LE ARTI MARZIALI

Dott.ssa Federica Goia
e-mail: federicaxy@libero.it

Le origini delle ari marziali è antichissima, possiamo farla risalire alla civiltà Indù, periodo in cui il popolo guerriero degli Arii sottomise la pacifica civiltà della Valle dell’Indo, una popolazione adorante la divinità femminile Kali, che aveva già sviluppato tecniche vicino allo Yoga. Da questo incontro di civiltà nacque l’ Induismo. La nuova civiltà si presentava divisa in quattro caste:1. Sacerdoti, 2. Guerrieri e principi, 3. Agricoltori e artigiani, commercianti; 4. Servi e operai.

E’ alla civiltà Indù e al suo particolare sistema di divisione in gruppi, che si può far risalire l’origine delle arti marziali, in quanto la casta dei guerrieri, rigidamente chiusa, sviluppò una sofisticata forma di combattimento chiamata vitamuraki ( uomo il cui pugno è chiuso a diamante!). la vitamuraki probabilmente era una forma di combattimento avvicinabile alla boxe moderna. Le forme delle arti marziali elaborate dalla casta dei guerrieri sono arrivate fino a noi attraverso un processo di trasformazione. Nella sua evoluzione l’arte marziale si è poi caratterizzata come arte della spada. La casta militare dei samurai medioevali salì al potere intorno al 1000, furono proprio loro a portare all’apice questa raffinatezza tecnica.

Complessivamente sono dette stili marziali interni in quanto l’insegnamento prevale sull’aspetto tecnico, al contrario gli stili marziali esterni sono derivati dalle scuole di arti marziali istituite dai monaci del tempio Shaolin.

Gli stili interni si basano fondamentalmente sullo sviluppo del centro energetico, il cossi detto chi, centro che nel corpo si trova qualche centimetro sotto l’ombelico, in corrispondenza con il baricentro, dove si pensa si concentra l’energia del corpo. Gli stili marziali interni in Cina avevano sviluppato il concetto del chi a partire dalla teoria del tao. Si deve al taoismo fondato da Lao – Tse fra il VI e V sec. a.C.. l’introduzione del concetto di Tao ( via che indica il metodo) l’instradamento a mantenere un rapporto armonico tra via materiale e spirituale. C’era il tao del cielo, della terra e dell’uomo. Il taoismo non sviluppò solo le tecniche marziali, ma anche sessuali, alimentari e salutari, con le quali si cercava di raggiungere l’immortalità del corpo, attraverso la perfetta armonizzazione dell’uomo con sé stesso e la natura. La tradizione marziale cinese ha origini anteriori al taoismo. Nell’arte della divinazione dell’I – Ching venivano usati otto trigrammi e loro combinazioni le quali erano concepite come immagini di quello che avviene tra il cielo e la terra. Negli stili interni cinesi si praticava lo sviluppo dell’energia interna del chi attraverso movimenti di difesa basati sugli otto movimenti abbinati agli otto trigrammi.

L’influsso del taoismo e del confucianesimo negli antichi stili interni cinesi del chi determinava un’importante caratteristica: l’insegnamento imponeva sia al filosofo che al maestro una severa disciplina morale e continua ricerca dell’armonia tra le forze positive e negative della natura. Gli stili di arti marziali sono sempre state discipline psicofisiche , che attraverso lo studio del combattimento cercano il raggiungimento dell’armonia tra uomo e ambiente. E’ però con il Buddismo Mahayana che tali forme di teorie e tecniche hanno il loro pieno sviluppo. Quindi nella pratica del chi, rivolgersi a se stessi significa porre mente al proprio baricentro e controllarlo; nell’Aikido il colpo viene sempre evitato e la forza è restituita all’avversario, il quale è proiettato con moto centripeto, in modo da fargli prendere la tangente di un cerchio ideale. Se gli stili interni si basa no su una forma di meditazione , le arti marziali interne costituiscono un insieme di tecniche, sia a coppia che individuali, tendenti a sviluppare coordinazione ed equilibrio.

