Antonio Cortese

 

 

Rilevanza della Visualizzazione e dell’Imagery motoria nell’intervento di Mental Training

Aspetti teorici e applicativi

 

 

 

Introduzione

Di recente nell’ambito della psicologia dello sport si è, a più riprese, dimostrato che un miglioramento della prestazione in compiti motori complessi si ottiene anche grazie al cosiddetto esercizio mentale o "mental practice" (Barr e Hall, 1992; Grouios, 1992; Hall, Bernoties e Schmidt, 1995). Il "mental practice" viene definito come il richiamo immaginativo di un atto motorio, una simulazione mentale del movimento senza che vi sia lavoro muscolare e articolare, né relative esperienze sensoriali. Questa simulazione del comportamento motorio può essere vista nei termini di un modello cognitivo del movimento che necessità di diverse componenti come la motivazione, il carico attenzionale, le immagini mentali visive e cinestetiche, in modo tale da riprodurre, in tutti i suoi aspetti, l’azione che si vuole compiere (Decety e Ingvar, 1990).

Hall, Rodgers e Barr (1990) hanno condotto un confronto sistematico tra i vari studi sull’argomento, per stabilire le caratteristiche e le modalità d’uso delle immagini mentali nello sport. È risultato, in generale, che gli atleti utilizzano l’imagery più nel contesto di gara che non in allenamento, anche se vi sono periodi, come le ultime settimane prima di una gara importante, in cui l’allenamento mentale diventa più frequente. Gli atleti sembrano utilizzare nelle loro simulazioni mentali sia immagini visive con prospettiva interna, sia immagini che rappresentano modelli esterni. Bisogna, inoltre, rilevare che l’allenamento mentale non concerne solo l’acquisizione e il miglioramento nella qualità del gesto atletico, ma anche gli aspetti motivazionali ad esso legati; per questa ragione molti atleti immaginano se stessi durante la gara, sia in prospettiva di vittoria, sia prevedendo possibili errori d’esecuzione dei movimenti appresi.

In tal senso si può parlare di diverse finalità dell’utilizzo della visualizzazione in ambito sportivo:

- RIPRODUTTIVA, quando essa si riferisce ad un atto del passato

- CREATIVA, quando si riferisce al futuro

- EMOTIVA, quando porta con sé uno strascico emozionale legato all'evento

- PROGRAMMATORIA, quando segue un programma motorio specifico e dettagliato

- ALLENANTE, quando serve appunto ad allenare il gesto tramite la ripetizione mentale

- REGOLATORIA, quando serve a correggere il gesto motorio

L’importanza dei processi di visualizzazione ed imagery motoria per un atleta, sia nel periodo di allenamento sia nella competizione vera e propria, deve essere presa in grande considerazione dalla Psicologia dello Sport; tali processi possono essere adeguatamente guidati ed allenati attraverso specifiche procedure di Mental Training, allo scopo di fornire all’atleta gli strumenti per ottimizzare le strategie di "mental practice", con importanti riflessi sulla performance motoria effettiva.

 

Aspetti teorici

Inizialmente, l’allenamento delle capacità mentali di visualizzare ed immaginare movimenti è stato introdotto per la pressante necessità espletata dagli atleti di conoscere il loro vissuto mentale: una conoscenza, dunque, che consentisse loro di controllare e coordinare in modo ottimale i movimenti da compiere nelle varie situazioni psicologiche che accompagnano la performance sportiva (Benchke, 2004).

