Diego Ziodato

 

Lo stato di "flow"

 

2007

 

 

Capitolo 1

- Justin -

Era la miglior allieva che al momento avrei mai potuto ‘ottenere’, nell’anno 2099 il modello T901 soddisfava tutte le caratteristiche di progettazione che si potessero desiderare. All’inizio eravamo tutti un po’ scettici ma, con il passare del tempo e con perfezionamenti vari si era giunti ad un livello mai raggiunto prima. Il modello precedente aveva dato dei problemi. Durante una partita del torneo interspaziale un campo magnetico aveva modificato alcuni circuiti e i danni procurati risultarono irreparabili, tanto che quella fu la sua ultima partita: fummo infatti costretti a mandarla in ‘pensione’. Ora, ne sono certo, tutto ciò fu solo un banale incidente di percorso e non sarebbe successo mai più. La chiamai Justin; non era un caso visto che nei primi anni del secolo ci fu una tennista che giocava così bene tanto da rasentare la perfezione (umana s’intende). Justin possedeva un corpo bionico e non aveva bisogno di allenamento, i suoi riflessi erano certamente al di sopra di ogni essere umano. Era necessario istruirla e ciò veniva effettuato mediante l’inserimento di uno specifico chip nella sua memoria, come fossero piccoli hard disk. In tal modo avrebbe saputo superare ogni ostacolo le si fosse presentato. Aveva nella memoria tutto ciò che le serviva, tattiche, strategie, le situazioni ecc... in poche parole aveva TUTTO!

Capitolo 2

- Amelie -

Quindici anni prima era nata da genitori qualunque una piccola bimba di nome Amelie. Era piuttosto sveglia e fin da piccina sembrava possedere buone capacità di apprendimento. I suoi genitori non erano stati atleti di alto livello ma avevano vissuto una vita serena, tranquilla, mantenendo nel tempo una buona forma fisica. Amelie, fin da piccolina sembrava fortemente attratta da tutto ciò che aveva la forma di una palla e si divertiva un sacco a rincorrerla, a lanciarla, ad afferrarla; la madre aveva giocato a tennis in gioventù e fu così che la iscrissero a sei anni ad un corso propedeutico al tennis in un circolo vicino casa. La bimba si divertiva un sacco con i giochi che le venivano proposti: lanci di palle di tutti i tipi, passaggi, controlli, slalom con birilli, salto di ostacoli e tutto ciò che può sviluppare le capacità motorie di un bimbo di quell’età. Con il passare degli anni il divertimento divenne passione; le sue capacità si svilupparono velocemente e confermò le notevoli doti. Iniziò a giocare i primi tornei a 10 anni. I suoi genitori la seguivano con costanza e fortunatamente si dimostrarono da subito equilibrati: le sconfitte e le vittorie della figlia erano percepite come un momento di crescita e non ci furono nè ‘drammi’ nè eccessivi festeggiamenti. Tutto procedeva regolarmente.

Capitolo 3

- Justin nata per vincere -

Per non destar sospetti fummo costretti a iscriverla ai primi tornei provinciali e quindi alla categoria "bambacioni" chiamati così perché la maggior parte dei partecipanti avevano in se uno o più difetti (di gioco s’intende).Nel corso dei 2 anni successivi riuscì ad incontrare tutte le tipologie di avversarie, ricordo chiaramente qualche partita di ordinaria amministrazione in cui dimostrava le sue capacità di adattamento. In particolare nel giugno dello scorso anno giocò con una "pallettara" che si allenava abitualmente 3 ore al giorno. Fin dall’inizio si percepì che Justin aveva subito messo in pratica il programma 01 della tattica e, attaccando costantemente l’avversaria, vinse con grande facilità. Poi seguirono altre partite con giovani promettenti che però seguivano la filosofia del: "tiro tutto": Justin, si mise a giocare palle profonde e senza peso in modo da accentuare il rischio da parte dell’avversaria. Si susseguirono le altre tipologie di giocatrici, da quelle dotate di buona tecnica ma poco mobili a quelle in possesso di 2 colpi fondamentali di cui uno di qualità inferiore rispetto all’altro. Alla fine del primo anno ai campionati nazionali la squadra di Justin aveva passato le qualificazioni con grande facilità, lei si era dimostrata una leader naturale e le sue compagne seguivano il suo esempio con grande impegno.

