Sviluppo e personalita’

nel bambino

A cura di Vanessa Ferrari, Pedagogista

 

 

 

INDICE

 

1.LO SVILUPPO DEL BAMBINO E LA SUA PERSONALITA’

    1. APPROCCI TEORICI SUL CONCETTO DI SVILUPPO

1.2 LA PERSONALITA’

1.3 STRUMENTI E TECNICHE DI INDAGINE

1.4 TEORIE CLASSICHE DELLA PERSONALITA

1.5 ELEMENTI DI PSICOLOGIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA

1.6 CENNI SULL’ETA’ EVOLUTIVA

1.7 PREGI E DIFETTI DELLA PSICOLOGIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA

1.8 CARATTERISTICHE EVOLUTIVE DELLA FANCIULLEZZA

1.9AUTOSTIMA

1.10 COME SI SPERIMENTA IL SUCCESSO?

1.11 LA MOTIVAZIONE

1.12 MOTIVAZIONI SECONDARIE

1.13 COME SOSTENERE LA MOTIVAZIONE

1.14 IL CONTRATTO PEDAGOGICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.LO SVILUPPO DEL BAMBINO E LA SUA PERSONALITA’

 

 

Quando parliamo di sviluppo psicologico intendiamo una serie di cambiamenti che si verificano nel comportamento e nelle capacità della persona con l’avanzare dell’età.

Lo sviluppo riguarda l’intero arco della vita, dalla nascita alla senescenza, anche se i cambiamenti più significativi e più drammatici si verificano nel periodo dell’infanzia, della fanciullezza e dell’adolescenza.

Lo sviluppo risulta quindi essere il risultato di una modificazione strutturale e funzionale di un organismo.

Lo sviluppo è suddiviso in periodi con caratteristiche e proprietà ben precise, tali da essere classificati sotto un comune denominatore e separati , pur se non in modo netto; questi periodi sono detti fasi o età evolutive.

Il concetto di sviluppo deriva dall’immagine metaforica di un rotolo che svolgendosi rivela il proprio contenuto e la propria immagine.

Attraverso lo sviluppo l’individuo "si complica e si arricchisce"1 sia a livello biologico che psicologico.

Per esempio ( dal concepimento alla nascita) a livello fisico-biologicio lo sviluppo include il concetto di maturazione e di crescita , come dimensione ( il feto cambia il suo volume)e come struttura ( nella primissima fase l’organismo è un insieme di cellule non ben definite che si sviluppano sino a diventare , verso il terzo mese, un organismo ben strutturato , il feto).

I cambiamenti nel campo biologico sono endogeni ed indipendenti dall’ambiente, mentre i cambiamenti psicologici ( vedi paragrafi successivi), al contrario, derivano dall’interazione tra l’individuo con l’ambiente.

Poiché lo sviluppo psichico interessa tutti gli aspetti , sia funzionali che strutturali, di un organismo, ha senso esaminare ecologicamente( globalmente) tutte le diverse fasi di sviluppo .

 

 

 

 

1 Canestrati, Godino, "Introduzione alla psicologia generale", ed.Mondadori,2002, pag 181

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

All’inizio della vita i cambiamenti appaiono illusoriamente regolari e cronometrici, ovvero poco influenzati dall’ambiente.

E’ a partire dalla fanciullezza che le differenze di sviluppo tra una persona e l’altra si notano con maggior evidenza, poiché l’ambiente, le esperienze ed i condizionamenti esterni sono variabili maggiormente influenzanti.

 

1.1 APPROCCI TEORICI SUL CONCETTO DI SVILUPPO

 

Consideriamo tre approcci teorici che illustreremo qui in modo sintetico:

L’ approccio comportamentistico parte dal presupposto che l’individuo è un organismo docile e plasmabile, caratterizzato da una capacità illimitata di apprendimento.

Il cambiamento evolutivo non avviene dall’interno, bensì è lo stesso ambiente ad imporlo.

L’organismo viene modellato dall’ambiente in quanto tende a ripetere i comportamenti che hanno avuto conseguenze soddisfacenti (rinforzo positivo) e ad eliminare quelli che non le hanno avute(rinf neg)2.

Lo sviluppo viene considerato un progressivo modellamento delle risposte del bambino all’ambiente in cui vive.

L’approccio organismico (Freud e Vigotskji) considera l’individuo come un organismo attivo, spontaneo , teso a realizzare le proprie potenzialità.

Il cambiamento è la caratteristica primaria del comportamento. Il bambino costruisce un’immagine di sé e degli altri attraverso un continuo interscambio con l’ambiente.

 

L’ approccio psicoanalitico considera l’individuo come un organismo capace di dare significato a se stesso ed all’ambiente circostante.

Il cambiamento è visto come l’esito di conflitti interni (ad es tra amore ed odio, tra serenità ed ansia).

1.2 LA PERSONALITA’

La parola "personalità " deriva dal termine latino persona ed indica la maschera che si assume durante una recita, o il personaggio di una commedia.

Il termine personalità si riferisce, allo stile di comportamento di un individuo conoscibile dall’esterno.

Dire che cosa sia la personalità da un punto di vista scientifico risulta assai complicato e non esiste una definizione accettata da tutti in modo assoluto.

Basti pensare che Allport riuscì ad enumerare circa 18.000 termini utilizzati come descrittori della personalità, e 50 definizioni di personalità.

Secondo una definizione dello stesso, "la personalità è l’organizzazione dinamica, interna all’individuo, di quei sistemi psicologici che sono all’origine del suo peculiare genere di attaccamento all’ambiente."3

In psicologia il concetto di personalità è, forse, il campo più problematico e controverso, perché è stata messa in dubbio l’esistenza stessa dell’oggetto di studio.

