PROPOSTA DI INTERVENTO FORMATIVO

Di Chiara Volonghi

Proposta di intervento

Premessa:

ho deciso di presentare come elaborato finale di questo corso, ciò che mi è stato chiesto, qualche settimana fa, dai referenti della palestra di karate con cui collaboro cioè una "proposta di intervento formativo".

Tale intervento ha i seguenti obiettivi:

Questi sono gli obiettivi che i Maestri ed i tecnici di entrambe le palestre vogliono raggiungere. Mi è stato chiesto di aiutarli in tale cammino.

Ciò che quindi ho intenzione di presentare è la mia risposta alla loro richiesta di "aiuto".

 

Obiettivi:

  1. Creare una solida collaborazione tra le due palestre
  2. Migliorare la preparazione psicologica degli atleti in relazione agli obbiettivi agonistici.

Attori coinvolti:

    1. I Maestri, tecnici e collaboratori
    2. Gli atleti
    3. I genitori

 

Sviluppo:

In primo luogo è importante fissare una data in cui fissare una riunione, nella quale dovranno essere presenti i due Maestri, i tecnici ed i collaboratori di entrambe le palestre, ovviamente l’istruttore che si occupa della preparazione tecnica degli agonisti. Lo scopo di tale incontro sarà scandire e formalizzare gli obiettivi che con tale progetto si vogliono raggiungere. Una volta chiari e condivisi, passeremo ad elaborare un progetto di crescita attraverso il quale lo staff tecnico cercherà di potenziare ed incrementare la preparazione psicologica degli atleti.

Di seguito gli spunti emersi dall’incontro preliminare. E’ sulla base di questi che articolerò la proposta iniziale da discutere nella riunione:

  1. Necessità di creare un "gruppo": ritengo che tale richiesta sia senza dubbio sensata e necessaria. Gli atleti di entrambe le palestre sono abituati a ritenersi "avversari" perché appartenenti a due società diverse. Sarà ora necessario creare in primo luogo un gruppo "autocentrato" per poi farlo crescere e diventare un gruppo "di lavoro", nel quale i componenti lavoreranno insieme per raggiungere obiettivi comuni. Ciò vale sia per gli atleti che per gli staff tecnici ed i genitori.
  2. Un "gruppo" ha sempre un "Leader": necessità di rendere esplicito ciò che ora è implicito, cioè che in entrambe le palestre colui che è riconosciuto come "leader", dagli atleti e dai genitori è l’istruttore che segue gli agonisti. Tale aspetto, a mio avviso è delicato, in quanto i Maestri di entrambe le società sono consapevoli di ciò e loro stessi riconoscono all’istruttore la libertà di prendere decisioni ed organizzare il lavoro ma formalmente, nella struttura gerarchica della palestra, al vertice ci sono ancora loro. Ritengo quindi importante cercare di ridefinire ed esplicitare i ruoli, in modo da chiarire "chi" fa "cosa"…sottolineando anche il "perché", questo per rilanciare anche all’esterno un’immagine chiara dell’organigramma di ciò che a breve sarà percepita come un’unica realtà. Se tale immagine sarà frammentaria sarà anche meno forte.

Riflessione teorica su i primi due spunti:

Il maestro S. Nekoofar, direttore tecnico di una delle più rappresentative società di karate d’Italia, sostiene che siano tre i fattori fondamentali che contribuiscono a rendere la pratica del karate significativa, sia dal punto di vista dei risultati sportivi sia del valore di tale pratica come esperienza umana al centro della quale viene posto il progetto educativo e formativo che vede nell’arricchimento e perfezionamento interiore il suo fine ultimo. Tra essi troviamo "il maestro", "il gruppo" di allievi ed il "dojo".