E’ il contenuto ideologico che distingue l’arte marziale da semplice combattimento. Un elemento fondamentale delle tecniche di combattimento in Oriente deriva dalla tradizione religiosa e medica : l’uso calcolato della respirazione per acquisire forza, calma, velocità e scioltezza. Gli stessi monaci che raccoglievano e trascrivevano testi sacri e tradizioni esoteriche orientali tramandavano le conoscenze sulle pratiche empiriche di guarigione che erano alla base della loro visione religiosa. Negli stessi luoghi religiosi, le persone ideavano esercizi fisici come yoga e il Tai Chi chuan nelle sue forme più arcaiche per sviluppare i poteri del corpo e della mente. Per questo non ci sorprende oggi trovare una visione del rapporto uomo – natura e una concezione dell’unità mente- corpo, straordinariamente analoghe a quelle che costituiscono il nucleo teorico delle medicine orientali più antiche, come quella ayurvedica, tibetana e il complesso sistema medico, che ruota nelle sue varianti, attorno all’agopuntura cinese.

Da qui si può comprendere come le arti marziali siano considerate "VIE": della flessibilità (Judo), della mano vuota ( karate), la via dell’unione degli spiriti (Aikido),…l’apprendimento della tecnica non è mai considerato fine a se stesso, ma un percorso faticoso verso l’integrazione tra mente e corpo, verso la realizzazione del sé. E’ l’integrazione psicosomatica l’espansione della possibilità e la realizzazione del potenziale del corpo-mente sono gli obiettivi delle arti orientali nell’accezione più ampia, che considerano la malattia un’occasione data all’uomo per ripristinare il suo equilibrio psicofisico ad un livello d’integrazione superiore. L’esperienza e il contributo giapponese nella pratica del combattimento individuale con o senza armi sono tra i più antichi, raffinati e durevoli mai documentati. Le antiche arti marziali vennero sviluppate e raffinate durante un periodo di sperimentazione diretta sui campi in battaglia. Soprattutto in Giappone esse vennero revisionate e riusate in modelli trasmissibili di allenamento durante i secoli di isolamento assoluto delle isole. Metodi di combattimento che producevano grandi somiglianze nelle tecniche e soprattutto una concezione quasi identica delle motivazioni interiori, basate su certi schemi sociali di comunicazione e reciprocità, esemplificati attraverso lo sviluppo della coordinazione fisica, funzionale e psicologica. La prestazione sportiva è eccezionale, tutto sembra fluire senza sforzi, come se l’atleta fosse in un momento magico, nel quale tutto si svolge perfettamente sia dal punto di vista fisico, che mentale. E’ questo lo stato di flow, esperienza caratterizzata da un vissuto di spontaneità e naturalezza, con totale assorbimento in quello che sta accadendo. In Giappone, i primi maestri Zen ricercavano nell’Arte del tiro con l’arco un’esperienza spirituale caratterizzata da una "tensione senza intenzione", ancora oggi viene praticato come un rito, nonostante sia uno sport nazionale. In questo stato mentale l’attenzione è centrata sugli stimoli rilevanti della prestazione ed usa al meglio tutti i canali sensoriali. L’atleta è completamente centrato sul compito, tanto da avere una distorsione spazio-temporale dell’esperienza.

Anche nell’ambito delle discipline marziali è importante la cura del corpo e la ricerca dell’equilibrio psicofisico. Ecco quindi l’importanza della "struttura " nell’arte marziale. Per "struttura" si intende la capacità di reagire alla forza di gravità senza essere schiacciato. Ancorato bene a terra, comincia quello che in Bioenergetica si chiama " radicamento " a terra. Come dicono i maestri di CHI KUNG è importante " collegare il polo positivo (cielo), con quello negativo ( terra). E’ in quello spazio che l’uomo realizza la propria via , generando quella tensione salutare che carica il corpo di energia psicofisica, concetti riuniti in un'unica parola GROUNDING. Non di meno il rapporto che l’individuo ha con l’aria, il respiro è una parte importantissima ed imprescindibile della struttura stessa. Tutto il sapere apparentemente occulto delle scuole tradizionali e degli antichi maestri Orientali non è stato altro che un lavoro strutturale, che grazie a studiosi come Raich e Lowen, si condensa in un’attività scientifica che prende il nome di Bioenergetica tentando di analizzare e classificare, spiegare l’energia globale di un essere vivente con al sua valenza energetica e le sue abitudini. Analisi scientifica che con il compito di intervenire sulle dinamiche psichiche di un individuo, si accosta in modo impressionante alla concezione orientale dell’energia interna fino ad identificare nel concetto di Orgone, l’elemento unitario minimo di energia vitale , presente in tutto l’universo.

