"Cosa c’è prima ………………….. cosa rimane dopo"

Di Isabella Mariotto

ma.isa@libero.it

Ebbene "SI’", vincere piace a tutti. E’ un piacere che penetra nelle nostre profondità, che dà una soddisfazione diffusa a livello mentale, fisico, comportamentale, che soddisfa il "Narciso" che c’è in noi. Si esterna nella sicurezza di un’andatura, di uno sguardo, nel pensare che il futuro sarà costellato ancora da successi, nella certezza di essere capaci, validi. Quasi un "delirio di onnipotenza" che si potrae per qualche tempo dopo la gara o dopo l’azione e che può far pensare che diventerà il modo usuale di agire e vivere.

Mi riferisco a vittorie in ambito sportivo a livello agonistico, ma posso estendere le sensazioni a qualsiasi ambito sociale e lavorativo.

Ho sempre pensato lo sport un insieme di attività che mettono in risalto le capacità personali, che rafforzano la volontà e la resistenza per superare le difficoltà, che aiutano a sedare la paura di non riuscire, che fa vincere la pigrizia e che fa accettare le sconfitte. Ognuno di noi può avere molti interessi, essere un ottimo insegnante, musicista, politico, operaio in ambito lavorativo, ma essere uno sportivo sviluppa la condizione di dover mettere in azione sia il fisico, il proprio corpo usandolo in allenamento e gara, che la mente, che deve essere capace di concentrarsi su ciò che andrà a fare lasciando che i gesti automatizzati durante gli allenamenti abbiano un andamento naturale. Riprendo una definizione detta da Beppe Signori (tre volte capocannoniere di calcio di serie A e vicecampione del modo) "Per essere un campione bisogna avere testa". Allenamento, volontà, motivazione, quindi, ma ancora di più è necessario gestire le emozioni nei momenti decisivi delle competizioni. Se questo non avviene, si cade nell’ansia pregara (e non mi riferisco alla tensione utile per la riuscita) che crea insicurezza e non permette l’ottimizzazione della prova.

Ogni tanto penso al vecchio, caro, Pierre De Coubertain e al suo motto "L’importante è partecipare". Gli ho dato una mia interpretazione. Non è vero che partecipare è ciò che conta … e come va … lasciamo che vada. E’ importante partecipare sapendo di essersi impegnati nella preparazione ed essere consci a quale livello di preparazione si è giunti senza fare sovrastime, che darebbero aspettative alte, ma mettendosi nella condizione psico – fisica di dare tutto ciò che è nelle proprie possibilità. Con quel po’ di umiltà che permette di vedere sempre il sole che brilla.

Possiamo sgranarli come i grani di un rosario. Dalle aspettative di una vita di insoddisfazione dei genitori, al desiderio di emergere degli allenatori, alle richieste degli sponsor, alle possibilità economiche che alcuni sport offrono, alla notorietà, includendo tutto un universo di visibilità sociale che riempie la vita (talvolta troppo), all’evidenziare una forma fisica invidiabile o secondo certi canoni di bellezza richiesti dalla società, all’impellente necessità di avere tutto e subito, quasi non si potesse aspettare¹, alla non accettazione dei propri limiti e voler superarli ad ogni costo, e non ultima alla gratificazione personale che si avverte nell’intimo. Quest’ultima, indispensabile, dovrebbe esulare dalle richieste esterne, ma essere un’esigenza interna equilibrata e consapevole. C’è ancora una motivazione che spinge, a mio avviso, ad assumere tali sostanze e dico:

¹ Consiglio la lettura del libro "L’uomo che piantava gli alberi" di Jean Giono – Salani Editore

Ognuno di noi ha le proprie capacità e ognuno di noi deve porre attenzione a ciò che vuole lui. In questo il compito principale spetta alla famiglia ed in ordine successivo alla scuola. Ecco perché, prima di tutto, si devono "educare" i genitori ad essere il ponte di collegamento dalla nascita all’età adulta dei propri figli, dando loro quell’amore onnicomprensivo che fa crescere in maniera autonoma, e gli insegnanti ad essere preparati nell’ambito dello sviluppo dei ragazzi, lasciando al di fuori della scuola ogni situazione personale. Inoltre la crescita di un bambino, prima, e di un ragazzo, poi, avviene anche per imitazione. Quindi esempi positivi per mandare messaggi positivi. Purtroppo questo non accade …….. e allora….

"Un piccolo aiutino, dai, non succede nulla" e comincia una discesa che apparentemente è una scalata. E come lo è. La forza, la resistenza, le vittorie e sei più tranquillo. Anfetamine, steroidi, anabolizzanti, ormoni, doping ematico, diuretici e molti altri "piccoli aiutini" ti permettono di vincere la tensione di una competizione importante, di affrontare gli avversari e chi ti sta attorno con maggior sicurezza. Ciò che sorprende è che fin dall’età prepuberale si comincia a dare sostanze doppanti ai ragazzi, anzi talvolta sono i genitori stessi a richiederli ai medici, non solo gli allenatori o i dirigenti delle squadre. I problemi sottesi vengono ignorati in modo volontario o meno, consapevole o meno. Queste sostanze danno modificazioni fisiologiche ed effetti collaterali, entrambi devastanti (nella maggior parte dei casi) e permanenti soprattutto se l’uso è prolungato. Certo, talvolta neppure l’incredibile Hulk farebbe meglio o Superpippo con le sue noccioline. Loro, però, si trasformano e, finito l’effetto della pozione magica, ritornano come prima.

Durante il loro uso, queste sostanze provocano cambiamenti a livello fisico, neurologico e psichico che, come dicevo prima, diventano irreparabili. Ma c’è una conseguenza ancora più grave. Pensiamo ad un atleta che ne ha fatto uso prolungato, a quanto si sente adatto, forte, pronto … un cavaliere senza macchia e paura … E’ una situazione virtuale … schiacci un pulsante ed il pulcino del tamagogi rinasce … prendi una compressa e VAI VERSO LA VITTORIA. E, sempre se l’atleta riesce a passare indenne fin alla fine della carriera e non lo scoprono prima, quando esce dalla competizione sportiva non ci sarà alcuna bacchetta magica, nessun reset che gli riporterà la forma iniziale e dovrà convivere con un "Lui" e non più con un "Sé". La degenerazione degli organi interessati sarà sotto controllo medico costante, di certo, ma come riuscirà a controllare le sue emozioni ora? Continuando come prima? per evitare il peso di una sconfitta maggiore. Sarà famoso, rimarrà famoso, oppure finirà la sua vita in una stanza per overdose o qualcos’altro? Come sempre ci saranno alcuni che non vorranno sentire, ma altri avranno il peso interiore di non essere riusciti da soli.

Credo che la più bella vittoria sia quella di capirsi, perseguire nelle proprie attività con la forza che ognuno di noi possiede e, se talvolta vi sono cedimenti, non lasciare che prendano il sopravvento ma accettarli, affrontarli e almeno cercare di scioglierli, altrimenti diventano la molla che può sospingere verso alternative autodistruggenti.

"La conoscenza e la valutazione delle proprie capacità fisiche può essere infatti intesa come antidoping, attraverso un processo di autoeducazione."²

 

² Giovanna Farinelli "Pedagogia dello sport ed educazione della persona" (pag. 14) – Morlacchi Editore


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