Negli ultimi trent’anni oltre cento ricerche di carattere scientifico, hanno studiato l’effetto dell’attività mentale sull’esecuzione di abilità motorie, rilevando in molti casi un reale miglioramento della prestazione: generalmente si è osservato che l’allenamento mentale produce un miglioramento delle capacità prestative rispetto al livello iniziale, anche se tale miglioramento non raggiunge quello determinato dall’allenamento fisico (Barr e Hall, 1992; Grouios, 1992; Hall, Bernoties e Schmidt, 1995). Per contro, pochi studi in letteratura hanno esaminato quali sono i meccanismi attraverso cui l’imagery determina tale miglioramento prestativo, o quali siano i possibili effetti determinati dall’applicazione di diverse tipologie di intervento basato sull’imagery. Dunque, La Psicologia dello Sport ha fornito un aiuto limitato agli psicologi sportivi, così come agli allenatori e agli atleti, che desiderano non solo sapere che l’imagery migliora l’esecuzione di certi movimenti, ma anche e soprattutto, quale sia il migliore modo di utilizzare le immagini mentali al fine di ottenere risultati migliori (Smith et al., 2001).

Una delle teorie di riferimento per comprendere il fenomeno dell’imagery è quella fornita da Lang e definita Teoria Bio-informazionale (1979). Secondo tale approccio teorico, tutta la conoscenza è rappresentata da unità concettuali che racchiudono informazioni sugli oggetti, le relazioni e gli eventi. Queste unità di informazione, sono definite "proposizioni" e si distinguono in proposizioni-stimolo, proposizioni-risposta e proposizioni-significato. In tale prospettiva, le risposte psicologiche determinate dall’attivazione di immagini mentali legate al movimento, possono determinare anche risposte di tipo fisiologico, come contrazioni muscolari e variazioni metaboliche. La teoria di Lang fu applicata inizialmente per spiegare gli effetti benefici che l’intervento terapeutico basata sull’imagery aveva su pazienti con disturbi dell’ansia; in seguito è stato ipotizzato che tale teoria potesse spiegare anche gli effetti che l’utilizzo di immagini mentali aveva sulla prestazione sportiva di atleti di livello più o meno alto (per una review, Smith et al. 2001).

Secondo Jeannerod (1994), una distinzione fondamentale deve essere fatta tra un tipo dinamico d’immagine visiva, che permette di immaginare scene con oggetti e persone che si muovono, e l’immagine motoria. L’immagine motoria è più propriamente un’immagine interna: essa è la rappresentazione di se stessi in azione, con le sensazioni che l’esecuzione dell’azione comporta, sia che essa coinvolga il corpo intero, sia che riguardi parte di esso. Se riferita ad un semplice comportamento motorio, l’immagine motoria interna ne rappresenta gli aspetti più propriamente effettori, come sforzo, durata del movimento, direzione e velocità. Ma se ipotizziamo una situazione più complessa, come l’esecuzione di un gesto tecnico in una gara ufficiale, allora l’immagine motoria interna ad essa riferita sarà arricchita di tutte le sensazioni di stress, emozione e regolazione dei livelli di arousal, che tale situazione comporta. È noto, infatti, che gli atleti utilizzano le immagini mentali per abbassare o alzare i propri livelli di attivazione al fine di controllare al meglio i fattori di distrazione e i possibili fattori ansiogeni (Jones and Stuth, 1997). Inoltre, l’utilizzo delle immagini mentali viene spesso impiegato per migliorare le stesse capacità cognitive, ad esempio migliorando la capacità di concentrazione dell’atleta, attraverso una migliore selezione delle informazioni rilevanti per il compito da svolgere (gesto sportivo) e la facilitazione dei processi di focus attenzionale (Singer et al., 1991).