Siamo abituati a dare per scontato che ci sia la personalità e che ogni individuo ne abbia una propria, ma la psicologia , basandosi su considerazioni empiriche ed oggettive ha espresso dubbi e perplessità.

Parlare di personalità vuol dire che i vari aspetti dell’individuo, siano essi psicologici che fisiologici, fanno parte di un sistema unitario.

Questi aspetti non sono elementi tra loro indipendenti ma componenti di una fisionomia unitaria che si evolve e matura.

Tuttavia non disponiamo di dati che ci confermino che le varie caratteristiche psicologiche formano complessi unitari.

Dire che un tale ha una personalità di un certo tipo è un sistema sintetico di descrizione, una sorta di notazione stenografica che racchiude un gran numero di esperienze e di impressioni avute sul suo conto.4

 

 

 

 

 

3 Ibidem, op.cit.

4 Bianchi, Di Giovanni, Psicologia in azione, 1996,ed Paravia, pag 583

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

1.3 STRUMENTI E TECNICHE DI INDAGINE

Per studiare e valutare la personalità di un individuo, la psicologia si serve principalmente della tecnica d’ osservazione e dei test.

L’ osservazione è un metodo relativamente semplice che consente di vedere come si comporta l’individuo e quali sono le sue caratteristiche psicologiche.

È una tecnica ampiamente utilizzata in psicologia clinica, in pedagogia.

Tuttavia spesso risulta, in pratica, poco attendibile.

Accade spesso che gli psicologi esprimano giudizi diversi e contrastanti sulla stessa persona, poiché variano i criteri che si utilizzano ed i momenti in cui si osserva.

L’ osservazione può essere resa più attendibile standardizzandola con alcuni parametri di riferimento( linguaggio comune, linguaggio non verbale, postura e mimica del viso).

Si è andata sempre più affermando la tendenza a considerare la capacità di utilizzo del metodo osservativo, come parte integrante delle conoscenze di base… che un educatore dovrebbe avere…soprattutto se si lavora con i bambini.5

Il sistema più usato per indagare la personalità consiste nel ricorrere a test.

Ne esistono di due tipi:

i test proiettivi, che tentano di far uscire la personalità del soggetto stimolando la sua libera espressione ed i questionari autodescrittivi, in cui la persona si riconosce confrontandosi con affermazioni predefinite.

Fra i numerosi test proiettivi, il più noto è il test di Rorschach, il test delle macchie

( consiste nella visione di una serie di 10 cartoncini, su cui sono stampate macchie di inchiostro, formate da due parti speculari).

Un'altra tecnica proiettiva molto utilizzata è il test della figura umana, in cui si chiede alla persona di disegnare un individuo su un foglio di carta ed alla sua conclusione, gli si chiede di disegnarne un'altro di sesso opposto al precedente.

Si osserva non solo il disegno prodotto, ma anche sul procedimento seguito, sui commenti.

Più affidabili dei test proiettivi sono i questionari autodescrittivi, in cui il soggetto descrive se stesso. Il più noto è il MMPI , più comunemente detto Minnesota,che è composto da circa cento dichiarazioni cui bisogna rispondere vero o falso.

L’MMPI è stato usato per diagnosticare i tratti della personalità patologica, anche se non consente di diagnosticare con sicurezza disturbi mentali.

 

 

 

5 Camaioni, Bascetta, Aureli, L’osservazione del bambino nel contesto educativo, 2002,ed il Mulino, pag.19

Vanessa Ferrari, L’ "alleducatore" fra sport e realtà, Brescia, 2004

 

 

In Italia viene di solito utilizzato nella visita dei test di leva.

Il CPI è un questionario autodescrittivo che indaga dimensioni normali della personalità come la socievolezza, la responsabilità, l’autocontrollo e l’accettazione di sé.

 

1.4 TEORIE CLASSICHE DELLA PERSONALITA

Sono state elaborate diverse teorie che cercano di capire com’è organizzata la personalità, come mai differisce da un individuo all’altro attraverso quali meccanismi si forma e mantiene.

Tra le più note menzioniamo le teorie topologiche, le teorie dei tratti e quelle psicodinamiche.

Le teorie tipologiche partono dal presupposto che esistono categorie, tipi psicologici, secondo cui gli individui si definiscono in base a caratteristiche mentali ed affettive comuni.

Nel linguaggio comune si dice spesso che " quello è una persona timida ed introversa" oppure che " quello è un tipo particolare".

La più antica teoria tipologica risale ad Ippocrate, medico greco vissuto tra il 460 e 377 a.c, , che differenzia le persone in collerici, sanguinei, flemmatici e malinconici.

L’idea che esistono tipi psicologici è stata riproposta nel secolo xx dallo psichiatra svizzero Jung il quale distingue le persone in due categorie: le persone estroverse che tendono a socializzare ed ad aprirsi agli altri, e quelle introverse, riservate e portate a chiudersi.

La più nota teoria tipologica è quella di Sheldon, medico americano, che pone in relazione la conformazione fisica e l’ aspetto psicologico.

Attraverso lo studio di oltre 4000 fotografie Sheldon individuò tre aspetti fisici fondamentali che definì somatotipi.

Secondo Sheldon c’è corrispondenza tra struttura corporea e struttura psichica: la persona paffuta viene dallo stesso descritta come socievole , rilassato, di umore stabile, quella mingherlina invece è una persona riservata, solitaria ed amante della intimità.

