Golf e disabili: un binomio terapeutico

Dott.ssa Giusi Locati

Premessa

Nel 2005 a Padova è nata l’Associazione Golfisti Disabili del Veneto, diretta emanazione della Federazione Italiana Golfisti Disabili. La mia attività con l’associazione ha avuto inizio sin dalla sua costituzione grazie all’amicizia con il Presidente e con i soci fondatori.

L’associazione tra le sue finalità ha anche l’organizzazione di eventi formativi (le cosiddette clinic) dedicate ai neofiti e finalizzate ad avvicinare i portatori di handicap a questo sport. Nel 2006 e nel 2007 è stata co-coordinatrice dell’organizzazione degli Italian Open for disabile. Entrambe le manifestazioni si sono rivolte a giocatori portatori di handicap fisici distinti in 4 categorie in base al livello di handicap di gioco.

Quella che segue è la descrizione di alcuni casi affrontati nel corso di questi anni che hanno visto il coinvolgimento sia di portatori di handicap fisico sia di portatori di handicap mentale. Un caso è stato seguito anche negli ultimi 6 mesi, ho pertanto avuto la possibilità di applicare i concetti appresi nel corso del master di psicologia dello sport.

 

Anno 2005: organizzazione prima clinic disabili mentali.

Organizziamo un’intera giornata dedicata a loro. Al Golf Club della Montecchia di Padova è previsto l’arrivo di 160 ragazzi, tra i 18 ed i 35 anni, che non hanno mai giocato a golf.

I maestri coinvolti sono alla loro prima esperienza. Si decide pertanto di convocarli qualche giorno prima per spiegare loro le caratteristiche del gruppo, le possibili difficoltà che incontreranno e i comportamenti suggeriti per gestire gruppi di soggetti di questo tipo. Avremmo preferito partire con un numero inferiore di soggetti ma, saputa la notizia, molte associazioni della provincia ci hanno chiesto di aderire ed i maestri hanno deciso di affrontare l’evento nonostante le possibili difficoltà. Nella giornata di preparazione ai maestri ci rendiamo conto che tutti e tre, pur essendo assolutamente motivati, non sanno praticamente nulla dei soggetti che si troveranno di fronte. Si decide dunque di consegnare ad ognuno di loro una lista delle possibili difficoltà che incontreranno e di discutere caso per caso la situazione.

Si pone inoltre un ulteriore problema: i ragazzi verranno divisi in 4 gruppi ciascuno seguito da un maestro. Ogni gruppo prevederà la presenza di una decina di volontari di supporto i quali conoscono molto bene i ragazzi ma non sanno nulla di golf. Di comune accordo con i maestri si decide di redigere una piccola spiegazione da trasmettere ai volontari prima del loro arrivo illustrando il programma di lavoro dei tre gruppi e le attività svolte dal maestro.

Lavorando in anticipo con i responsabili delle associazioni coinvolte, cerchiamo di capire quali potrebbero essere i fattori critici di fallimento dell’evento individuandone alcuni in particolare:

  1. demotivazione dei soggetti di fronte ad uno sport poco noto e difficile da praticare
  2. paura di non essere all’altezza/difficoltà ad esporsi di fronte ai maestri
  3. mancanza di attenzione nelle fasi iniziali, di spiegazione del gioco

Si decide dunque di strutturare un programma piuttosto intenso che tenga conto di questi fattori e cerchi di limitarne la comparsa. I rappresentanti delle associazioni vorrebbero evitare di far vivere ai ragazzi la giornata come un puro momento di svago, la concepiscono al contrario come un potenziale evento educativo.

Alla luce di queste considerazioni decidiamo di programmare la giornata come segue:

Il giorno della clinic i ragazzi arrivano puntuali all’appuntamento.

Da subito ci accorgiamo che in alcuni l’ansia e la voglia di provare sta prendendo il sopravvento per cui seguono con difficoltà la fase iniziale di presentazione desiderosi di iniziare a giocare. I maestri, opportunamente preparati, coinvolgono tutti nella spiegazione delle regole affinchè ogni neofita conosca gli obiettivi e la logica sottostante al gioco.

Ci colpiscono in particolare una decina di soggetti, con ritardo piuttosto grave, i quali si dimostrano impauriti e preoccupati. Con una dei quattro maestri, l’unica donna, si decide di creare un gruppetto a parte che non resterà tale per l’intera giornata ma solo per la prima ora.

Durante quell’ora li facciamo sedere sul prato, gli raccontiamo che cos’è il golf, gli facciamo toccare i ferri e gli chiediamo di raccontarci secondo loro com’è questo sport. Lavoriamo sul goal setting ponendoci dei micro obiettivi e la maestra, che ha esperienza in materia di tecniche di rilassamento, abbozza un po’ di rilassamento distensivo con loro. La reazione è ottima ed i ragazzi sono ora pronti ad affrontare il resto del gruppo.

