LE EMOZIONI

Dott.ssa Federica Goia
e-mail: federicaxy@libero.it

 

La parola "emozione" deriva dal latino e- movere, che significa smuovere, portare da dentro a fuori.

Le emozioni sono delle reazioni psicofisiche che si attivano all’interno del corpo nella mente di un individuo mentre recepisce, elabora e risponde a date situazioni ed eventi. Rappresentano un’esperienza soggettiva di una certa intensità, a cui seguono modificazioni a livello vegetativo ( fisiologico e viscerale) , psichico e somatico. Le reazioni fisiologiche investono anche le funzioni vegetative, come la circolazione, respirazione, digestione e la tensione muscolare. Le reazioni viscerali si manifestano con una perdita momentanea del controllo neurovegetativo, con conseguente incapacità temporanea d’astrazione del contesto emozionale. Le reazioni psicologiche si manifestano come riduzione del controllo di sé, difficoltà ad articolare logicamente azioni e riflessioni, calo della capacità di metodo e di critica. Secondo la prospettiva evolutiva, l’emozione è una catena complessa di eventi, in cui cognizione , sensazione e modificazione fisiologica possono essere sia il punto di inizio che di fine della sequenza. L’interazione tra questi fattori può modificare la percezione della realtà esterna ed interna di un individuo. In letteratura sono state individuate dieci emozioni primarie : interesse-eccitazione, gioia-godimento; allarme- sorpresa; paura- terrore; vergogna-timidezza, colpa-rimorso, da cui derivano le 64 emozioni attualmente riconosciute.

L’emozione è il punto di incontro fra il corpo e la mente la quale veicola la rappresentazione mentale della realtà.

Un’emozione non è mai neutra, è sempre spiacevole o piacevole. Funzione che ha origine da alcuni presupposti, che determinano la competenza emozionale della persona. Il primo presupposto, in ordine di importanza, è la capacità di riconoscere le emozioni.

L’individuo consapevole del sentimento, nel momento in cui insorge presta attenzione ai propri stati interni e sa attribuirgli un nome. Dall’autoconsapevolezza si sviluppa la capacità di autocontrollo.

Le emozioni stimolano la persona all’azione, stabilendo priorità fra obiettivi.

Negli esseri umani l’amigdala ( termine che deriva dalla parola greca che significa "mandorla") è un gruppo di strutture interconnesse posta sopra il tronco cerebrale vicino alla parte inferiore del sistema limbico. Ci sono due amigdale ciascuna su un lato del cervello. L’amigdala umana è relativamente voluminosa rispetto a quella degli altri primati. L’ippocampo e l’amigdala sono due parti fondamentali del rinencefalo dando poi origine alla corteccia primitiva e poi alla neocorteccia. L’amigdala è specializzata nelle questioni emozionali, se viene resecata dal resto del cervello c’è un’evidentissima incapacità di valutare il significato emozionale, le interazioni umane perdono interesse; privata dell’amigdala una persona perde non solo la capacità di riconoscere i sentimenti,ma anche la capacità di provare sentimenti sui sentimenti. L’ amigdala funziona come un archivio della memoria emozionale, quindi depositaria del significato degli eventi, la vita senza amigdala è un’esistenza spogliata di un significato personale. Tutte le passioni dipendono da essa. L’attività dell’amigdala e la sua interazione con la neocorteccia sono al centro dell’intelligenza emotiva. I segnali in entrata provenienti dagli organi di senso consentono all’amigdala di analizzare ogni esperienza. Questo suo ruolo mette l’amigdala in una posizione di grande influenza nella vita mentale facendone una sorta di sentinella psicologica che scandaglia ogni situazione e ogni percezione sempre guidata da un unico interrogativo :" E’ qualcosa che odio?"; "E’ qualcosa che temo?"….se la risposta è affermativa l’amigdala scatta immediatamente telegrafando un messaggio di crisi a tutte le parti del cervello. Nell’architettura cerebrale l’amigdala è una di quelle centraline programmate per inviare chiamate d’urgenza a tutte le parti cerebrali del cervello: stimola la secrezione degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, mobilita i centri del movimento e attiva quelli del sistema cardiovascolare, muscoli e intestino. Altri circuiti che si dipartono dall’amigdala segnalano l’ordine di secernere piccole quantità di noradrenalina: un ormone che aumenta la reattività delle aree chiave del cervello, comprese quelle che rendono più vigili i sensi mettendolo così in uno stato di allerta. Altri segnali emessi dall’amigdala ordinano al tronco cerebrale di far assumere al volto un’espressione spaventata, di bloccare i movimenti già intrapresi dai muscoli, accelerando la frequenza cardiaca innalzando pressione sanguigna e respiro.