 

 

 

 

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

 

TIPOLOGIA DI SHELDON6

 

SOMATOTIPO TEMPERAMENTO

 

Socievole, rilassato, stabile d’umore

 

 

 

 

Vigoroso, coraggioso ed amante

dell’avventura

 

 

 

Riservato, solitario, amante dell’intimità

 

 

Sheldon insiste sull’idea che l’aspetto fisico possa condizionare la carriera sociale di una persona.

Sotto questo punto di vista l’analisi di Sheldon risulta una teoria attuale e realistica poiché la nostra società tende a premiare la bella presenza (spesso si dice che riscuotono successo nel lavoro chi possiede anche un bell’aspetto, senza considerare le doti umane ed intellettive, purtroppo).

Le teorie tipologiche sono troppo semplicistishe e riduttive, poiché riducono la struttura complessa di una personalità a categorie definite, ed inoltre si limitano ad standardizzare gli individui.

Le teoria dei tratti supera le precedenti teorie e considera la personalità come un complesso di tratti.

Il tratto è una caratteristica interiore duratura della persona.

La teoria dei tratti distingue tratti fondamentali, radicati negli individui, tratti di superficie, variabili a seconda delle circostanze.7

6 Bianchi, DI Giovanni, Psicologia in azione, 1996, ed Paravia pag.589

7, Bianchi, Di Giovanni, Psicologia in azione, 1996, ed Paravia, pag. 590

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

Tratti comuni, ritrovabili in tutti gli individui, e tratti individuali, tipici e propri di un dato individuo.

Allport pone l’accento sulla persona considerata nella sua unicità; ogni individuo ha dei tratti tipici che appartengono solo a lui e che lo rendono unico , non uguale agli altri.

Secondo Allport anche i tratti comuni , se ben osservati, si rivelano tratti individuali.

Di contro, Cattel ( psicologo statunitense) insiste sull’ esistenza di alcuni tratti universali della personalità e sui tratti comuni, ammettendo l’esistenza di alcuni tratti individuali8.

Le teorie psicodinamiche sorgono dall’idea di base che la psiche dell’uomo sia un campo di conflitti tra forze irrazionali e contrarie.

La personalità è il risultato di questo conflitto psichico.

 

 

1.5 ELEMENTI DI PSICOLOGIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA

 

La psicologia è una scienza che studia la psiche dell’uomo, è la scienza della "soggettività".

La psicologia dell’età evolutiva è il ramo della psicologia che studia sia in generale le modificazioni dell’attività fisica e del comportamento nella prima fase della vita, sia le modificazioni degli individui come tali, nel loro processo si formazione della personalità.

Esamineremo lo sviluppo intero dell’arco della vita, facendo riferimento alla età cronologica .

Tuttavia nello studio dello sviluppo non dobbiamo considerare solo gli schemi evolutivi comuni agli individui, ma anche le differenze individuali.

Alcune teorie classiche vengono definite concezioni stadiali dello sviluppo, al cui interno vengono esaminate le caratteristiche comuni a tutti gli individui e che prendono il nome di stadi evolutivi.

Sono utili ed indispensabili punti di riferimento per chiunque lavori con gruppi di persone, soprattutto con soggetti in età evolutiva.

Queste teorie sono oggi fortemente dibattute poiché esse non tengono conto delle differenze individuali, intese come differenze nello sviluppo di persone diverse e come differenze tra aspetti dello sviluppo di uno stesso individuo.

 

 

8 Ibidem, op.cit , pag 590

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

1.6 CENNI SULL’ETA’ EVOLUTIVA

 

L’ età evolutiva si riferisce a quel periodo della via nel quale si realizza l’accrescimento e la differenziazione delle varie funzioni., che terminano intorno ai 18-20 anni, anche se questo limite cronologico ha un valore puramente indicativo.

Spesso si tendeva a valutare il bambino come un adulto in miniatura , dando eccessiva importanza ai caratteri ereditari(è buonissimo, si vede già che da grande sarà una persona generosa).

Si riteneva che il bambino fosse in piccolo ciò che è in grande l’adulto e che tra i due vi intercorresse una differenza solo quantitativa.

Wolff ( filosofo tedesco), denunciando questa concezione erronea, definita dallo stesso, del "bambino nano", dimostra che il bambino è soprattutto qualitativamente diverso dall’adulto.

A partire dal secolo scorso i profondi mutamenti storico –sociali hanno portato la società occidentale ad occuparsi di infanzia, dell’adolescenza e della vecchia .

Accanto all’invenzione della stampa, alla nascita degli stati democratici, all’ascesa della borghesia, e alle scoperte geografiche ecco la scoperta della infanzia.

Nel medioevo l’infanzia veniva sostanzialmente trascurata, infatti i bambini non venivano considerati e non si pensava avessero una mente pensante ed attiva.

A partire dal 1600 si diffonde nelle classi agiate la sensibilità per l’infanzia, ma ancora intesa come un fenomeno puramente culturale.

Si cominciò ad interrogarcisi(soprattutto fra la classe borghese) sull’esperienza del bambino e si sentì il bisogno di realizzare intorno a lui degli spazi idonei, con giocattoli, vestitini, impegni adatti.

Tutto questo portò alla nascita delle prime scuole.

Nel secolo XIX l’infanzia smette di essere ignorata e tutte le classi sociali si occupano dei bambini.

Vi contribuiscono le mutate condizioni economiche e demografiche e l’urbanizzazione.

Dopo la nascita della psicologia come scienza autonoma(nel 1900),ha preso corpo una vera e propria psicologia dell’età evolutiva che ha elaborato teorie specifiche sullo sviluppo psicofisico del bambino.