Capitolo 4

- la squadra –

Erano in quattro, tutte molto motivate ma, durante la stagione, si erano verificate delle difficoltà: durante il primo periodo di allenamento Sofia, la più piccola del gruppo, aveva iniziato una dieta perché in leggero sovrappeso. All’inizio nessuno avrebbe potuto intuirne i risvolti. Non ne aveva parlato con nessuno e tanto meno con un dietologo. Aveva iniziato questo ‘percorso’ perché le sembrava di essere troppo grassa. Con il passare delle settimane Sofia manifestava atteggiamenti che non le erano usuali: il suo umore cambiava radicalmente per motivi a noi incomprensibili, anche con i genitori e a scuola il suo comportamento era diventato ‘strano’ con continui sbalzi d’umore. Durante le partite del torneo a squadre manifestava sempre più spesso la paura di perdere e di non essere all’altezza del compito, le capitava a volte di scoppiare in lacrime senza apparente motivo. I genitori e il maestro che la seguiva iniziarono seriamente a preoccuparsi ne parlarono e si resero conto che il problema era grave soprattutto perché la situazione stava peggiorando di settimana in settimana. Con l’aiuto dello psicologo dello sport che seguiva gli iscritti del centro si riuscì a focalizzare il problema e ad intervenire nel migliore dei modi. All’inizio una serie di test ad hoc servì a valutare la situazione:In particolare dopo il CBA SPORT si evinse che: L’impulso alla magrezza era significativo così come la tendenza alla bulimia. Era insoddisfatta del proprio corpo e tendeva al perfezionismo in maniera fin troppo evidente. Dal momento che i genitori erano pronti ad aiutare la figlia si pensò di utilizzare la terapia "della famiglia". Questo intervento fu sufficiente a far rientrare il problema. Fu forse l’intuito dei genitori, forse l’interesse verso i propri allievi da parte del maestro, la sinergia con lo psicologo dello sport? Difficile a dirsi . La certezza è che si è andati nella direzione giusta. Altre volte i ragazzi non hanno questa ‘fortuna’ e l’esito può risultare drammatico. Nel caso specifico il problema di bulimia fu debellato e la ragazza riprese la sua vita ‘normale’, con grande sollievo da parte di tutti. Chiara era la più tranquilla del gruppo e lo si vedeva anche dal suo modo di giocare. Era capace di rimanere in campo per ore senza batter ciglio; era piccola di statura ma fisicamente molto preparata. I suoi ‘fondamentali’ erano solidissimi e prediligeva rimanere a fondo campo senza però disdegnare qualche colpo vincente, anche se solo nei momenti di risultato già messo al sicuro. La sua forza era il temperamento e la prestanza fisica. A novembre, durante un allenamento, inciampò su una pallina e si fratturò il malleolo del piede destro. Rimase ingessata per quaranta giorni e alla ripresa degli allenamenti zoppicava ancora vistosamente. Fu completata correttamente la riabilitazione ma dopo qualche settimana il suo recupero fisico non sembrava volgere al meglio. Giocò qualche partita di allenamento ma tutte le volte che le cose iniziavano ad andare nella direzione sbagliata, iniziava di colpo a zoppicare e, dopo aver perduto l’incontro, diceva di sentire un gran dolore al piede. Alla fine della partita risultava intrattabile e ansiosa. Il medico ci assicurò che il piede aveva ripreso la piena funzionalità ed era in grado di sopportare tutte le consuete sollecitazioni. Cosa stava succedendo? Anche in questo caso, dopo un colloquio tra maestro e psicologo dello sport, si era giunse alla conclusione che era in atto un processo di autodifesa e che Chiara non accettava di perdere partite che in precedenza era riuscita a vincere con relativa facilità. Soprattutto l’infortunio aveva creato delle nuove problematiche. Si decise di sottoporla ad una serie di test che diedero i seguenti risultati:Era presente una percezione psico-somatica della malattia al di sopra dei valori normali, inoltre non si sentiva in grado di trasmettere il proprio amore al prossimo. Risultava molto irritabile e la disforia presentava valori piuttosto elevati. La situazione fu più chiara e lo psicologo dello sport riuscì a trovare le soluzioni idonee per un lento, sofferto ma positivo recupero. Chiara riuscì a ritornare ai suoi livelli abituali anche se con una certa difficoltà: ritornò a giocare con la consapevolezza di prima e accettando come sempre le vittorie quanto le sconfitte, senza ricorre alle più disparate scuse. L’ultima del gruppo in ordine di arrivo era Amelie. Aveva bruciato le tappe, proveniva da un circolo poco conosciuto. Era stata visionata durante una serie di partite ed era stata apprezzata per le sue doti fisiche e per il suo temperamento.Lo stile era un po’ grezzo ma efficace. C’erano grandi margini di miglioramento il che era ti ottimo auspicio. Presentava un carattere un po’ ribelle ma le piaceva moltissimo giocare e si divertiva inoltre a farlo con le compagne a qualsiasi livello appartenessero. Durante il suo primo anno al circolo aveva ottenuto una serie di vittorie piuttosto importanti ma non ancora confrontabili con quelle di Justin che da ormai due anni non perdeva una partita. Non si sa per quale motivo ma le due non andavano particolarmente d’accordo. Forse perchè Justin era schiva e poco socievole. Sta di fatto che quella ‘perfettina’ di Justin non andava particolarmente a genio ad Amelie. Forse era un po’ d’invidia, anche se così non sembrava….mah forse era proprio una questione di ‘pelle e plastica’... Per quanto Justin fosse in tutto e per tutto uguale ad un essere umano questa giovane ragazza, sembrava aver capito, che in lei c’era qualcosa di diverso. Nessuno, fino a quel momento, mai si era accorto che in realtà era un robot ma Amelie, invece, percepiva una strana sensazione che la portava ad essere diffidente nei suoi confronti. La squadra si qualificò al primo posto e le 2 giocatrici non persero mai una partita ma, stranamente, a fine stagione... Amelie cambiò squadra per motivi tuttora ignoti.

