LA MOTIVAZIONE NELLA PRATICA SPORTIVA

di Francesca Bertuccioli

Il termine "motivazione" può essere inteso come <<l’insieme dei fattori che promuovono l’attività del soggetto, orientandola verso certe mete e consentendole di prolungarsi qualora tali mete non vengano raggiunte immediatamente, per poi fermarla al conseguimento dell’obiettivo>> (Reuchlin, 1957).

Preliminarmente va specificato come lo sport sia un’attività che viene praticata per libera scelta, la quale si viene a definire in tre momenti successivi: la scelta – caratterizzata dalla valutazione da parte del soggetto dei diversi elementi sia favorevoli che contrari alla pratica sportiva, prendendo in considerazione tutte le alternative possibili-, la decisione – di praticare un determinato sport a partire dalla suddetta valutazione- e l’attuazione – cioè la pratica concreta dello sport prescelto- (Giovannini, Savoia, 2002).

I giovani, sia i ragazzi che le ragazze, possono intraprendere un’attività sportiva spinti da un insieme piuttosto ampio di ragioni, le quali sono state studiate in dettaglio attraverso un considerevole numero di ricerche, tra le quali particolarmente interessante risulta il lavoro di Gill, Gross e Huddleston (1983). In particolare attraverso analisi successive è stato possibile individuare otto fattori, rappresentativi delle categorie generali della motivazione allo sport:

- il fattore <<riuscita/status>>, che fa riferimento al desiderio di vincere, di essere popolari, di migliorare il proprio status, di fare qualcosa in cui si è capaci e ricevere premi;

- il fattore <<squadra>>, relativo al desidero di essere parte di una squadra;

- il fattore <<forma fisica>>

- il fattore <<spendere energia>>, comprendente ragioni che riguardano il desiderio di scaricare le tensioni, di muoversi e di stare fuori casa;

- il fattore legato a quei rinforzi estrinseci che possono sostenere la motivazione del soggetto, come le persone per lui significative e il piacere derivante dall’uso del materiale sportivo;

- lo sviluppo e il miglioramento delle abilità sportive;

- l’amicizia e il desiderio di coltivare delle amicizie, nuove e vecchie;

- il <<divertimento>>.

Tra tutte le suddette motivazioni, quella che è apparsa maggiormente determinante è legata allo sviluppo e al miglioramento delle proprie abilità sportive; fermo restando che comunque l’acquisizione di questa competenza è necessario che avvenga in un contesto che tenga in considerazione anche le altre motivazioni (Cei, 1998), soprattutto al fine di evitare l’abbandono sportivo.

Tra i processi motivazionali, va nominata la motivazione legata alla riuscita, la quale è stata particolarmente approfondita dagli studi di Murray, McClelland e Atkinson, i quali l’hanno definita in termini di motivazione alla riuscita e motivazione ad evitare l’insuccesso. In particolare, con riferimento agli sportivi di sesso maschile, sembra che un elevato desiderio di successo e una scarsa paura dell’insuccesso comportino un livello di abilità più elevato durante la competizione; mentre, al contrario, una limitata predisposizione al successo associata ad una marcata paura dell’insuccesso comportano prestazioni migliori durante l’allenamento. Ulteriori ricerche hanno messo in evidenza come un livello inteso di paura dell’insuccesso associato ad un elevato desiderio di successo può invece favorire prestazioni positive; questo dato può essere interpretato come capacità del soggetto di utilizzare efficacemente i processi di autoregolazione, consentendogli di utilizzare questa ansia pre gara in termini positivi per la competizione. In generale, il modello proposto suggerisce che un elevato desiderio di successo comporta prestazioni migliori in confronto ad una bassa attesa di successo (Cei, 1998).

La critica che però può essere avanzata a questo modello fa riferimento all’eccessiva enfasi che questo pone sulla personalità del soggetto, intesa come forza relativamente stabile che determina le caratteristiche motivazionali; infatti oltre alle caratteristiche strettamente individuali una notevole importanza va riconosciuta anche a quelle situazionali, in una reciproca azione sinergica. Ad esempio, non tutti attribuiscono lo stesso significato al concetto di successo nello sport: cioè quando si parla di senso di riuscita alcuni potranno intenderlo come la realizzazione di prestazioni che manifestano un elevato grado di competenza, altri come vittoria nel confronto con gli altri. In particolare, questo esempio fornisce l’occasione per distinguere due ulteriori orientamenti motivazionali specifici: cioè l’orientamento al compito (per cui il soggetto è interessato a dimostrare un certo grado di competenza/padronanza) e l’orientamento al Sé (per cui il soggetto vuole dimostrare il proprio grado di abilità nel confronto con gli altri). La predominanza dell’uno o dell’altro stile motivazionale è determinata non solo dalla disposizione individuale, ma anche da fattori situazionali, come possono essere ad esempio i rinforzi provenienti dagli adulti oppure il modo in cui è strutturato l’ambiente; in quest’ultimo caso è chiaro come una competizione caratterizzata dal confronto interpersonale e da una valutazione pubblica eliciterà un orientamento al Sé, mentre una maggiore enfasi posta sull’apprendimento e sulla dimostrazione di un certo grado di maestria stimolerà un orientamento al compito (Cei, 1998).