Il contenuto delle immagini mentali utilizzate dagli atleti è senza dubbio multisensoriale (visivo, cinestetico, uditivo, tattile), ma si è visto che gli atleti esperti preferiscono concentrarsi sugli aspetti cinestetici del movimento, quindi sulle sensazioni muscolari, articolari, di equilibrio e di coordinazione in esso implicati. Inoltre, la prospettiva visiva interna è di gran lunga più utilizzata rispetto alla prospettiva esterna. Al contrario, nei principianti la formazione di immagini cinestetiche è spesso molto limitata, comunque inferiore all’utilizzo di immagini visive; queste, di solito, sono sia immagini interne che esterne (Barr e Hall 1992). Si possono dunque distinguere due strategie prevalenti nella rappresentazione del movimento corporeo: una strategia basata sull’osservazione e quindi sulla formazione di un modello (modeling) visivo del movimento da eseguire (Bandura, 1997), più utilizzata dai principianti o dai giovani atleti; una strategia basata sulla rappresentazione interna del movimento (motor imagery) più frequente negli atleti esperti e più strettamente collegata alla qualità dell’esecuzione motoria. In realtà, sono molti a pensare che i processi cognitivi che sottintendono queste due strategie di visualizzazione siano sovrapponibili e si differenzino solamente per la natura dell’informazione iniziale da cui scaturisce la rappresentazione (SooHoo et al., 2004). Sia la Teoria della Self-Efficacy di Bandura (1997), sia la Teoria dell’Apprendimento Simbolico (Vealey e Greenleaf, 2006) sono concordi nel definire la rappresentazione motoria come un’attività cognitiva complessa e altamente specifica che ottimizza e guida il comportamento motorio sulla base di esperienze interiorizzate o apprese dall’osservazione.

Un’ulteriore classificazione delle immagini mentali motorie è stato sviluppata da Hall, Mack, Paivio e Hausenblans (1998) ed è basata sul concetto più ampio di rappresentazione dell’azione; secondo tale tassonomia possiamo distinguere tra:

Le immagini mentali specifiche sembrano essere utilizzate maggiormente nel contesto dell’allenamento e sono spesso veicolate dall’allenatore attraverso feedbacks di tipo verbale oppure attraverso la dimostrazione dell’esecuzione corretta. Il tipo di imagery più utilizzata nella fase pre-gara e durante la competizione vera e propria è quella legata alla padronanza generale (mastery) dell’evento sportivo definita MG-M Imagery (Motivational-General Mastery). Martin et al. (1999) hanno proposto che la MG-M Imagery possa essere utilizzata per modificare alcuni aspetti cognitivi, in particolare potrebbe essere rilevante nell’incremento dei livelli di self-efficacy e self-confidence. Inoltre tale tipo di imagery può facilmente determinare uno stato di positività emozionale per l’atleta in situazioni particolarmente stressanti come l’evento gara (Jones et al., 2002). Sempre Martin e colleghi sottolineano che l’attivazione dei diversi tipi di visualizzazione proposti da Hall et al. (1998) possa verificarsi in simultanea poiché essi esprimono diverse funzioni nella complessa rappresentazione dell’evento motorio. Ad esempio, l’attivazione della MG-M Imagery durante un evento gara, non esclude la possibilità di utilizzare contemporaneamente immagini mentali legate al controllo dei livelli di Arousal (Motivational General-Arousal Imagery) che consentono all’atleta di controllare le sensazioni di rilassamento, ansia, stress e attivazione riferiti all’evento sportivo esperito.

Aspetti applicativi

Per determinare un effetto positivo derivante dall’utilizzo dell’imagery e della visualizzazione, vi sono diversi requisiti necessari, primo fra tutti la metodologia d’insegnamento e d’apprendimento delle diverse tecniche immaginative (Benchke, 2004).

Nell’apprendere le varie tecniche di visualizzazione è necessario un corretto utilizzo sia della conoscenza dichiarativa ("cosa fare"), sia della conoscenza procedurale ("come fare"): una volta che la conoscenza sul "cosa fare" è stata compresa correttamente ed è possibile formare coscientemente una prima imagery, allora la conoscenza sul "come fare" può essere attivata (Annett, 1995, 1996).

I ricercatori sono d’accordo nel ritenere che ogni persona abbia innate le capacità per formare immagini mentali. L’abilità di immaginare è, dunque, innata come disegnare o parlare, o come qualsiasi altra abilità motoria. Se ciò è vero allora anche tale abilità può essere sviluppata con l’allenamento (Sheikh et al., 1994).