Altri segnali ancora attirano l’attenzione su quello che ha scatenato la paura e preparano la muscolatura a reagire appropriatamente. Contemporaneamente i sistemi mnemonici corticali vengono riorganizzati con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione importante della situazione di emergenza in atto. E questi sono solo una parte di tutti i cambiamenti meticolosamente coordinati che l’amigdala armonizza arruolando tutte le parti del cervello.

Nel cervello gli input sensoriali provenienti dall’occhio e dall’orecchio viaggiano prima diretti al talamo e poi all’amigdala, un secondo segnale viene inviato poi dal talamo alla corteccia: il cervello pensante. Ramificazione che permette all’amigdala di cominciare a rispondere prima della neocorteccia la quale elabora le informazioni attraverso diversi livelli di circuiti cerebrali prima di percepirle completamente e cominciando rapidamente la risposta più raffinata dell’amigdala.
La conoscenza di tale circuito è stato importante per spiegare la capacità dell’emozione di soffocare la razionalità.

Dal punto di vista anatomico il sistema emozionale può agire indipendentemente dalla neocorteccia, alcuni ricordi e reazioni emotive possono formarsi senza una partecipazione cognitiva cosciente. Nell’amigdala possono esserci ricordi e repertori di risposte che vengono attuati inconsciamente e ciò perché la scorciatoia del talamo all’amigdala esclude la neocorteccia. Aggiramento che sembra permettere all’amigdala di assumere il ruolo di archivio di impressioni e ricordi emozionali dei quali non siamo coscienti. Le Doux ipotizza che sia proprio questo ruolo mnemonico dell’amigdala a spiegare i risultati sbalorditivi di un esperimento nel corso del quale i soggetti manifestavano preferenza strane per figure geometriche. Altre ricerche hanno dimostrato che nei primi millisecondi della percezione comprendiamo in modo inconscio l’oggetto percepito e decidiamo se più o meno piacevole, le nostre emozioni hanno una mente che si occupa di loro e può avere opinioni totalmente indipendenti da quelle della mente razionale.

Principale funzione dell’ippocampo sta nel fornire un ricordo particolareggiato nel contesto vitale per il significato emozionale, è l’ippocampo che riconosce il diverso significato, es. di un orso visto alla zoo o nel cortile di una casa. L’ ippocampo ne ricorda i fatti così come sono, l’amigdala ne ricorda le emozioni. Il cervello ha due sistemi mnemonici: uno per i fatti ordinari, l’altro per quelli che hanno una valenza emozionale.

L’informazione sugli stimoli esterni raggiunge l’amigdala da percorsi diretti provenienti dal talamo e da percorsi che vanno dal talamo alla corteccia dell’amigdala. La via talamo-amigdala è più breve. Il sistema di trasmissione è più veloce. Si tratta di un percorso di elaborazione veloce ed impreciso, che c consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi prima di sapere esattamente cosa siano. Fondamentale nelle situazioni di pericolo.

Possiamo parlare di emozione, quando ci troviamo di fronte ad una risposta complessa, che Reinsezein (1983) definisce " sindrome reattiva multidimensionale", la quale comporta una risposta fisiologica, tonico-posturale, motoria , espressiva, accompagnata poi da un’elaborazione cognitiva. Il maggiore studioso dello sviluppo emotivo (Sriufe-1985) afferma che per la comprensione dello sviluppo emozionale non si può prescindere dalla considerazione di come si sviluppa la capacità dell’anticipazione degli eventi, ci come il bambino acquista la consapevolezza di sé e degli altri e quindi, come arriva all’intenzionalità.