È importante quindi non trascurare quelle che sono possono essere delle determinanti di carattere contestuale; con queste s’intendono: le strutture di ricompensa – che, se legate alla prestazione contro l’avversario o alla prestazione contro uno standard, determineranno diverse modalità competitive a cui si assoceranno dei corrispondenti orientamenti motivazionali -, l’orientamento dell’allenatore – che a sua volta può essere basato sul controllo oppure sull’informazione, modificando la percezione di sé del soggetto nonché la sua motivazione-, le differenze legate al tipo di sport – che possono attirare alcuni soggetti e non altri, ed anche i fattori socio-culturali (classe sociale, razza, etnia) – che possono esercitare una certa influenza sul grado di coinvolgimento del soggetto nello sport stesso- (Giovannini, Savoia, 2002).

Il risultato di una certa prestazione non va quindi letto solo in termini di vittoria o sconfitta, ma soprattutto di percezioni individuali di successo o di fallimento: coloro che sono maggiormente interessati al livello di padronanza si focalizzeranno maggiormente ai miglioramenti rilevati durante la prestazione confrontandoli con gli standard precedenti, attribuendo ad essi maggiore valore rispetto alla vittoria in sé; al contrario coloro che gareggiano focalizzandosi sul confronto con gli altri, definiranno il successo o il fallimento soprattutto in relazione alla prestazione degli altri e quindi all’esito della competizione (Giovannini, Savoia, 2002). Questi due orientamenti sono dimensioni indipendenti per cui, non essendo legati tra loro, possono essere presenti entrambi nello stesso soggetto in misure diverse: un individuo può essere fortemente orientato tanto verso il sé quanto verso il compito, oppure un altro potrebbe essere maggiormente focalizzato sul compito e meno sul sé, o viceversa (Nicholls, 1992). È stato inoltre messo in evidenza come l’orientamento al compito sia in relazione positiva con la percezione dello sport come attività divertente, mentre al contrario l’orientamento al sé ridurrebbe l’interesse intrinseco per lo stesso (Duda, Nicholls, 1992).

Anche le valutazioni del soggetto sul proprio livello di competenza esercitano una notevole influenza sulle prestazioni dello stesso (Harter, 1978; 1985): il sentimento di autoefficacia si struttura nella continua sperimentazione delle proprie capacità e, mentre queste ultime si affermano e si stabilizzano, il soggetto si pone continuamente nuovi obiettivi che lo metteranno nuovamente alla prova. In questo processo di strutturazione particolarmente importanti sembrano essere le risposte fornite dal contesto esterno, in particolare dall’allenatore: il feedback di quest’ultimo influenza notevolmente la percezione della propria abilità e la prestazione sportiva, soprattutto nei giovani adolescenti (Weiss, Chaumenton, 1992). I risultati di Weiss e Chaumenton (1992) evidenziano come i giovani prediligano dei rinforzi che non solo li incoraggino ma soprattutto forniscano loro suggerimenti di carattere tecnico volti a farli migliorare, e come questi stessi messaggi stimolino la loro percezione di competenza.

Relativamente ai processi motivazionali è importante citare anche la cosiddetta teoria dell’attribuzione, per cui gli individui cercano di dare un senso agli eventi che accadono a loro e all’ambiente circostante attraverso delle relazioni causali: il cosiddetto locus of control identifica la causa della prestazione come interna o esterna; altrettanto importante è il concetto di stabilità, per cui le cause di un certa prestazione vengono identificate come stabili o instabili (Weiner, 1972, 1979). Il primo concetto permette di determinare se l’individuo interpreta le cause come più o meno suscettibili di controllo da parte sua: è evidente come l’attribuzione di un successo a cause interne agisca positivamente sulla propria autostima, incrementando l’interesse verso quella stessa attività; così come, al contrario, attribuire un insuccesso a cause interne può comportare una diminuzione del senso di autoefficacia con una conseguente riduzione del coinvolgimento in quella particolare attività. Anche la stabilità, d’altro canto, può influenzare le aspettative future di successo agendo anche sul vissuto emotivo: associare un insuccesso a cause stabili comporterà aspettative di fallimento anche in relazione alle prestazioni future; mentre in caso di successo si svilupperà l’atteggiamento opposto. Così come, se un soggetto attribuisce un eventuale fallimento a delle cause instabili, coltiverà aspettative positive in relazione alle situazioni future; mentre associare costantemente un successo a cause instabili può indurre aspettative negative in relazione alle prestazioni successive.

Approfondendo il legame tra interpretazione dei risultati, formulazione di nuove aspettative e prestazioni è emerso come i soggetti – soprattutto allo scopo di preservare la propria autostima- tenderebbero a fornire interpretazioni causali di tipo difensivo nel caso di insuccessi, e in termini di abilità e d’impegno i successi, riconoscendo quindi una maggiore responsabilità personale nel caso di prestazioni positive, in confronto a quelle negative. Inoltre, oltre ad una particolare enfasi posta al locus of contro interno, i successi vengono anche attribuiti in misura maggiore a cause stabili e controllabili (McAuley, Gross, 1983).

Interessante è anche considerare lo stato emotivo come fonte di influenza del comportamento emotivo e della prestazione stessa: se un soggetto è caratterizzato da uno stato emozionale di felicità, divertimento, piacere e orgoglio tenderà a mantenere e ad aumentare il proprio livello di motivazione e quindi di padronanza; al contrario uno stato negativo espresso da ansia, tristezza, vergogna, imbarazzo diminuisce la motivazione e il desiderio di partecipazione (Giovannini, Savoia, 2002).

Bibliografia.

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