Possiamo identificare alcune linee guida per migliorare la capacità immaginativa (Benchke, 2004):

  1. l’esercizio individuale di visualizzazione ed imagery deve riguardare quante più informazioni sensoriali possibili, quelle acustiche, tattili, olfattive, oltre naturalmente a quelle visive e cinestesiche.
  2. bisogna sviluppare la capacità di controllare il processo immaginativo in forma dinamica, ad esempio cambiando la prospettiva (prima o terza persona) con cui si immagina l’azione.
  3. è necessario fare in modo che la visualizzazione di un’azione non si riduca ad una mera rappresentazione di ciò che deve essere fatto, ma che tutti i contenuti emotivi, motivazionali ed attenzionali legati a tale azione vengano contemporaneamente elicitati.

Il visuo-motor behaviour rehearsal (VMBR) è un’estensione della mental imagery che mette insieme gli aspetti psicologici legati alla rappresentazione cognitiva dell’azione e il feedback fisiologico che deriva dalla performance (Lane, 1980). Questa metodologia ha avuto un notevole successo soprattutto nel caso di discipline closed skill (karate, tuffi, ginnastica, baseball, il servizio nel tennis); essa si compone di 3 fasi: una fase iniziale di rilassamento al fine di stabilire le condizioni ideali per iniziare l’attività immaginativa; una performance di visualizzazione attraverso varie tecniche di imagery; infine, l’esecuzione dell’azione immaginata possibilmente in condizioni realistiche che simulano l’evento agonistico. Ovviamente il visuo-motor behaviour rehearsal avrà successo nel caso in cui le tecniche di visualizzazione siano state apprese correttamente: c’è il rischio, infatti, che l’atleta nel concentrarsi sulla tecnica immaginativa non perfettamente appresa disperda le risorse attentive necessarie alla performance motoria.

Al fine di ottimizzare i benefici derivanti dall’allenamento immaginativo, i ricercatori hanno identificato quattro categorie di informazioni che dovrebbero essere rappresentate dagli atleti (Cumming, Hall e Shambrook, 2004): 1) in che contesto ambientare la visualizzazione (luogo, campo di gara); 2) contenuto specifico della visualizzazione (gesto tecnico); 3) sequenza temporale degli eventi da visualizzare; 4) il perché della visualizzazione (funzionalità dell’imagery). Secondo Weinberg e Williams (2001) la capacità immaginativa deve essere allenata da un atleta tanto quanto la capacità fisica, e con lo stesso criterio, vale a dire, l’esercizio ripetuto e la sua valutazione. Anche Cumming, Hall e Shambrook (2004) concordano con tale ipotesi osservando che gli atleti appartenenti alle discipline in cui la capacità immaginativa è fortemente richiesta, come il pattinaggio, la ginnastica, i tuffi, sviluppano capacità immaginative superiori alla media nei punteggi di Test sulla vividezza dell’immagine motoria.

Uno dei tentativi di applicazione più rilevanti nello studio dell’imagery sportiva, riguarda la possibilità di mettere a disposizione degli atleti un programma di allenamento mentale che si possa facilmente adottare e coordinare con l’allenamento atletico. Bull (1991) ha identificato alcuni ostacoli tipici che si manifestano nella partecipazione da parte di atleti a programmi di allenamento mentale: mancanza di tempo, bisogno di un trattamento individualizzato, un ambiente casalingo inibente o addirittura distruttivo. Identificare tali problematiche è un obiettivo iniziale importante nell’applicazione di un programma di visualizzazione, così com’è importante personalizzare il programma in base alle esigenze di ogni singolo atleta. Sempre Bull (1991) ha utilizzato per la prima volta un diario di allenamento mentale come misura della capacità dell’atleta di auto-valutare la propria attività immaginativa, ed osservò che i punteggi erano direttamente correlati con l’esperienza accumulata dall’atleta nell’utilizzo di tecniche psicologiche di allenamento e con il livello di motivazione manifestato durante il programma di allenamento.