Per quanto riguarda il maestro, ritengo interessante fare riferimento a quanto scrive la dottoressa Ivana Padoan nel suo articolo "Ruolo dell’istruttore e del Maestro di karate-do", nel quale viene sottolineata la differenza tra l’essere istruttore e maestro. Secondo Padoan primo compito dell’istruttore è quello di conoscere perfettamente la tecnica. Secondariamente egli ha il dovere di alfabetizzare un gruppo di allievi a tale pratica. In particolare l’istruttore di karate-do è colui che per mezzo della tecnica del karate-do, parla, comunica, trasmette significati. Il suo è un linguaggio di gesti, codici, simboli, costruzioni corporee e figure. E’ possibile anche affermare che l’istruttore non è più l’allievo che assimila ed impara una tecnica, ma non è ancora maestro, è colui che nella tecnica inizia il cammino della costruzione del sé. Egli infatti lavora la tecnica, la sperimenta, la mette in relazione continua con le proprie potenzialità corporee e psichiche.

Se l’istruttore si ferma alla competenza tecnica, il maestro la supera per proseguire verso un mondo più vasto e complesso: quella della formazione. Il maestro infatti ha il compito di essere guida e modello, non solo nell’attività sportiva ma nella vita stessa, egli ha la responsabilità di educare e formare coloro che gli vengono affidati o si affidano a lui; essere maestro significa entrare nella conoscenza dell’altro, allievo o gruppo, instaurare con essi relazioni autentiche caratterizzate dall’empatia e dal distacco: empatia per capire, distacco per aiutare e superare insieme. Indubbiamente per svolgere il proprio compito il maestro deve aver raggiunto una conoscenza profonda di sé, in quanto solo partendo da ciò può mettere in pratica gli insegnamenti socratici, secondo i quali un maestro non deve offrire verità ai suoi discepoli ma deve aiutarli a trovare e far uscire la verità da loro stessi; solo in questo modo potranno realizzarsi.

Alla luce di quanto detto sino ad ora si potrebbe affermare che scopo ed obiettivo principale di ogni maestro dovrebbe essere la piena realizzazione e soddisfazione dei propri allievi. Tuttavia lo sport, come abbiamo precedentemente affermato è anche agonismo ed in questo ambito soprattutto, il maestro è anche "organizzatore", "tecnico", "leader" ma ruoli diversi possono avere priorità e obiettivi diversi. Come dovrà comportarsi a questo punto il maestro?

Non credo ci sia una sola risposta a questa domanda, ogni maestro prima di essere tale è un uomo con dei valori propri di riferimento; se questi saranno forti e ben radicati in lui allora il suo comportamento, le sue scelte e decisioni saranno sempre mosse da un unico ideale ed andranno coerentemente verso un solo obiettivo, scopo dell’essere maestro: accompagnare gli altri nel cambiamento, nell’apprendimento, nella realizzazione di sé; alla luce di ciò non farà prevalere interessi economici o politici. Il successo più grande per ogni maestro dovrebbe essere dunque il compimento del proprio allievo, se così non è egli non è degno di essere chiamato in questo modo. Per questo ciò che fa di un uomo un vero maestro non è un attestato o un diploma ma i fatti, l’esempio che egli dà con il proprio agire quotidiano a quanti lo seguono. Il maestro G. Funakoshi disse che ciò che caratterizza un maestro di karate è il rispetto che egli ha per sé e per gli altri: questo a mio giudizio significa che un maestro nella relazione con i propri allievi abbia il dovere di porre la parità valoriale come fondamento, dalla quale consegue l’instaurazione di una comunicazione chiara e reciproca.

Oltre al rispetto un vero maestro deve essere umile e per questa ragione non deve smettere mai di cercare, fuori e dentro di sé l’ideale al quale tendere; deve inoltre saper trasmettere tutto ciò ai propri allievi, deve essere in grado di "far nascere" qualcosa dentro di loro, spingerli ad esprimersi al meglio attraverso la pratica del karate stesso.