 

 

 

 

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

1.7 PREGI E DIFETTI DELLA PSICOLOGIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA

La psicologia dell’età evolutiva ha il merito di essere orientativa poiché offre un quadro di riferimento per meglio comprendere i bambini ed adolescenti che crescono.

Rivela come avviene lo sviluppo normale, illustra e chiarisce le tappe obbligatorie e variabili dello sviluppo, quali sono le differenze individuali..

Si tratta di un corpo di conoscenze di grande interesse teorico e pratico in vista soprattutto della educazione.

Attraverso l’approccio teorico, l’ educatore può osservare in modo più consapevole l’evoluzione del bambino per adeguare i suoi comportamenti a quelli del minore

D’altro canto la psicologia dell’età evolutiva è molto selettiva, infatti

Maturità e vecchiaia vengono trascurate; i testi di psicologia li menziona, pur se interessate ai processi evolutivi.

ETA’ EVOLUTIVA

L’ età evolutiva l’infanzia(dalla nascita sino ai12 anni) e l’adolescenza, che alcuni fanno terminare ai 18 anni, altri fino ai 25 anni.

 

INFANZIA da 0 a 10-12 anni

 

 

PRIMA INFANZIA 0-3 anni

SECONDA INFANZIA 3-6 anni

TERZA INFANZIA O FANCIULLEZZA 6-10,12 anni

ADOLESCENZA 12-18 anni

 

PREADOLESCENZA 12-15 anni ( età caratterizzata da una rapida crescita, da uno sviluppo puberale e dai primi cambiamenti psicologici

ADOLESCENZA VERA E PROPRIA 15-18 anni

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

Frequentemente nell’età evolutiva si include anche la fase prenatale, dal concepimento alla nascita.

Le suddivisioni dell’età evolutiva si fondano sul fatto che da un periodo all’altro si riscontrano cambiamenti significativi e variazioni dipese dal contesto di vita di ciascun individuo ( il passaggio dal mondo dominato dalla famiglia a quello in cui si affacciano i coetanei).

La ricerca psicologica si arroga il compito di analizzare l’età evolutiva, descrivendo minuziosamente il percorso che gli individui fanno dalla nascita alla maturità e di spiegare come mai avviene, quali sono i fattori che caratterizzano lo sviluppo dell’individuo.

 

1.8 CARATTERISTICHE EVOLUTIVE DELLA FANCIULLEZZA

La fanciullezza viene fatta iniziare intorno ai 6 anni, in concomitanza con l’inizio dell’età scolastica e la sua conclusione viene fissata con la maturazione puberale, tipica dell’adolescenza e che varia da individuo a individuo.

In generale il termine della fanciullezza viene stabilita intorno agli 11 anni per le femmine ed intorno ai 13 per i maschi.

Negli ultimi 100 anni si è assistito ad un accorciamento della fanciullezza: prima si fissava la trasformazione puberale tre anni più tardi (15 anni per le femmine, 17 anni per i maschi).

Esamineremo questa età sotto diversi aspetti per avere un quadro ecologico del periodo preso in esame.

Da un punto di vista sensoriale – fisiologico , nel periodo della fanciullezza cominciano ad apparire , anche se sono praticamente inavvertibili, alcuni fenomeni che caratterizzano l’invecchiamento:

1 la riduzione del contenuto acquoso nel corpo

2 la riduzione dell’elasticità dei tessuti: la cute appare meno liscia e tesa e la lente dell’occhio è meno elastica ed il punto di messa a fuoco passa dai 5-7 cm ai 10-13cm

L’aspetto psicomotorio vede il consolidamento delle masse muscolari.

A questa età è possibile un impegno atletico e ginnico, ma non agonistico.

A partire dagli 11-12 anni, è possibile praticare degli esercizi ginnici più sistematici per una prima selezione di futuri atleti.

Da un punto di vista pedagogico ed evolutivo, un addestramento troppo intensivo di tipo atletico e agonistico, risulta prematuro e controproducente.

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

Per quanto riguarda l’aspetto cognito ed intellettivo il bambino inizia la fase della prime scolarizzazione con la comparsa delle operazioni concrete che rendono

Possibile il concetto di numero, il concetto di conservazione, le prime regole grammaticali e linguistiche e l’apprendimento della scrittura e della lettura.9

Il pensiero diventa più elastico e complesso.

Il bambino comincia a concepire la realtà partendo dal ragionamento e dai principi, ma è ancora vincolato al mondo oggettivo e concreto.

In questo periodo il bambino non è ancora in grado di applicare le operazioni mentali a situazioni ipotetiche.

Saprà farlo nel periodo successivo, nell’adolescenza.

Per quanto riguarda l’aspetto sessuale il bambino è nella fase, come la definisce Freud, della latenza o fase silente.

E’ un periodo di transizione in cui l’individuo attraversa un periodo di calma in attesa dello sviluppo puberale tipico della fase successiva, la fase genitale(dai 12 ai 18 anni).

In questo periodo si segnala uno sviluppo delle capacità affettive: il fanciullo esce dal suo ristretto ambito famigliare ed inizia a creare rapporti sociali con altre persone, gli amici di scuola, le insegnanti ed il gruppo sportivo.

È il periodo delle amicizie e dei sodalizi di gioco, delle prime conoscenze di vicinato e scolastiche, dei giochi di gruppo e di quelli emulativi e di gruppo , delle capacità di riversare il proprio affetto anche sugli animali domestici10.

Nel periodo della fanciullezza il bambino fa giochi di tipo sociale o giochi con regole dove si imparano ed interiorizzano le prime norme e regole.