Capitolo 5

- il primo scontro -

La vita tennistica delle due giocatrici viaggiava in parallelo: Justin vinceva i tornei della zona EST ed Amelie quelli della zona OVEST. In aprile si iscrissero per la prima volta allo stesso torneo e come previsto si ritrovarono in finale. Amelie era piuttosto nervosa, non aveva dormito molto la notte precedente la finale mentre, come al solito, Justin non dormì per nulla (non ne aveva bisogno). Mezz’ora prima del match le due s’incrociarono su campi adiacenti dove stavano ultimando il riscaldamento. Amelie diede uno sguardo fugace e per un attimo vide un lampo negli occhi di Justin, forse era solo un riflesso del sole, forse…Entrarono in campo alle cinque del pomeriggio e la partita iniziò subito con grande intensità. Amelie sentiva che il suo gioco non era sufficiente a far breccia nella ragnatela tessuta da Justin e così iniziò ad inserire continue variazione di ritmo e di effetti. Non fu sufficiente e perse 6 – 2 il primo set. Andò a sedere ed iniziò a pensare. Sull’altra seggiola Justin, sembrava non essere nemmeno sudata. Cosa poteva fare Amelie con un’avversaria così forte, senza apparenti punti deboli? Le provò tutte (o quasi) per portare a casa la partita, alzò pallonetti, giocò lungo e teso, provò con le smorzate. Forse era un problema di concentrazione? Aveva ormai provato e riprovato così tante volte le tecniche di rilassamento e visualizzazione che nell’arco di trenta secondi era in grado di concentrarsi su ciò che riteneva più importante. Non ci fu comunque nulla da fare, perse il secondo e ultimo set 6-4. Ne parlò diffusamente il giorno dopo con il suo allenatore, sembrava molto delusa, non aveva trovato nessuna valida soluzione per vincere quella partita ma alla fine del colloquio disse: "proprio per questo motivo ora so cosa devo fare per vincere contro di lei".