Il secondo fattore da prendere in considerazione è il gruppo. Infatti il ruolo del maestro non può essere considerato se non in rapporto anche alla capacità di creare attorno a sé un gruppo funzionante, gruppo di cui egli è leader. Anche quando la pratica e disciplina sono individuali, il gruppo, inteso quindi anche come società sportiva d’appartenenza, svolge una funzione importante per gli atleti. Infatti il gruppo è stimolo, supporto, sostegno, confronto, luogo di crescita e solidarietà. Alla luce di ciò è possibile affermare che la coesione tra gli atleti che appartengono alla stessa società sportiva o che fanno parte di una stessa squadra sia una strumento fondamentale per ottenere, non solo buoni risultati in campo agonistico ma anche il benessere psicofisico degli atleti.

Infatti l’unità tra i componenti di una squadra o società spinge i singoli atleti a gareggiare e ad impegnarsi non solo per sé, ma anche per il gruppo al quale si sentono d’appartenere.

Ancora, la valorizzazione del senso di appartenenza favorisce l’instaurarsi di rapporti positivi e significativi tra compagni e tra essi ed il maestro, il quale oltre ad essere un punto di riferimento tecnico lo sarà anche dal punto di vista psicologico. Il maestro infatti deve essere in grado di valorizzare la condizione psicologica dell’atleta, deve trasmettergli tranquillità e stabilità, soprattutto in situazioni di particolare stress come possono essere le competizioni agonistiche.

 

1) Alla luce di ciò è mia intenzione proporre allo staff tecnico di entrambe le palestre un lavoro iniziale sulla figura del "Maestro di karate" inteso come colui che viene percepito come "leader" del gruppo ma anche come "educatore".

 

- proposta di 2 incontri rivolti allo staff tecnico nei quali l’attenzione sarà rivolta al ruolo dell’allenatore ed alla "leadership".

Obiettivo del primo incontro sarà quello di far emergere dal gruppo di " allenatori" il modo di ognuno di essere allenatore, cercando di evidenziare gli aspetti positivi da quelli negativi (pregi e difetti). In questo modo credo si rafforzerà anche la capacità di lavorare e stare insieme. Dal primo incontro emergerà il profilo dell’allenatore verso il quale tutti vorranno/dovranno tendere, una sorta di carta d’identità o biglietto da visita comune. Questo in modo che gli atleti ed anche i genitori possano percepire una coerenza di fondo tra le due palestre.

Obiettivo del secondo incontro sarà quello di scandire concretamente i metodi educativi e di allenamento che dovranno essere attuati in entrambe le palestre.

Ciò che vorrei emergesse in questa fase iniziale di lavoro sugli allenatori è una sorta di "standard operativo": condiviso e chiaro a tutti, in modo che anche se in due luoghi diversi e seguiti da persone diverse gli atleti possano percepire di andare verso obiettivi comuni, per il raggiungimento dei quali è richiesta non solo la loro tecnica individuale ma collaborazione e partecipazione attiva in termini di "membri di un gruppo".

 

 

Riflessione teorica:

l’allenatore: Educatore e Formatore

L’allenatore in quanto educatore e formatore ha il compito di formare atleti maturi fisicamente e psicologicamente. Per questo è necessario che in ogni seduta di allenamento egli cerchi di sviluppare e migliorare le abilità cognitive coinvolte nel processo di elaborazione dell’informazione (percezione, memoria e attenzione), di selezione della risposta (il gesto diventa anche gesto tattico). La funzione di "docente" è quindi la caratteristica più importante del ruolo dell’allenatore ed è necessario avere la consapevolezza che se è facile acquisire e possedere competenze, teoriche e pratiche, molto più difficile è trasmetterle; per questa ragione non è detto che colui che è stato un brillante atleta, sia in futuro un bravo maestro.

Ma cosa significa per un allenatore avere il compito di "educare"? A mio giudizio colui che svolge l’opera d’insegnare qualcosa a qualcuno, indipendentemente dall’oggetto dell’insegnamento, egli svolge essenzialmente un’opera educativa, per questo può dirsi educatore. Alla luce di ciò la relazione che deve instaurarsi tra allenatore ed atleti deve essere di carattere educativo, tra essi quindi deve attualizzarsi quella che Pati definisce "Comunicazione Educativa", essa consiste in un legame partecipativo tra Educatore ed educando, dove l’atto del comunicare non è solo mero scambio di contenuti ma soprattutto creazione di rapporti reciproci. Nella prospettiva dialogale possiamo affermare che il dialogo deve essere posto come elemento centrale della relazione educativa, nella quale l’Educatore contribuisce alla crescita dell’educando e viceversa.