Il pensiero del bambino diventa meno egocentrico e comincia a sviluppare la capacità di capire la prospettiva dell’altro, quella che Selman chiama role taking, e di metterla in relazione alla propria.

Verso i 6-7 anni il bambino inizia a comprendere la dimensione soggettiva dell’altro, ma non relazione i diversi punti di vista.

A 9 anni il bambino rifletterà sulle diversità dei punti di vista , ma solo verso gli 11 anni il bambino sarà i grado di differenziare le diverse prospettive degli individui.

Nel periodo preso in esame il bambino mette in atto il processo di sublimazione degli affetti: il fanciullo idealizza le qualità delle figure adulte di riferimento dello stesso sesso, siano essi i genitori, insegnanti che allenatori.

 

 

 

9 Canestrari, Godino, Introduzione alla psicologia generale, 2002, ed Mondadori

10 Ibidem , op.cit, pag 193

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

Questi diventano modelli di riferimento sia per i loro giochi che per le fantasie che si fanno sul loro futuro.

Si identificano in modo adesivo, conformistico ed acritico.

È la fase dell’assorbimento dei modelli, fase delicata perché il bambino non ha ancora sviluppato un pensiero critico nei confronti della realtà circostante, perciò è facilmente manipolabile/ plasmabile.

Conscio di questo importante ruolo dell’adulto- allenatore, ognuno deve prendere con responsabilità e coerenza il proprio compito educativo, nella convinzione di essere un adulto competente.

Il bambino mostra indubbiamente delle abilità creative e di fantasia espresse a volte anche nel processo di idealizzazione del proprio allenatore- operativo sportivo.

Assume grande importanza il concetto dell’identità personale, che Erikson

( psicoanalista statunitense di origine tedesca), nello studio della personalità, definisce " costruzione del senso dell’identità"

Il bambino definisce se stesso in base ad una qualità dell’io; si pone delle domande del tipo che persona sono?, Posso fidarmi del mondo? .

Erikson parla di otto fasi psicosociali in cui l’individuo definisce il suo IO.

Dai 6 ai 12 anni il bambino definirebbe se stesso in base all’ industriosità o inferiorità.

Si chiede cioè se sia in grado di compiere determinate azioni.

Il bambino tenderebbe a svolgere attività in modo autonomo, desidererebbe imparare e dimostrare la sua bravura.

Temerebbe il giudizio degli altri, impegnandosi a superare i sensi di colpa e di inferiorità.
Collegata allo sviluppo dell’identità vi è la conoscenza del sé.

Ma in realtà sappiamo che già durante i 2 anni il bambino è impegnato a costruire il concetto di sé, anche se è legato allo stretto ambito famigliare.

Dall’infanzia all’adolescenza il concetto di sé diviene più complesso .

A 6 anni il bambino scopre la dimensione dell’esistenza, ed il suo pensiero non è più così assolutistico , ma diviene più moderato, comincia a pensare che ci sono delle gradazioni nei giudizi per cui si è sinceri anche se a volte si dicono delle bugie.

Il bambino passa da una dimensione più ristretta, dove l punto di vista degli alti non contava, ad una dimensione più allargata.

Inizia così a fare i confronti, a descriversi .

È in questo periodo che il bambino si interessa del giudizio dell’adulto ed inizia a prendere corpo il concetto di autostima.

L’insieme delle opinioni e valutazioni che riguardano il Sé, il sé fisico e psicologico si definisce autostima.

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

L’ autostima è un tratto della personalità che consiste nel dare un giudizio di valore a se stessi.

Essere stimati è fondamentale per la crescita della persona.

Le persone che si valutano positivamente affrontano i compiti e la stessa vita in modo sereno, con fiducia aspettandosi dei successi.

Di contro, coloro che hanno una bassa autostima sono ansiosi prevedono eventi negativi .

La scarsa autostima può anche portare a comportamenti di disagio, di devianza e di dipendenza.

Il livello di autostima dipende dalla relazione tra fattori personali- personalità, carattere- e fattori sociali.

Il giocatore che possiede una stima realistica ed equilibrata di sé, conosce i propri pregi e difetti ed è in grado di porsi degli obiettivi adeguati alle proprie capacità, avrà buone probabilità di ottenere successi e manterrà alta la motivazione al calcio, in quanto saprà superare le inevitabili difficoltà che l’attività agonistica comporta.

Vi è anche il pericolo di un’autostima gonfiata, di coloro i quali si sopravvalutano eccessivamente le proprie capacità e competenze.

Col tempo questa autostima può risultare dannosa e svantaggiosa perché l’individuo non conosce in modo obiettivo se stesso ed ha un immagine di sé contorta e disorientante , non vicina alla realtà.

 

1.9AUTOSTIMA

Per favorire l’autostima il giovane calciatore deve essere messo nella condizione di:

  • CONOSCERSI in modo critico. Il giovane calciatore deve sapere quali sono i propri pregi e difetti
  • PORSI OBIETTIVI RAGGIUNGIBILI E TRAGUARDI ADEGUATI E REALISTICI in modo tale che le capacità di ogni giovane siano correlate con le proprie potenzialità.

Sono da evitare obiettivi " troppo elevati" ed impossibili da raggiungere.

  • SPERIMENTARE SUCCESSI PERSONALI per cui essere fiero e soddisfatto di ciò che si raggiunge.

Il successo personale mira al superamento di difficoltà e al miglioramento delle capacità dell’individuo.