Capitolo 6

- l’allenamento -

Finita la stagione agonistica, Amelie iniziò il periodo degli allenamenti per prepararsi alla stagione successiva. L’allenamento comprendeva tre sedute giornaliere: due di tennis ed una di atletica. Al mattino la sveglia era alle 07, nel centro in cui si allenava c’era una splendida piscina e lei, ogni mattina si produceva in una ventina di vasche affrontate in tutti gli stili: ‘libero’, ‘rana’, ‘farfalla’, ‘dorso’. Era una provetta nuotatrice e questa attività le dava un senso di libertà e leggerezza come nessun altro sport. Alle ore 08 faceva un’abbondante prima colazione e alle 09 scendeva in campo per la prima seduta. Qualche minuto lo dedicava agli amici, compagni di gioco e al coach poi iniziava: riscaldamento con scaletta orizzontale, un po’ di ‘pittino’ ( così viene chiamata una partitella su campo piccolo dove si può giocare solo di ‘fino’ incrementando così le capacità di movimento, tocco e sensibilità).Una ventina di minuti di gioco incrociato a punti e non. Sviluppo delle capacità di reazione e trasformazione con esercizi ad hoc. Continuità da fondo campo con esercizi sulla profondità. Servizi piatti, slice e kick. Esercizi per l’incremento della reattività con vari tipi di step... in spilt per risposta al servizio, in attesa del colpo avversario e sulle voleè. Partitelle a punti con servizio fino alle 11. Doccia ristoratrice e alle 12:30 la colazione. Al pomeriggio era prevista una seduta di atletica e poi di nuovo in campo, per provare alcuni schemi di gioco da utilizzare durante i match. Per due volte la settimana si partecipa ad una seduta di psicologia dello sport per aumentare le proprie capacità di concentrazione, per saper gestire le proprie sensazioni, il proprio corpo, per aumentare la consapevolezza delle proprie capacità.. Dopo cena un po’ di relax, il tempo di parlare di un libro o della partita che ha giocato Federer nella semifinale a Wimbledon e poi... Tutti a nanna. Certo, non è la giornata tipo per una miss dedita allo shopping, ma questo è il nostro mondo e... ci piace così com’è.

 