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Il processo educativo si caratterizza dunque per la reciprocità tra Educatore ed educando. L’intervanto educativo non risulta quindi unidirezionale ma circolare.

La relazione educativa, a mio avviso, non può prescindere da un orizzonte axilogico di riferimento: l’Educatore, per attuare un progetto educativo finalizzato alla realizzazione della persona che si trova ad educare, dovrà porre come valore supremo, proprio quello della persona umana, ma per fare ciò l’Educatore deve aver chiari quali sono i valori che guidano la propria azione, in modo che tra lui e l’educando si strutturi una reciproca situazione di scambio, nel rispetto delle altrui diversità. Tutto ciò può realizzarsi solo nel momento in cui l’opera dell’Educatore è svolta, non alla luce dell’autorità ma dell’autorevolezza, la quale afferma, in primo luogo, la parità valoriale tra i soggetti della relazione educativa.

L’allenatore è chiamato anche ad essere "formatore", dove per formazione si intende fondamentalmente "attuare un cambiamento", ciò significa che l’allenatore ha la responsabilità, nel corso della relazione educativa, di ridurre nell’educando qualsiasi forma di dipendenza, in quanto "allenare" significa anche incrementare nel soggetto l’indipendenza, portare gli atleti a pensare oltre che agire da soli, non solo durante l’allenamento ma soprattutto durante la performance agonistica.

l’ allenatore come leader

Per leadership s’intende un processo d’influenza interpersonale, orientato al raggiungimento di particolari obiettivi, che uno o più membri del gruppo esplicano nei confronti degli altri in virtù di qualità "polarizzanti". E’ necessario prima di avviare la presente riflessione specificare una distinzione tra il termine "capo" e "leader": il primo rappresenta un attributo di status, di ruolo, non di personalità; l’autorità di un capo è definita da esigenze organizzative, non dal consenso dei membri del gruppo. Il secondo termine descrive invece una personalità dotata di ascendente, capace di soddisfare le esigenze di tutti i membri del gruppo e di determinarne e perseguirne le mete; la sua autorità si fonda esclusivamente sul consenso. Alla luce di ciò è possibile affermare che i gruppi sportivi, proprio per la loro natura di associazioni spontanee tendono ad esprimere dei leader e non dei capi.

Esistono diversi tipi di leadership, i tipi di conduzione più frequente sono:

Oggi nella conduzione di squadre o società sportive, l’allenatore si trova a dover affrontare esigenze sempre più complesse, non risolvibili solo con il buon senso, o con l’attuazione di sistemi talvolta paternalistici, permissivi, democratici o autoritari. In qualsiasi organizzazione si avverte l’esigenza di sistemi di guida razionali, di conoscenze specifiche che possano orientare positivamente il leader nella gestione del suo ruolo, in modo da evitare il maggior numero di errori possibile. Particolarmente interessante è a questo proposito il modello della "leadership flessibile" di Fielder.

Secondo questo ultimo la leadership è data dall’incontro di tre fattori e dalla loro reciproca influenza:

Questo modello è stato ampiamente ripreso e suffragato dalla ricerca empirica da diversi ricercatori come Lewin, Klein e Spaltro; tali studi permettono di fare una serie di generalizzazioni di notevole utilità per l’operatore sportivo coinvolto nel problema della gestione della leadership:

Situazioni e compiti differenti richiedono diversi stili di leadership: "una leadership orientata al compito", direttiva, dà risultati positivi soprattutto in casi d’emergenza e quando è richiesta un’elevata coordinazione delle attività individuali; una "leadership orientata alle relazioni umane" si rivela efficiente quando le competenze e le capacità di tutti i membri sono simili e la qualità del contributo di ognuno è legata essenzialmente alla bontà dei rapporti interpersonali.