Cumming, Hall e Shambrook (2004) propongono in aggiunta all’utilizzo del diario, l’idea del Workshop, come attività da proporre all’atleta prima dell’inizio di un programma di allenamento mentale ed eventualmente anche durante il suo svolgimento. Il Workshop consiste in una presentazione effettuata dallo psicologo dello sport di fronte alla squadra o al singolo atleta; esso ha inizio fornendo agli atleti una definizione di imagery mentale e descrive le possibilità, in termini di benefici e risultati, derivanti dal suo utilizzo. Vengono poi proposti anche esercizi di base per aiutare gli atleti a capire come funziona l’imagery mentale. La parte principale del Workshop è organizzata secondo le quattro categorie di informazioni descritte in precedenza: cosa immaginare, quando, dove e con quale fine.

Gli atleti vengono poi informati sui benefici che possono derivare dal visualizzare il raggiungimento di obiettivi a breve e a lungo termine (motivational specific imagery), sull’aiuto concreto nel controllo dei livelli di attivazione e dell’ansia che possono derivare dalla simulazione mentale dell’evento-gara (motivational general-arousal imagery), e infine, sull’efficacia derivante dalla visualizzazione mentale del superamento delle situazioni critiche durante la performance (motivational general-mastery imagery).

La parte finale del Workshop consiste nell’insegnare agli atleti come utilizzare e compilare il diario di allenamento mentale e nel fornire alcuni linee guida generali per utilizzare le risorse immaginative nel contesto delle loro attività quotidiane.

Un’alternativa interessante al Workshop, da integrarsi con diari o schede di auto-valutazione, è la Visualizzazione Guidata (Birsa, 2007), condotta dallo psicologo dello sport in prima persona oppure attraverso l’ausilio di registrazioni audio. Tale approccio consiste nello stimolare sistematicamente le capacità immaginative dell’atleta in modalità multi-sensoriale, migliorando la sua padronanza e consentendo la formazione di un repertorio immaginativo da utilizzarsi poi nel prosieguo dell’intervento psicologico, oppure da applicarsi direttamente alle situazioni agonistiche. La Visualizzazione Guidata è divisa in cinque parti, una per ogni canale sensoriale: acustico, visivo, cinestetico, olfattivo e gustativo. Nelle fasi iniziali dell’intervento, la Visualizzazione Guidata riguarda aspetti generali del vissuto dell’atleta, anche non collegati con la sua attività sportiva; successivamente, con il miglioramento delle capacità immaginative, derivante dalla ripetizione quotidiana degli esercizi proposti, la Visualizzazione riguarderà sempre più aspetti specifici come l’esecuzione di un gesto tecnico, o la simulazione mentale di un evento di competizione. L’efficacia di un intervento di Visualizzazione Guidata dipende dalla disponibilità dell’atleta a sottoporsi giorno per giorno alle esercitazioni proposte e alla compilazione delle schede di auto-valutazione, al fine di misurare la vividezza delle immagini soggettivamente esperite dagli atleti. Tali schede sono importanti per lo psicologo per conoscere i gradi di miglioramento delle abilità immaginative e per la possibilità di introdurre visualizzazioni man mano più complesse, orientate ai diversi obiettivi dell’intervento psicologico (goal setting, gestione dell’arousal, abilità di concentrazione, gestione degli stressors e dell’ansia, fattori motivanti e fattori di distrazione).

Un corretto utilizzo dell’imagery motoria è alla base del funzionamento della nota Five Step Strategy introdotta da Singer (1988), una strategia di esercizio mentale in cinque fasi che l’atleta può applicare sia in contesto di allenamento sia in quello di competizione. Tale strategia presuppone che l’atleta sia in grado al momento richiesto di formare adeguatamente delle immagini mentali del gesto da compiere integrando in tale visualizzazione aspetti derivanti da tutti i canali sensoriali e visualizzando concretamente l’obiettivo da raggiungere. È un passaggio cruciale dell’intera strategia, che segue una fase di preparazione e precede le fasi di concentrazione e di esecuzione. La parte finale della Five Step Strategy prevede un processo di valutazione delle fasi precedenti, tra cui anche la valutazione di come è stata effettuata la visualizzazione e quali differenze sono state rilevate dall’atleta rispetto all’esecuzione reale del gesto sportivo.