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

 

.ESSERE SICURI DI SE STESSI E NON AVERE TIMORE DI COMPIERE ERRORI. Il giovane calciatore potrà effettuare partite davvero importanti ed osare un po’, grazie alla grinta ed alla determinazione, fondamentali per il successo , in ogni ambito esperienziale ( vita privata, scuola, sport,…).

 

 

 

1.10 COME SI SPERIMENTA IL SUCCESSO?

  • Il giovane calciatore deve CAPIRE LA DIFFERENZA TRA VITTORIA E SUCCESSO
  • L’operatore sportivo, nel pieno rispetto del singolo individuo, deve garantire degli ALLENAMENTI O ATTIVITA’ INDIVIDUALIZZATE.
  • È utile e vantaggioso che il GIOCATORE sia messo nella condizione di AUTOVALUTARSI TRAMITE TEST precedentemente preparati dall’operatore sportivo o ideati dagli stessi giocatori.
  • È inoltre auspicabile che l’operatore sportivo INCORAGGI E GRATIFICHI

"i suoi"giocatori, anche quando questi sbagliano o commettono errori tattici.

  • INTERVENTO EFFICACE IN CASO DI ERRORE
  • ALLENAMENTI NON PER FORZA COMPETITIVI
  • SOSENDERE IL GIUDIZIO
  • FARE SPERIMENTARE A TUTTI IL RUOLO DI TITOLARE

L’ allenatore deve usare un linguaggio positivo per creare un clima sereno e rilassato.

E’ importante non insultare perché le offese danneggiano le relazioni.

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

 

Liss parla di comunicazione ecologica e vi riporto qui alcuni esempi pratici , tratti dal suo libro appunto "Comunicazione ecologica".11

 

LINGUANGGIO NEGATIVO LINGUAGGIO POSITIVO

NON sai nulla Puoi imparare

Sei un incapace Sviluppa le tue capacità

Devi tacere E’ importante ascoltare

Con uno come te tutto finisce male Quali sono le tue intenzioni

Te ne freghi di tutto Facciano crescere al fiducia insieme

Sarà un fallimento La riuscita esige impegno

Non essere così egoista Puoi essere più generoso

Il vostro obiettivo psicopedagogico sara’ solo quello di migliorare l’acquisizione dell’autostima, di creare condizioni ottimali di vita e di autovalutazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 Lucia Castelli in "Il nuovo calcio", n137, pag 44

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

1.11 LA MOTIVAZIONE

Lo studio della motivazione nell’ambito della condotta umana ci aiuta a capire perché un soggetto si comporta in un determinato modo.

Nella vita quotidiana ci chiediamo spesso il perché una persona si comporta in quel modo o perché ha agito proprio così.

Il comportamento di ogni essere umano è motivato – spiegato da una serie di cause ed è orientato alla soddisfazione di determinati bisogni.

Spesso siamo interessati a motivare una persona a fare una cosa , o la influenziamo a non farla.

La parola MOTIVAZIONE deriva dal verbo MOTIVARE, che a sua volta deriva dal latino MOVERE ed indica il movimento , il carattere di dinamicità, il carattere tensivo di chi tende ad una meta, un oggetto.

La motivazione viene così definita un processo di attivazione, finalizzata alla realizzazione di un determinato scopo in relazione alle condizioni ambientali.

La motivazione non è un semplice costrutto psicologico, ma prevede livelli di complessità, ordinati in modo gerarchico.

Le motivazioni che sono legate ai bisogni fisiologici sono chiamate MOTIVAZIONI PRIMARIE O VISCEROGENE, mentre quelle che si riferiscono ai bisogni di apprendimento e di influenzamento sociale vengono definite MOTIVAZIONI SECONDARIE O PSICOGENE.

Non c’è netta distinzione fra le due; le prime risultano essere influenzate dall’esperienza personale e nelle motivazioni secondarie assumo rilevanza ed importanza i fattori biologici.

L’interdipendenza fra i due, lascia lo spazio per la nascita ed il conseguente sviluppo di ulteriori e nuove motivazioni.

Tale processo viene definito in termini scientifici AUTONOMIA FUNZIONALE DEI BISOGNI.

Esempio emblematico è quello della pesca in cui ci si procura del cibo per sfamarsi ( bisogno primario), ma anche per divertirsi(bisogno secondario) ed attraverso l’ingegno e l’industriosità si costruiscono strumenti sempre più sofisticati.

Le motivazioni sono legate ai desideri.

Il desiderio è un voler possedere una cosa perché ci piace o perché risulta utile.

Il sistema dei desideri è strettamente collegato ai valori, un oggetto assume valore quanto più è desiderato.

Le motivazioni sono molteplici , fra loro differenziate ma organizzate in modo gerarchico, dalle più semplici alle più complesse.

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

MASLOW, psicologo statunitense, ha proposto una gerarchia di bisogni, in base alla quale alcuni bisogni vengono soddisfatti prima di altri.

BISOGNI FISIOLOGICI: nutrirsi, dissetarsi, dormire…

BISOGNI DI SICUREZZA: il bisogno di protezione e di tranquillità.

BISOGNI DI APPARTENENZA O DI ATTACCAMENTO: il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, l bisogno di amare ed essere corrisposto.

BISOGNI DI STIMA: il bisogno di essere rispettato ed apprezzato.

BISOGNI DI AUTOREALIZZAZIONE: il bisogno di riuscire in qualche ambito, nel lavoro , nella carriera scolastica e sportiva.

BISOGNI DI TRASCENDENZA: il bisogno di andare oltre se stessi per vivere una dimensione superiore rispetto a quella terrena. Ciò che nel linguaggio comune viene chiamata spiritualità o religiosità.