La storia ci insegna che l’arte marziale . così come l’attività sportiva sono nate con la specifica funzione di formare l’individuo in un percorso di crescita continua dove corpo e mente scoprono nuove forme di integrazione migliorando la qualità espressiva dell’individuo nella realtà. Si vuole quindi restituire nell’arte marziale e sportiva il loro naturale potere educativo e curativo che hanno sull’individuo re-interpretando l’apprendimento in ogni movimento, non più come semplice azione del corpo senza interazione psichica. La formazione dell’attività motoria è uno strumento fondamentale di crescita per l’individuo. La pratica marziale si sviluppa su due binari considerando l’uomo come unità psicosomatica. Le arti marziali nate e sviluppate nell’antico Oriente hanno da poco conquistato anche l’Occidente. Analizzando il modo come è avvenuta tale migrazione salta subito all’occhio la differenza nei modi e nelle motivazioni che inducono le persone alla pratica stessa dell’arte marziale. Alla base della differenza tra Oriente e Occidente nella pratica marziale bisogna analizzare le motivazioni che alimentano gli atleti fortemente condizionati dai principi che sostengono le diverse culture.

Si evidenzia sempre di più l’importanza di una formazione marziale globale, dove l’integrazione tra corpo e mente sia dominante. Formazione marziale globale prevede un settore dedicato all’arte del combattimento , analizzato secondo i principi della psicologia del confronto. E’ ormai noto a tutti che la pratica di uno sport da combattimento o di arte marziale è un’occasione inevitabile per l’individuo per confrontarsi con se stesso e la propria modalità per affrontare gli scontri nella vita auto-affermando con modalità costruttive e soddisfacenti per sé stesso.

Il fondatore del karate Funakoshi Gikin, nacque nel 1869 da una nobile famiglia di Okinawa. Il padre dovette abbandonare la spada e tagliarsi il ciuffo, che distingueva i membri della società dei guerrieri a seguito dell’ordinanza che vietava a tutti i Samurai di portare armi. Da giovane comincia studiando il Tode, stile di combattimento autoctono di Okinawa. Nel 1936, dopo varie procedure, c’è la codifica del nome vero e proprio karate-do (via della mano vuota). La nuova disciplina non era un vero e proprio sport. Il karate è un’arte marziale a mani nude che si sviluppò nel corso dei secoli a Okinawa, sotto l’occupazione cinese del XVI sec. Metodo di combattimento ispirato in gran segreto, come autodifesa contro le aggressioni dei briganti e per difendersi dall’esercito di occupazione. La popolazione si allenava in segreto e, riuscì poi a sperimentare tecniche sufficienti per rispondere ai soprusi degli invasori. Vennero creati numerosi stili, per cui Funakoshi tentò di unificarne gli stili. La gioventù giapponese si entusiasmò per l’Okinawa – te, intravedendo in essa la possibilità di acquisire una certa invulnerabilità partecipando a quel sentimento di ultranazionalismo che i governatori assecondavano apertamente. Gli esercizi preparatori ed i combattimenti erano molto violenti, ecco che il figlio Gigo, opponendosi amichevolmente lo trasformò da arma letale in una "via marziale" di sviluppo fisico e spirituale. Si trasforma quindi in una disciplina marziale mantenendo le sue caratteristiche originali: uso dei calci, pugni e gambe per eseguire temi sui punti sensibili dell’avversario evitando il contatto fisico.

Con il termine distanze intendiamo lo spazio all’interno del quale ci si muove, identificabile come cerchi concentrici, all’interno di esse ci muoviamo e permettiamo agli altri di separarle. La pratica del corpo a corpo è una tecnica tipica della Muay Thai, imponendo agli atleti la riduzione della distanza di combattimento, raggiungendo le corte distanze della lotta. Il confronto alla corta distanza impone all’atleta un riadattamento dei parametri fisici e psichici. Il lottatore in primo luogo deve irrompere nella guardia dell’avversario con modalità decisa ed irrefrenabile, insinuandosi nel primo varco possibile offerto dalla guardia dell’altro. La scelta del tempo e del punto in cui inserire il proprio attacco è fondamentale, per ottenere con precisione e destrezza l’ atleta oltre ad essere centrato su sé stesso, deve fare i conti con al capacità di gestione dello spazio circostante, ma ancora di più con la capacità di aggredire l’altro. L’azione del lottare non dà tregua all’avversario, lo confonde togliendogli ogni possibilità di agire, costringendolo solo a reagire con azioni di difesa e non di attacco.