 

 

Conclusioni

L’importanza delle immagini mentali nell’allenamento sportivo è stata dimostrata in molteplici studi che hanno evidenziato, in varia misura, come l’utilizzo dell’allenamento mentale sia vantaggioso per l’incremento delle performance atletiche e per il raggiungimento dei risultati agonistici.

In molte circostanze, però, le tecniche immaginative utilizzate dagli atleti di diverse discipline sono approssimative e basate su una scorretta distribuzione delle risorse cognitive: queste strategie di imagery, se usate grossolanamente potrebbero far risaltare alcune modalità sensoriali a discapito di altre, oppure determinare una rappresentazione poco coerente degli aspetti emotivi e motivazionali legati all’attività da immaginare.

La Psicologia dello Sport può assurgere al ruolo di disciplina-guida per lo studio e l’applicazione delle tecniche di imagery essenziali per un corretto allenamento mentale dell’atleta, con importanti risvolti sulle reali prestazioni in situazione di allenamento o di gara. Lo psicologo dello sport, infatti, ricorrendo ad espedienti metodologici come i diari, le schede di valutazione, i workshop e le visualizzazioni guidate, può fornire degli strumenti concreti all’atleta per gestire al meglio il proprio vissuto mentale e veicolare in modo opportuno le risorse cognitive legate alla rappresentazione dell’azione.

Nell’ambito più ampio dell’intervento in psicologia dello sport, dunque, deve essere evidenziata l’importanza delle abilità immaginative e il valore che esse possono avere nel superamento delle difficoltà percepite dall’atleta e nel miglioramento delle prestazioni. Lo psicologo può misurare tali abilità immaginative attraverso test di valutazione soggettiva, come il Movement Imagery Questionnaire (MIQ, Hall e Martin, 1997) e il The Vividness of Movement Imagery Questionnaire (VMIQ, Isaac et al, 1986).

Oltre agli atleti, è bene che anche gli allenatori conoscano a fondo le tecniche di allenamento mentale basate sull’imagery e l’utilizzo che gli atleti ne possono fare nei diversi contesti di allenamento e di gara. La conoscenza delle dinamiche cognitive che sottintendono la visualizzazione motoria può essere un importante valore aggiunto per l’allenatore che può così istruire e correggere l’atleta sulla base di una rappresentazione mentale adeguata dell’azione da compiere. Inoltre, soprattutto nel contesto della gara, l’allenatore deve sapere cosa l’atleta deve visualizzare, su cosa è più opportuno che egli focalizzi l’attenzione e sugli aspetti emozionali e motivazionali che inevitabilmente "riempiono" l’immaginario dell’atleta nelle fasi cruciali della performance sportiva.

Lo psicologo dello sport, quindi, può coinvolgere direttamente il tecnico nel definire e seguire un programma di allenamento mentale per l’atleta, in modo da dare una rilevanza fondamentale alle tecniche immaginative e da sollecitarne l’utilizzo durante lo svolgimento delle attività sportive (e non) svolte dall’atleta stesso.

Riportiamo, infine un’affermazione di Roger Federer, miglior tennista del mondo e uno dei migliori di sempre: "…una delle chiavi del mio rendimento è l’aver introdotto nella mia normale attività di allenamento un programma di mental imagery. Visualizzo me stesso mentre raggiungo la vittoria utilizzando immagini vivide, emozionali e potenti che rappresentano ogni azione della mia partita…. Rinforzo queste immagini positive con la visualizzazione di vittorie del passato, ritrovando le sensazioni che avevo provato in quelle occasioni."

Riferimenti Bibliografici

 

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