Si può parlare di vere e proprie e emozioni solo dal sesto mese, quando il bambino possiede queste capacità. La " teoria della differenziazione "( Bridges- 1932) prevede che nel neonato esista uno stato emotivo indifferenziato che si evolve in stati e tempi sempre più differenziati. Ogni emozione, gioia, paura, rabbia- emerge attraverso stadi paralleli a quelli riguardanti lo sviluppo dell’intelligenza senso motoria e origina da un precursore (piacere, circospezione, frustrazione ) della futura emozione. Molto presto però compare nell’essere umano la capacità di usare le emozioni non solo per esprimere un o stato d’animo. Al’uso espressivo delle emozioni e delle loro componenti motorie e mimiche si accompagnano presto un uso strumentale di loro. L’emozione dunque non implica solamente l’integrazione di fattori emotivi e cognitivi, ma un ruolo altrettanto importante è assolto anche dal contesto delle interazione e relazioni sociali e affettive nelle quali è coinvolto il soggetto. Sicuramente dobbiamo tenere conto di questi aspetti, se vogliamo parlare delle emozioni legate ad un contesto così sfaccettato dal punto di vista emotivo come quello sportivo, in qui si ritrovano inglobati i più svariati aspetti sociali delle emozioni: compagni, allenatori, arbitri, pubblico, genitori,…

Lo sviluppo emotivo ed affettivo non può secondo le più recenti teorie essere disgiunto da quello sociale e cognitivo. Le emozioni possono cominciare a manifestarsi fin dalla nascita ed è la qualità della relazione tra il bambino e chi si prende cura di lui a far sì che la loro espressione si articoli in pensiero armonico. A sostenere certe emozioni, piuttosto che altre sono, per esempio le aspettative, le previsioni più o meno consapevoli del piccolo sulle probabili risposte dell’adulto allevante ai suoi segnali. Non solo, l’espressione delle emozioni nel bambino è anche influenzata dalle reazioni agli stessi eventi da parte della figura più significativa per il bambino.

L’origine della pratica sportiva trova il suo punto di riferimento nell’antica Grecia. I Greci praticano sport ed attività fisiche interessandosi solamente alla formazione fisica ed intellettiva dell’atleta con l’obiettivo di arrivare ad un perfetto ed armonioso sviluppo della persona. Lo sport ha quel che un tempo si sarebbe chiamata un’anima , visto che ha radici nella natura dell’uomo, esperienza spontanea non prevista.

Fondamentalmente il GIOCO è una necessità fondamentale dell’uomo per crescere, appartenere, ha dei contenuti diversi rispetto alle diverse fasi di sviluppo, ma è la modalità più elementare e disponibile per provare piacere. Deve essere liberamente vissuta. Sport come attività ludica. Scopo principale deve essere quello di conciliare e armonizzare la mente con il corpo. Lo sport è una delle poche attività umane in cui la componente aggressiva, può essere usata in modo socialmente adeguato, in modo da renderla produttiva, creativa. Le energie naturali e pericolose vengono soddisfatte in modo civile e salutare. Si può praticare sport per ogni desiderio, ma l’importante è capire che il corpo è un contenitore che necessita di intelligenza e volontà per essere completo. Lo sport è tra quelle attività che risponde meglio all’esigenza dell’uomo all’azione, ma assume anche un valore di comunicazione e relazione in quanto è un mezzo per: entrare in contatto con gli altri, di emulazione, di evasione, di appagamento , di individualizzazione. Occasione in più per stabilire dei legami e imparare quel gioco di squadra che prevede la contrapposizione offrendo l’opportunità di percepire un nemico per gioco, che cessa di essere tale nel momento in cui il confronto ha termine. Funzione per imparare a vivere meglio, permette ai giovani un esperienza tale che permette di sentirsi accettati.

La psicologia dello sport si differenzia dalla psicologia clinica per fini e metodologie, è una psicologia dell’azione che si pone l’obiettivo di comprendere l’uomo a 360°

Gli stati ansiosi sono osservabili a livello fisiologico (tachicardia, aumento della ventilazione, …), emotivo ( ansia, insicurezza, paura, stanchezza) e comportamentale ( postura, movimenti, mimica). Il livello fisiologico è tra quelli più studiati.