Se il gruppo esiste in funzione del compito da realizzare, lo si valuterà soprattutto in base alla realizzazione del compito e non in relazione alla soddisfazione dei membri. L’importanza del compito non deve comunque far trascurare le relazioni interpersonali, ma garantirle e promuoverle.

Il leader per trovarsi in una situazione favorevole deve essere accettato dal gruppo, deve avere una forte posizione di potere ed un compito ben strutturato.

Leader è colui che guarda all’efficienza del gruppo come tale. Se egli non individua e non cura i bisogni del gruppo, diventa un ostacolo al raggiungimento dei fini ed alla sopravvivenza del gruppo stesso. Il leader deve sempre operare come agente del gruppo, per adempiere il mandato: "Il comando più che uno scopo in sé, è un mezzo per raggiungere lo scopo" (Gibb).

Il vero leader è colui che è capace di rinunciare alla propria condizione, status ed al tempo stesso di utilizzarla per agevolare la trasformazione di un gruppo centrato sul leader, in una gruppo centrato su se stesso.

Il leader può valutare il proprio successo da come il compito prosegue quando egli è temporaneamente assente.

La squadra ideale dovrebbe fruire di due tipi di leadership: una orientata al compito e quindi razionale; una centrata sulle relazioni interpersonali, cioè socio-emotiva.

Facendo riferimento ai tratti di personalità proposti da Stogdill (cit. da De Grada) è possibile indicare le caratteristiche ideali di un leader sportivo:

capacità come: intelligenza, prontezza, facilità verbale, originalità e maturità di giudizio;

acquisizione come: livello di scolarità, patrimonio di conoscenze tecniche, curriculum atletico;

responsabilità come: affidabilità, iniziativa, tenacia, autocritica, desiderio di eccellere;

partecipazione come: estroversione, socievolezza, cooperazione, adattabilità, humour;

status come: posizione socio-economica e popolarità sociometrica.

Questi cinque lineamenti di personalità vanno comunque visti in relazione alla situazione contingente, al livello mentale, status, abilità, bisogni, interessi e motivazioni degli atleti che al leader fanno capo. Per questo possiamo concludere affermando che indubbiamente un allenatore deve avere le caratteristiche di un leader, ma la personalità dell’allenatore non è caratterizzabile in elementi standardizzati né deve essere considerata solo in se stessa ma come già sottolineato precedentemente in relazione al gruppo di cui è guida.

 

Il rapporto interpersonale allenatore-atleti

E’ possibile fare riferimento a due concezioni diverse circa il modo in cui l’allenatore dovrebbe svolgere il proprio compito di preparatore di atleti.

Una prima concezione, indicata con il termine "prassi produttivistica", pone maggior attenzione al raggiungimento del risultato prefissato, sviluppando al massimo le potenzialità tecniche e fisiologiche dell’atleta; tale metodo si concretizza attraverso l’imposizione di un allenamento severo ed intenso in cui lo scopo da realizzare trascende le motivazioni dell’individuo.

Nella seconda concezione si sottolinea invece l’importanza di un’"azione personalizzata" dove il fine rimane l’uomo e la sua realizzazione. In questa prospettiva viene data importanza alla motivazione, all’impegno psicologico, all’uomo-atleta anziché all’atleta-macchina. In questo caso l’allenatore non si limita ad occuparsi dei fatti biomeccanici e dei problemi tecnici, ma pone priorità agli obiettivi ed alla soddisfazione dell’atleta in quanto persona, in quanto valore a prescindere dal risultato della propria performance agonistica.

In questa prospettiva l’allenatore cerca di instaurare con l’atleta una relazione autentica ed empatica. Per questo è possibile affermare che il buon leader è colui che offre una risposta consapevole ed organizzata alle esigenze motivazionali presenti sia nell’atleta individuale sia nella squadra.

