargli di andare sempre passo per passo e di non saltare le tappe stabilite.

Il passaggio dalla palla di gommapiuma al pallone regolamentare è stato un momento molto atteso da Matteo che voleva mettersi alla prova. Al primo allenamento ho dovuto chiarire con lui che non doveva ancora calciare in porta, ma che avrebbe fatto prima un lavoro su esercizi di conduzione, di slalom, di palleggio. Esercizi eseguiti perfettamente, senza nessun problema. Sicuramente sul campo c’era ora un calciatore completamente diverso da come l’avevo visto allenarsi le prime volte.

L’allenamento successivo è stato un altro successo: ho ricreato la stessa situazione della prima volta, il pallone in posizione di rigore. Matteo non aspettava altro e non si è fatto pregare: un momento di concentrazione, una rincorsa e un tiro potente, senza alcuna titubanza. E poi un altro, e un altro di nuovo fino ad avere il fiatone. La paura era ormai passata e la caviglia non dava nessun problema.

Il rientro in squadra e la ripresa agonistica

In 10 allenamenti Matteo è riuscito a raggiungere il suo obiettivo più importante e questo lo rendeva straordinariamente felice, e non potevo negare di sentirmi felice e soddisfatta pure io, per avergli permesso di arrivarci nel miglior modo.

Per gli ultimi due allenamenti ho chiesto l’aiuto di Christian, che ha naturalmente accettato di allenarsi con il suo amico, permettendogli di esercitarsi nei passaggi, nell’uno-contro-uno, nel dribbling. Molto impegno, ma soprattutto molte risa, molto divertimento, molta serenità.

Il mio lavoro era finito, Matteo era ora sicuramente in grado di continuare da solo, di ricominciare ad allenarsi con la squadra, aveva imparato a gestire le situazioni sfruttando le sue qualità mentali.

"Adesso puoi riprenderti il posto in squadra" gli ho detto alla fine dell’ultimo incontro. "Certo, adesso non mi ferma più nessuno, si accorgeranno subito della mia presenza… verrai a vedermi giocare, vero?!".

Come avrei potuto dire di no?! Alla fine il rapporto di fiducia reciproca e il lavoro costante insieme ci aveva permesso di costruire un amicizia che sarebbe durata senz’altro nel tempo.

Ho presenziato al primo allenamento con la squadra, tutto è andato bene, i compagni lo hanno festeggiato e lui ha subito dato prova di essere in grande forma. Ero sicura che non avrebbe incontrato nessun problema nemmeno in partita.

Purtroppo poi, per motivi di impegno, non ho potuto essere presente alle prime partite, ma ricordo una domenica, un messaggio sul cellulare con le testuali parole "Peccato che non c’eri oggi, perché ti ho dedicato il mio primo goal! GRAZIE!!! E naturalmente… abbiamo vinto!"

Niente di più gratificante!

 

Conclusioni su questa esperienza
Un problema risolto, uno sportivo che torna a divertirsi. Questo è l'obiettivo che mi prefiggo tutte le volte che vengo a contatto con atleti che vivono un momento particolare, difficile, demotivante, senza vittorie personali o in seguito ad un infortunio. Un operatore di psicologia sportiva deve mettere le sue conoscenze al servizio della persona, deve saper comunicare e saper ascoltare nel modo giusto. Non so quante teorie possano effettivamente insegnare il come si ascolta, sono convinta che sia una dote innata, che sicuramente può essere migliorata anche con l'esperienza, ma che è già presente in qualche modo nel profondo della nostra personalità.
La comunicazione con l'atleta sta alla base di tutto, riuscire a "toccare il suo cuore" permette di riuscire ad immedesimarsi nelle sue paure, nelle sue gioie, nel suo modo di vedere il suo sport e di praticarlo. Possiamo conoscere a memoria le teorie sul flow, sulla motivazione, sulla gestione dello stress, ma se non siamo in grado di capire l'atleta non arriveremo a lui e non saremo in grado di aiutarlo come vogliamo. Questo comporta però, per noi, un compito molto importante e non semplice: quello di informarci e imparare a conoscere lo sport seguito dall’atleta, le sue regole, i metodi di allenamento, le qualità fisiche necessarie per praticarlo, le leggi interne ecc. Fare psicologia sportiva lontano dall'ambiente sportivo è secondo me un modo per non sfruttare al meglio le nostre capacità.

Durante gli incontri con l'atleta, ricevere e ricercare i feedback diventa essenziale per capire se e quanto quello che si sta facendo ha un senso per entrambi, se è necessario magari correggere il metodo di intervento. Obbligare un atleta a sottoporsi a sedute di rilassamento o di imagery nelle quali lui non riesce a trovarsi, ad esempio, è tempo perso e significa trovare un percorso alternativo. Per effettuare questo passaggio bisogna essere capaci di parlare, di porre le domande giuste e di immedesimarsi il più possibile.
Ho notato dall'inizio, nel parlare con Matteo, di come egli sapesse descrivermi le situazioni vissute con grande precisione e dettagli anche emotivi, sapeva richiamare alla mente molte esperienze e per questo ho subito capito che la tecnica dell'imagery avrebbe potuto aiutarlo, piuttosto di utilizzare altre tipologie di intervento. Nel caso del rilassamento, sicuramente utile, per lui era uno stato facilmente ottenibile tramite la ritmicità di un esercizio e non c’era dunque bisogno di utilizzare e ricercare altri metodi, bastava impegnarlo in uno sforzo aerobico di almeno 10 minuti.

L’abilità di cambiare focus attentivo è anche stato un lavoro fatto direttamente in campo, tramite esercizi specifici.

Questo è il lavoro più bello e che secondo me va incentivato: ovvero il riuscire ad applicare le teorie psicologiche alla pratica sportiva, sfruttare le proprie conoscenze ed inserirle in un programma di allenamento reale, così che l’atleta le possa imparare, comprendere e gestirsi meglio, avendo la possibilità di valutare i suoi risultati e i miglioramenti con più semplicità.

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