I bisogni fisiologici e quelli di sicurezza sono definiti bisogni di carenza , poiché scompaiono solo con il loro appagamento( il bisogno ed il desiderio di alimentarsi, scompare dal momento in cui si mangia).

I bisogni dei gradini successivi sono invece bisogni di crescita. Continuano a svilupparsi mano a mano vengono soddisfatti.

 

1.12 MOTIVAZIONI SECONDARIE

 

Mc Clelland individua tre grandi costellazioni di motivazioni secondarie che caratterizzano l'essere umano : il bisogno di affiliazione, il bisogno di successo e quello di potere.

BISOGNO DI AFFILIAZIONE

Consiste nel ricercare la presenza dell’altro e degli altri per la gratificazione intrinseca che deriva dalla compagnia e dalla sensazione di far parte di un gruppo.

 

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

Per alcune persone rivestono molta importanza le relazioni sociali, tanto che, evitando critiche e situazioni di conflitto cercano profondi legami di amicizia.

Queste persone nel gruppo assumono la posizione gregaria di accondiscendenza e acquiescenza .

Colui il quale ha un forte bisogno di affiliazione tenderà ad assumere, nei confronti del gruppo di appartenenza, una posizione di dipendenza e di collaborazione.

Il bisogno di affiliazione è tipico delle culture orientali, di tipo collettivistico e comunitario, dove è vivo il principio della interdipendenza, inteso come senso della reciprocità e di appartenenza.

Le culture occidentali sono di gran lunga più individualiste.

Compito della scuola e dell’operatore sportivo favorire un comportamento prosociale teso alla cooperazione ed alla condivisione di esperienze.

 

BISOGNO DI SUCCESSO

Consiste nel fare le cose al meglio per un bisogno di affermazione e di eccellenza.

Chi ha un elevato bisogno di successo solitamente si pone obiettivi impegnativi ma realistici , perché questa persona conosce obiettivamente i suoi pregi e difetti; è consapevole dei propri limiti.

Il bisogno di successo individuale è fortemente radicato nella nostra cultura, in quanto privilegia i valore dell’indipendenza e della autonomia.

Contrariamene a quanto accade nelle culture orientali, dove il bisogno di successo appare più attenuato a favore dei bisogni di affiliazione e di appartenenza.

In certe comunità polinesiane il bisogno di successo è persino sanzionato nei bambini, in quanto inteso come espressione di egoismo e di ostilità nei confronti di altri.12

Una delle radici più importanti per la genesi del bisogno di successo è legate alle aspettative che le figure genitoriali hanno nei confronti del proprio figlio.

È logico che un genitore manifesti una serie di aspettative nei confronti del proprio figli, ma quando queste sono troppo elevate si rischia di pretendere sforzi assurdi ed il bambino entra in crisi.

D’altro canto se le aspettative sono troppo basse, si rischia che il bambino cresca con un modesto bisogno di successo e non sia poi determinato nelle sue scelte e nelle decisioni della propria vita.

Solitamente i bambini che possiedono un ‘elevata motivazione al successo hanno genitori che li incoraggiano all’indipendenza ed alla autonomia ed all’impegno per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Di contro bambini con un scarso bisogno di successo hanno genitori altamente svalutanti e fortemente critici, che spesso ricorrono alla disapprovazione ed alla reità.

12 L. Anolli, P. Legrenzi, Psicologia generale,2001, ed Il mulino, pag.227

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

Sono genitori che interrompono le attività del figlio, soprattutto se quest’ultimo si trovasse in difficoltà, e che spesso si intromettono in modo brusco e " violento " nella vita del proprio figlio, senza lasciare spazio alle opinioni di quest’ultimo.

È indubbio quanto il modello famigliare influenzi il livello di motivazione al successo.

BISOGNO DI POTERE

Consiste nella necessità di esercitare la propria influenza ed il proprio controllo sul comportamento di altre persone.

Generalmente chi possiede uno spiccato bisogno di potere, tende ad occupare posizioni di leadership, di comando ed a convogliare l’attenzione altrui su di sé.

Non teme il confronto, né la competizione, forse solo in apparenza.

Infatti il bisogno eccessivo di potere nascerebbe da uno stato di disagio e di insicurezza interiore che si placa soltanto attraverso la strumentalizzazione degli altri, al fine di dimostrare pubblicamente la propria capacità di dominio sociale.13

Le dinamiche di potere sono fortemente ancorate alle dinamiche di gruppo, di cui parleremo nei capitoli successivi.

 

Aldilà delle diverse motivazioni, sussiste un livello motivazionale di base, che consiste nel fare una determinata cosa per il puro piacere di farla.

Il fare una serie di attività risulta gratificante di per sé, poiché la persona può dimostrare la propria capacità e la propria competenza di base, intesa come capacità di realizzare con successo i propri obiettivi.14

E’ una motivazione di fondo, fondamentale ed indispensabile per continuare a vivere.

Si può ora distinguere tra motivazione estrinseca ed intrinseca.

La motivazione intrinseca è caratterizzata dallo svolgere una attività , che è gratificante di per sé, quella estrinseca consiste nel compiere un’ attività per ottenere qualcosa d’altro: un premio o una ricompensa.

Spesso i premi e le ricompense risultano fuorvianti perché eccessive e non proporzionate.

Spesso l’adulto non si dimostra capace di ponderare il livello di ricompensa , poiché non valuta, primariamente gli effetti che derivano da una non corretta somministrazione dei premi.

Si corre il rischio di svuotare il bambino delle motivazioni intrinseche ( " Faccio questo perché mi piace e non perché poi ricevo in premio lo scooter o una cospicua ricompensa economica").