Le arti marziali sono spesso state definite come uno sport proibito alle donne, mentre invece si è visto che attraverso il combattimento la donna opera un miglioramento di sé e della propria esistenza. I movimenti del corpo, gestualità, modalità con le quali si esprimono le emozioni sono uguali in uomini e donne da bambini, poi attraverso reazioni di compiacenza o diniego dei familiari si strutturano in diversi comportamenti. L’aggressività come principio comune nei due sessi, mal accettato nelle femmine, diventano poi autoaggressività, è invece ben vista e a volte incoraggiata nei maschi. Ecco allora il potere del movimento, le arti marziali offrono un terreno associato per quanto riguarda la possibilità di esprimersi e crescere come essere umano e contemporaneamente rispettoso delle differenze tra maschi e femmine.

La divulgazione ufficiale del karate, parte da Okinawa, piano a piano comincia a diffondersi nelle scuole, con la convinzione che un ragazzo ben preparato sia da un punto di vista fisico che mentale, sia un cittadino migliore. Ecco che l’arte marziale può essere vista come una palestra di vita e una sana pratica quotidiana che garantisce il movimento di uno stato di benessere fisico e somatico. La formazione globale prevede un settore dedicato all’arte del combattimento analizzato secondo i principi della psicologia del confronto. Noto a tutti che la pratica di uno sport da combattimento è un’importante occasione per confrontarsi con sé stessi e con gli altri.

Le motivazioni che spingono alla pratica di tale disciplina sono diverse: motivi legati al fascino esotico, per acquisire fiducia e autostima, aumentare le capacità di difesa, prevenzione mantenimento della salute psicosomatica, molto interesse si è sviluppato attraverso il cinema e magari all’interno del settore sportivo ottenere un’affermazione personale. Le arti marziali possono essere usate come una sorta di psicoterapia per armonizzare la personalità di chi le pratica, possono essere sfruttate in campo sociale. Alcuni ragazzi e alcune ragazze scelgono di praticare l’arte marziale per imparare l’autodifesa e voler imparare a migliorare la propria personalità., sfruttate anche in campo sociale.

Alcuni ragazzi e ragazze scelgono l’arte marziale per migliorare la propria immagine. Ricerche sull’aggressività indicano che il karateka può e sa diventare meno aggressivo in realtà, visto che aumenta la propria autodifesa. Bisogna quindi cercare di dimenticare l’aspetto autoagressivo. E’ opinione di molti che il karate si emozionalmente più difficile per le donne che per gli uomini, in quanto avrebbero una percezione riguardante la propria vulnerabilità diverse.

Comunque sia i karateka hanno una buona consapevolezza del proprio corpo ed una buona efficienza fisica, riflettono un senso di benessere generale. C’è poi un’ambizione e uan ricerca del successo in grado minore rispetto agli altri sportivi, ma si riscontrano valori molto alti nella capacità di impegno le donne ottengono risultati più tangibili, meno ansiose , meno depresse. Il loro umore migliora con il procedere del tempo arrivando al grado migliore delle cinture nere. Le paure quotidiane diminuiscono già dal passaggio delle principianti alle cinture intermedie. Le donne avrebbero un modo diverso di rapportarsi all’ambiente, sia in allenamento che in gara, più preoccupate di "apparire". Possiamo vedere quindi come il karate offre più vantaggi alle donne che non agli uomini, lo possiamo consigliare per migliorare la propria immagine ed autostima, migliorare fisicamente e sentirsi più sicure.

Negli sport si sviluppano emozioni sia positive che negative. Ma anche le emozioni negative, come insoddisfazione e nervosismo possono essere sia di aiuto che di intralcio. Occorre imparare a controllare le emozioni per raggiungere l’ equilibrio psicologico, se le emozioni sono troppo intense, portano ad inabilità e insicurezza, se nulle o leggere portano ad apatia. Un primo passo per un atleta è rendersi conta dei propri stati emotivi, e nel riuscire poi a non farsi condizionare.

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