La giornata procede secondo le aspettative ed il momento del commiato si rivela molto più importante di quanto avessimo immaginato: i ragazzi si sono divertiti, hanno imparato una nuova attività e non accettano di buon grado di tornare a casa. Ci accorgiamo in particolare che la parte inerente alle regole di comportamento è piaciuta molto e che si è rivelata davvero educativa per i ragazzi i quali hanno imparato due concetti fondamentali: rispettare l’ambiente che li circonda ed essere leali nei confronti dei propri colleghi di gioco. Molti di loro ripetono le regole ad alta voce e fanno un tentativo di applicarle anche adesso che la giornata è terminata. Con i maestri ci ripromettiamo di lavorare su questo punto che si è rivelato tanto utile per l’educazione dei ragazzi. Concordiamo con i responsabili delle associazioni di rivederci con una certa regolarità per ripetere l’esperienza.

Anno 2005: organizzazione prima clinic disabili mentali – un caso a parte

Nel corso della clinic viene a trovarci un ragazzo di 25 anni, in sedia a rotelle, che ha sentito parlare dell’iniziativa. L’atteggiamento non è dei migliori: scende dalla sua auto con difficoltà, la sedia di rovescia sulla ghiaia e lui cade ma ci impedisce di aiutarlo, è nervoso ed assume da subito un atteggiamento provocatorio: "è un’iniziativa per fenomeni da baraccone, io non farò mai una cosa del genere".

E’ molto arrabbiato e cerca in tutti i modi di rovinare il clima creatosi. E’ piuttosto evidente che sta morendo dalla voglia di essere coinvolto ma che non vuole fare il primo passo. Con uno degli insegnanti decidiamo di invitarlo a partecipare all’attività di uno dei gruppi. E’ riluttante ma alla fine accetta. Gli spieghiamo il concetto di handicap di gioco illustrandogli che il golf è uno sport dove le differenze di abilità possono essere appunto "livellate" dall’handicap di gioco. Sembra piuttosto attento ed interessato ma al momento di prendere i mano i ferri si dimostra di nuovo ostile. Conosciamo (e sta per arrivare da Milano) un giovane paraplegico che gioca a golf avvalendosi di una speciale carrozzina. Attendiamo il suo arrivo con impazienza poiché siamo convinti che aiuterà il nostro neofita a capire che un handicap fisico può essere superato da opportune strumentazioni di supporto. In effetti il giovane rimane molto colpito e ci chiede come può usufruire di questa attrezzatura.

Ora l’atteggiamento cambia passando, purtroppo, da uno stato di impotenza ad uno stato di onnipotenza immediatamente smorzata dai primi colpi di prova. Cambia carrozzina, prova quella per giocatori di handicap ed abbozza i primi, deludentissimi colpi. La reazione rischia di inficiare il lavoro fatto per fargli cambiare atteggiamento. Con il maestro lavoriamo sulla visualizzazione consigliando il ragazzo di non accanirsi sulla palla ma di provare ad immaginarla già in volo. Partono i primi colpi e l’atteggiamento si rasserena. E’ comunque evidente nel ragazzo mancanza di autostima e paura ad affrontare le novità sulle quali inizieremo a lavorare nei giorni successivi poiché il giovane decide di coltivare il rapporto e di continuare a giocare a golf. Il lavoro, nell’anno a venire, svolto da me e dal maestro, si concentrerà sull’autostima del soggetto e sullo sviluppo graduale delle sue potenzialità. Partendo da un test di autovalutazione dal quale è emerso un atteggiamento piuttosto sfiduciato nei confronti delle proprie potenzialità si è lavorato procedendo alla definizione di micro obiettivi mensili il cui raggiungimento ha dato al ragazzo la possibilità di iniziare ad avere maggior fiducia e coraggio nelle proprie potenzialità. Oggi affronta le prime gare con grinta e determinazione e sta imparando ad accettare le sconfitte come parte integrante e normale (non sempre si può vincere) di questo sport. Di recente il ragazzo ha accettato di compilare i questionario sulle abilità mentali che è stato poi motivo di discussione anche con il maestro: il punteggio emerso evidenzia che ancora molto deve essere fatto in merito alle due variabili gestione delle stress e gestione dell’ansia. Stiamo ottenendo dei buoni risultati con il rilassamento distensivo progressivo (considerando le sole parti dove il soggetto ha sensibilità fisica) con ottimi risultati tanto che il ragazzo ci racconta di utilizzarlo anche al di fuori dello sport nella vita di tutti i giorni con grande beneficio.

Anche il maestro ha accettato di mettersi in gioco con il test sul "comportamento dell’allenatore" che è stato somministrato a lui e ad un gruppo di suoi allievi (18 persone in tutto, normodotati e disabili, tra i 18 ed i 37 anni). L’esperienza si è rivelata decisamente utile poiché ha rivelato che il gruppo di allievi si aspetta un atteggiamento meno emotivo e molto più pacato rispetto a quello solitamente manifestato dal maestro il quale, soprattutto con i disabili, tende a sviscerare la propria emotività. Un approccio più tecnico e meno empatico sta avendo degli ottimi risultati sull’intero gruppo il quale agisce non tanto in funzione delle reazioni emotive del maestro quanto piuttosto in base alle sue aspettative di gioco.

Conclusioni

Nel complesso l’attività con questa associazione mi sta dando la possibilità di mettere in pratica quanto appreso e di utilizzare alcuni strumenti presentati nel corso del master. A breve inizierò una stretta collaborazione con un nuovo maestro con i bambini e mi piacerebbe partire da subito impiegando le tecniche apprese. Credo che la pratica mi aiuterà a gestire con maggiore familiarità anche gli strumenti apparentemente più difficili.

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