Capitolo 7

- La sfida finale -

Si era giunti alla finale del torneo mondiale a squadre.Il regolamento prevedeva 6 partite: 4 singolari e 2 doppi. Ogni componente poteva partecipare ad un incontro di singolo ed uno di doppio. Le partite si svolgevano confrontando le classifiche di ognuna delle contendenti. Nella squadra di Justin, era lei la numero uno mentre nell’altra squadra, pur essendo la più forte, Amelie era la numero due; lo scontro tra le due giocatrici migliori non era quindi avvenuto ed entrambe avevano vinto agevolmente il proprio incontro. Il punteggio parziale era: tre a tre. Per vincere la manifestazione era necessario un incontro fra Justin e Amelie.In un campionato a squadre il coach ha la possibilità di interagire ma in questo caso entrambe le giocatrici erano di altissimo livello e possedevano una spiccata personalità (anche se quella di Justin era da considerare ‘virtuale’); perciò estremamente delicato interferire durante lo svolgimento di questo incontro finale. Justin completò il riscaldamento con una serie di servizi estremamente precisi, poi si avvicinò al giudice arbitro per le ultime direttive. Ameliè negli ultimi due anni era cresciuta prepotentemente ed era ormai arrivata ad un metro e settantacinque per 62 chilogrammi. Era in forma strepitosa e le sue gambe ‘giravano’ a mille. Non si era mai sentita così bene ma, dall’altra parte c’era Justin con un record di 78 vittorie e zero sconfitte negli ultimi due anni. Cosa sarebbe successo in questo campo ‘infuocato’? La partita iniziò con Amelie al servizio: una palla piatta al centro ma Justin sembrava un fulmine e rispose con grande pressione nella zona del rovescio mettendola subito in difficoltà: 0-15. Tutto il primo set seguì questo andamento con Justin sugli scudi e Ameliè a cercare di capire come metterla in difficoltà. Ma non si scoraggiò nemmeno alla fine del primo finito 6 - 1 per Justin. Il secondo set iniziò come la fine di quello precedente, Justin si portò sul 3-1 e sembrava che il risultato finale non potesse essere messo in discussione. Erano le tre del pomeriggio in una giornata d’agosto e la temperatura continuava a salire, eravamo ormai arrivati a 38 gradi. Justin per un attimo si bloccò e giocò i successivi punti come se i suoi movimenti fossero leggermente più lenti. Ameliè se ne accorse e immediatamente fece tesoro di quella situazione a lei favorevole, passò rapidamente avanti nel punteggio portandosi sul 5-3 e subito dopo ‘portò a casa’ il set per 6-4. Eravamo alla resa dei conti: terzo e decisivo set. Ameliè sentiva l’importanza della posta in palio ma ciò non fece altro che moltiplicarle le forze e come le succedeva nelle partite più sentite entrò nella sua immancabile black-box. Justin era impassibile e quel breve passo a vuoto sembrava dimenticato. La partita proseguiva di pari passo. 2-2, 3-3, 4-4, 5-5 finché si arrivò ai game decisivi Ameliè si sentiva ancora bene fisicamente e la sua mente era lucida. Sentiva che avrebbe potuto farcela. Justin non dava ulteriori segni di cedimento ma sembrava più vulnerabile. Amelie raccolse le sue forze e iniziò un dialogo interno che la portò ad essere consapevole di quello che avrebbe potuto fare. Justin continuò con il suo tennis percentuale senza grandi fantasie ma molto redditizio, lasciando intendere che fino all’ultimo avrebbe continuato a picchiare quella palla pesante e profonda. Cosa poteva sbloccare questa situazione di stallo? Ad Ameliè arrivò la soluzione, una vocina interiore che la incoraggiava a crederci, fino in fondo. Eliminò totalmente gli agenti esterni che avrebbero potuto distoglierla dall’obiettivo finale: lo stato di attivazione corretto, lo stato di ‘flow’. Ora vedeva solo quel rettangolo rosso, la sua avversaria e la pallina, che sembrava essere più grande e più lenta di prima. Tutte le cose sembravano andare al rallentatore, sembrava Neo nel film "Matrix" e colpì la palla con forza e precisione... game, set, match. Aveva vinto la partita più importante della sua vita! Si avvicinò a Justin e le strinse la mano; si aspettava di trovare un’avversaria arrabbiata ma non fu così: Justin era imperturbabile, come sempre, il suo volto non faceva trapelare alcuna emozione, come sempre.

 

Capitolo 8

- Epilogo -

Il modello T901 e il progetto vennero abbandonati e nel periodo successivo non si trovarono i fondi sufficienti per iniziarne uno nuovo, soprattutto perché era ormai evidente a tutti che cuore e intelligenza erano imbattibili.

 

GLOSSARIO

 

 

SPLIT-STEP

Il saltello a gambe divaricate che il giocatore esegue prima di giocare la volée, nella risposta al servizio ecc.

LIFT - Nella battuta è il taglio della palla dal basso verso l'alto. Nel diritto e nel rovescio, l'esasperazione dello stesso tipo di taglio.

KICK

Nella battuta è un'esasperazione del lift.

SLICE

Nella battuta è il taglio laterale della palla.

GAME

Il gioco. Ogni gioco è composto da almeno quattro punti. I punti sono: 15, 30, 40 e gioco. In caso di 40 pari (ovvero 3 punti pari) si va ai vantaggi fino a quando uno dei due giocatori non riesce a vincere due punti consecutivi.

SET

La partita, una frazione del match. Vince un set chi per primo si aggiudica 6 game con almeno due game di scarto.

MATCH

In inglese, l'incontro che può essere giocato al meglio dei 3 o dei 5 set.

BLACK-BOX

Giocatore immerso nel suo "io" senza che alcun elemento esterno lo possa distrarre, simile al successivo stato di "flow"

Stato di "flow"

Quando il giocatore è completamente concentrato, massimo livello di efficienza ed efficacia.

 

 

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