Per analizzare i rapporti interni tra allenatore e atleti, Chelladurai (1978) ha realizzato un modello multidimensionale per lo studio della leadership dell’allenatore nel contesto sportivo. L’autore indica come conseguenza del comportamento del leader sia la prestazione della squadra sia la soddisfazione degli atleti. Chelladurai per spiegare la leadership prende in considerazione diversi fattori: le caratteristiche situazionali, i tratti personali e il comportamento del leader.

Il comportamento effettivo del leader non dipende solo dalle sue caratteristiche personali ma anche dal modo di agire che la situazione, la disciplina sportiva e la squadra richiedono.

Secondo Chelladurai e Carron (1981) il comportamento del leader si può definire meglio facendo riferimento a cinque dimensioni o stili principali:

Allenamento ed istruzioni: il comportamento dell’allenatore mira al miglioramento della prestazione puntando sull’allenamento, fornendo istruzioni sulle abilità, sulle tecniche e sulle strategie tattiche, chiarendo i ruoli all’interno della squadra e strutturando e organizzando le attività degli atleti.

Comportamento democratico: l’allenatore prevede e permette la partecipazione degli atleti alle decisioni relative agli scopi comuni, alle strategie ed alle tecniche di gioco.

Comportamento autocratico: l’allenatore agisce in maniera indipendente, prende decisioni autonome e sottolinea la propria autorità personale.

Sostegno sociale: l’allenatore si preoccupa del benessere degli atleti presi individualmente, del clima di gruppo ed intrattiene relazioni interpersonali amichevoli con gli atleti.

Feedback positivo: l’allenatore ricompensa e rassicura gli atleti attraverso il riconoscimento e la conferma delle loro prestazioni.

 

 

 

 

 

 

 

2) La seconda parte del progetto ha come soggetto il gruppo di atleti. Tale intervento avrà come obiettivo quello di creare innanzi tutto coesione tra i membri delle due palestre in modo da far nascere un senso di appartenenza al gruppo. Alla luce di ciò gli atleti supereranno l’idea di percepirsi come "avversari", almeno in termini distruttivi.

Tale intervento sarà proposto in termini operativi da me con il supporto e l’intervento dell’istruttore che segue gli agonisti, almeno nella parte finale quando si lavorerà sulla definizione degli obiettivi da raggiungere.

Area d’analisi e riflessione:

  1. Perché fare karate: ho pensato alla fase iniziale come ad un momento che permetta agli atleti di conoscersi e di confrontarsi. Quindi inizialmente vorrei raccogliere i loro perché sul fatto che abbiano scelto di praticare karate. Alla luce di ciò che emergerà sarà impostato il lavoro sulla definizione degli obiettivi "Goal setting": obiettivi recenti, a medio e lungo termine e sulla "motivazione". Naturalmente tale lavoro sarà condiviso con l’allenatore che monitorerà gli obiettivo tecnici durante gli allenamenti con il supporto della "tabella degli obiettivi".
  2. "La gara": il momento iniziale sarà dedicato alla raccolta e condivisione di ciò che significa per il gruppo "fare agonismo". Da qui inizierà un percorso attraverso i seguenti aspetti:

Considerando che i partecipanti a tali incontri dovrebbero essere circa una decina, l’obiettivo è quello di riuscire a programmare sia momenti di lavoro di gruppo, in modo da portare gli atleti a condividere con i propri compagni emozioni, paure, sconfitte e vittorie, sia momenti di lavoro individuale. Sarà poi interessante poter rielaborare, durante gli incontri, le esperienze agonistiche che gli atleti vivranno durante le competizioni la domenica e poter assistere a distanze di settimane a comportamenti e strategie diverse in relazione agli argomenti trattati e sperimentati.

Il passo successivo, ora, è quello di preparare ogni singola lezione in relazione agli argomenti sopra esposti. A mio avviso saranno necessari almeno 10 incontri di 2 ore ciascuno. Sarà compito dell’allenatore, che seguirà con me il percorso, continuare poi in palestra e prima delle competizioni il lavoro iniziato in modo che gli atleti possano acquisire sempre maggior conoscenza e consapevolezza di sé, del proprio corpo e mente.

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