Esistono diverse manifestazioni dello ansia. In particolare si è visto che c’è una relazione rettilinea tra performance e ansia di stato cognitiva; esiste una relazione curvilinea a campana tra performance e ansia somatica; esiste una relazione rettilinea positiva della performance con al fiducia nelle capacità personali (autostima).

La reazione fisiologica che sta alla base della preoccupazione è la vigilanza nei confronti del potenziale pericolo. Una reazione essenziale per la sopravvivenza nel corso dell’evoluzione. Quando la paura mette io cervello emozionale in uno stato di agitazione, parte dell’ansia che ne risulta fissa l’attenzione sulla minaccia contingente costringendo la mente ad escogitare un modo per controllarla ignorando qualunque altra cosa. La preoccupazione è ripercorrere mentalmente gli eventi in modo da isolare quello che potrebbe andare male e decidere come affrontare il problema. Un’analisi attenta della preoccupazione cronica mostra che essa ha tutti gli attributi di un "sequestro" emozionale di bassa intensità. Quando questo ciclo di preoccupazioni persiste e si intensifica sfuma in veri e propri sequestri emozionali, quindi in disturbi ansiosi come fobie ed ossessioni. Le preoccupazioni vanno viste come un sistema per affrontare minacce e pericoli. La funzione della preoccupazione è identificare mentalmente questi pericoli e riflettere sulle strategie per affrontarli. Le immagini innescano l’ansia fisiologica in modo molto più potente dei pensieri e quindi l’immersione nelle preoccupazioni allevia almeno in parte l’ansia. La preoccupazione cronica funziona positivamente solo per certi versi : allevia almeno un poco l’ansia senza risolvere il problema. Dal momento che le preoccupazioni croniche sembrano episodi di leggera intensità innescati a livello dell’amigdala si presentano spontaneamente, e per loro natura una volta comparse nella mente vi persistono.

L’ansia indica il vissuto soggettivo di agitazione e apprensione che si può accompagnare ad un grado elevato di attivazione associato ad uno stato d’animo negativo. L’ansia di stato è lo stato emozionale , caratterizzato da sentimenti di apprensione e tensione, associato ad attivazione dell’organismo e a emozioni negative. E’ una condizione transitoria e fluttuante nel tempo, si manifesta spesso in situazioni specifiche. L’ansia di tratto , è una particolare predisposizione soggettiva a percepire certi stimoli ambientali come potenzialmente pericolosi, ed è una caratteristica stabile della personalità. Ovviamente una influenza l’altra. Similmente anche l’autostima influisce positivamente o negativamente sulle prestazioni. Il tipo di attivazione dipende, quindi dagli stati emotivi, dalle caratteristiche individuali della personalità e dalla valutazione personale da parte del soggetto della situazione in cui si trova.

Da una ricerca sono emersi i seguenti risultati:

Le donne mostrano livelli ansiosi maggiori degli uomini; i livelli di ansia sono più elevabili nel nuoto ( sport singolo per eccellenza); i livelli si tratto sono riscontrati negli sport di squadra, soggetti maggiormente predisposti agli stati ansiosi, sono gli adolescenti tra i 12 e 14 anni praticanti sport individuali.

Uno dei problemi maggiormente sentiti nell’ambito sportivo è dato dalla necessità di controllare gli stati d’ansia nella situazione stressante della competizione. Le emozioni giocano una parte importante nell’esistenza di un’atleta. Tra i costrutti emozionali più importanti l’ansia ( da prestazione pre.agonistica, generalizzata,…) è una costante insita nell’ambito umano. L’ansia è fondamentalmente un costrutto multidimensionale , portando a diverse risposte da parte dell’organismo: cognitive e di attivazione fisiologica.

Scegliere le tecniche migliori di gestione dipende dalla causa dello stress e dalla situazione in cui esso si manifesta. Scegliendo il metodo da usare per combattere lo stress, è fondamentale che l’atleta si chieda innanzitutto da dove questo stress derivi. Se è causato da fattori esterni, come la presenza di difficoltà relazionali, il metodo del pensiero positivo o la visualizzazione si possono rivelare molto efficaci. Se lo stress è derivato dall’adrenalina in circolo sono consigliate le tecniche di rilassamento per permettere la riduzione del livello di adrenalina.

L’efficacia di queste tecniche di riduzione dello stress dipendono dalla pratica.

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