13 Ibidem, op.cit, pag 228

14 Ibidem, op.cit, pag 230

 

Il livello motivazionale è caratterizzato dagli interessi , intesi come la tendenza a preferire determinati stadi di sé e del mondo.15

Essi costituiscono il punto di partenza, la base delle aspirazioni, poiché essi delineano uno livello di vita ottimale e desiderato.

Ognuno di noi , in base ai propri desideri e alla dimensione valoriale della vita, ha una scala gerarchica di interessi a cui riferirsi, da quelli prioritari a quelli più superficiali.

Le motivazioni sono inoltre strettamente connesse ai processi relazionali ed alla cultura di appartenenza di ciascun individuo, che lo portano ad agire in un modo piuttosto che in un altro, in finzione della rete relazionale in cui è inserito.

Nell’ambiente calcistico una delle forti motivazioni è il bisogno di successo e di potere esercitato attraverso la lotta e la competizione, a volte portate all’estremo.

 

 

1.13 COME SOSTENERE LA MOTIVAZIONE

 

Ecco alcune utili indicazioni per sollecitare la motivazione del giovane calciatore, che va sempre accompagnato nel percorso di crescita personale e di gruppo.

1 DICHIARARE GLI OBIETTIVI

2 UTILIZZARE IL "CONTRATTO PEDAGOGICO"

3ATTEGGIAMENTO

4 SVILUPPARE NEL GIOVANE CALCIATORE LA CAPACITA’ DI EFFETTUARE PREVISIONI SU TRAGUARDI DA RAGGIUNGERE

5 EDUCARE IL GIOVANE CALCIATORE AD AVERE UNA MENTALITA’ CRITICA ED OBIETTIVA IN RELAZIONE ALLE CAPACITA’ DELL’INDIVIDUO( LIMITI E PREGI DELLA PERSONA

6PROPORRE ATTIVITA’PIACEVOLI E DIVERTENTI( I GIOVANI CALCIATORI DEVONO FARE CALCIO, DIVERTENDOSI, SEMPRE)

7 INSERIRE ATTIVITA’ DI PROBLEM SOLVING

8 COINVOLGERE I RAGAZZI NELLA PREPARAZIONE DELLE SEDUTA

9 ASCOLTARE I GIOVANI CALCIATORI

10 DIALOGARE REGOLARMENTE CON I GIOVANI CALCIATORI

11 FORNIRE IL NECESSARIO SUPPORTO EDUCATIVO AI GIOVANI CALCIATORI

15 Ibidem, op. cit, pag 231

16 Lucia Castelli in "Il gioco calcio", rivista mensile, n123, pag.72-73

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

 

1.14 IL CONTRATTO PEDAGOGICO

Il contratto è un accordo fra persone dotate di capacità giuridica , avente causa lecita intorno a un oggetto possibile17

È possibile utilizzare una sorta di contratto, di patto stipulato fra le parti interessate, in questo caso, fra giocatore ed operatore sportivo al fine di realizzare un obiettivo.

In tal caso, anche se una delle parti coinvolte non è dotata di capacità giuridica, considerata la giovane età, il contratto o patto pedagogico, potrebbe risultare un utile strumento operativo .

Attraverso il contratto pedagogico il giovane calciatore si responsabilizza, si impegna in prima persona ad agire secondo delle scadenze che lui stesso ha deciso.

Con il contratto pedagogico il giovane calciatore ed il suo allenatore individuano gli aspetti tecnici o comportamentali da migliorare( punto di partenza).

Definiscono collettivamente l’obiettivo specifico da raggiungere( ad esempio : migliorare il dribbling), fissano poi degli impegni ed esercizi mirati al fine di raggiungere l’obiettivo specifico di partenza.

Successivamente si individuano gli strumenti od i mezzi da utilizzare per il raggiungimento dell’obiettivo specifico.

È importante stabilire inoltre una scadenza, un limite temporale, entro cui devono essere svolti i compiti precedentemente stabiliti dall’allenatore e dal giocatore.

Al termine del percorso- lavoro eseguito dal calciatore , l’allenatore provvederà a verificare, attraverso una valutazione, che il programma sia stato svolto ed abbia dato un esito positivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17 M.Laeng, Nuovo lessico pedagogico,1998, ed la Scuola, pag120

 

 

Vanessa Ferrari, L’"alleducatore", fra sport ed educazione, Brescia, 2004

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Marcello Bernardi " Adolescenza", 1998,ed.Fabbri

Manuela Tremanti " Appunti di psicologia dello sport",..,FIN

E,Hean, "Aspetti pedagogici dell’avviamento allo sport", 1980. CONI-S.d.s

L.Di Blais, "Che cosa è la personalità",…,ed Carocci

R.Hanggi " Elementi di psicologia dello sviluppo", 1989, Società stampa sportiva

R. Canestrari, A.Godino, " Introduzione alla psicologia generale",2002.ed.Mondadori

G.Axia, "La timidezza", …, ed il Mulino

Attili, "Le emozioni e lo sviluppo affettivo",2001, ed Fonzi

C.Cardinal, " Le 10 regole dell’autostima", 1998,ed Armenia

G. Piantoni, " Lo sport tra agonismo, business e spettacolo,1999. Ed Etas

A.Bianchi, "Psicologia in azione", 1996, ed.Paravia

L.Camaioni, P.Di Blasio, "Psicologia dello sviluppo", 2002, ed il Mulino

Scabini, "Psicologia sociale della famiglia", 1995, ed Boringhieri

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