L’atteggiamento mentale nel gioco
Risiko, alla conquista del mondo

 

1. Il gioco del Risiko

Risiko è un gioco diffuso in tutta la comunità nazionale che vanta alcune migliaia di veri appassionati. Nasce con il nome di "La conquista del mondo" nel 1954. Arriva in Italia nel 1968, ma solo dal 1999 adotta nuove regole (Regolamento Prestige e da Torneo) che lo rendono un gioco particolarmente strategico, bilanciato, dove la fortuna è generalmente rilevante al 20-40 %.
Il gioco si sviluppa su una plancia rappresentante il mondo diviso in 42 territori appartenenti a 6 continenti (Oceania, Asia, Europa, Africa, Nord America e Sud America). I territori sono occupati dai carriarmati di 4 eserciti controllati da 4 giocatori diversi. Lo scopo del gioco consiste nell’avvicinare o raggiungere un obiettivo (diverso per ogni giocatore) che prevede la conquista di un gruppo di territori il cui punteggio totale è 86. La parita dura 100 minuti, più un tempo variabile denominato "sdadata". Questa fase di gioco serve per rendere imprevedibile il momento esatto in cui il gioco finisce.

Gli attacchi e le difese sono gestiti tirando 1, 2 o 3 dadi da 6.

 

2. Peculiarità del gioco e abilità richieste

Considero questo gioco particolarmente stimolante perché:

  1. Chiede di raggiugere un obiettivo (sono 20) partendo da una situazione iniziale sempre diversa (sono sostanzialmente infinite le combinazioni tra obiettivi e disposizioni iniziali di gioco)
  2. Richiede esperienza e una strategia (determinata da riflessioni razionali e sensazioni che mutano frequentemente)
  3. Ti impone di confrontarti con altre 3 strategie avversarie
  4. Non ha azioni o scelte di gioco ideali o potenzialmente infallibili, ma solo azioni teoricamente preferibili
  5. Ha sviluppi (situazioni di gioco e di relazione) infiniti
  6. Richiede l’intererazione verbale (poco frequente) e non verbale (continua e determinante) tra i 4 giocatori
  7. Vive di fasi di difesa e fasi d’attacco, in cui l’attenzione e la concetrazione variano sensibilmente
  8. Le azioni di attacco richiedono la loro rivalutazione ad ogni tiro di dadi
  9. Impone un intenso esercizio di immaginazione (sia per visualizzare la propria situazione a distanza di tempo, sia per intuire le azioni e gli obiettivi avversari)
  10. Richiede di gestire la componente fortuna che è rilevante, ma non sempre determinante.

 

 

3. La componente fortuna nel Risiko

La componente fortuna può essere riassunta in questi aspetti:

  1. Obiettivo assegnato rispetto la disposizione iniziale e rispetto agli obiettivi dei giocatori avversari (condizione iniziale con cui ci si confronta e sulla quale si pianifica buona parte della strategia di gioco)
  2. Combinazione del tiro di dadi dell’attacco con quello della difesa (nell’arco di una partita di 100-120 minuti questo fattore tende a mediarsi, ma non sempre il campione è sufficientemente alto per avvicinare le leggi della statistica. Inoltre, un evidente passivo iniziale difficilmente viene compensato da un evidente attivo finale)
  3. Combinazione delle carte che può portare a tris che permettono di ricevere 8, 10, 12, 14 o 16 carri
  4. Abilità di gioco degli avversari (alcuni giocatori inesperti potrebbero favorire un avversario, a volte in modo irreversibile)
  5. Ordine di gioco rispetto le abilità strategiche di ogni giocatore (avere il turno dopo un giocatore inesperto può essere vantaggioso)

 

4. Scuola di Risiko

Sulla base di un’esperienza diretta e delle conoscenze acquisite nel Corso "Psicologia dello Sport", ho deciso, in accordo con il direttivo del Club Grifone di Venezia, di dar vita ad una "Scuola di Risiko", in modo da inalzare le prestazioni dei nostri associati, specialmente in occasione dei Raduni Nazionali.

La scuola è occasione di confronto e socializzazione e ha una funzione propedeutica per i nuovi giocatori e di perfezionamento per quelli storici.

Oltre ad affrontare aspetti tecnici di gioco, si fa particolarmente attenzione alle dinamiche relazionali tra i giocatori, al linguaggio non verbale e all’atteggiamento mentale (soprattutto rispetto agli elementi imponderabili).

Ad ogni incontro si ribadisce quello è l’unico e principale obiettivo di una partita di Risiko, definito del paragrafo seguente.

 

4. Obiettivo

Fare sport e giocare implica competere, misurarsi con se stessi e con gli altri.

La competizione attiva abilità mentali e fisiche, stimola il loro sviluppo, ci chiede un cambiamento. Competere significa sperimentare il successo (vittoria) o l’insuccesso (sconfitta), ma in ambito ludico, ritengo sia fondamentale educarsi ed educare ad un unico principale obiettivo:

Migliorare se stessi, al fine di esprimere il proprio massimo potenziale, senza concetrare la propria gratificazione o frustrazione sul risultato.

Questo approccio, orientato alla qualità della prestazione, generalmente può dar vita a 2 situazioni diverse:

  1. Eccessivo distacco dal risultato e quindi poca determinazione e concentrazione (Basso livello di attivazione) che influisce negativamente sulla prestazione;
  2. Approccio sereno e propositivo alla sfida (Adeguato livello di attivazione), con conseguente rapido miglioramento delle abilità di gioco e di gestione emotiva della partita.

Il senso di gratificazione deve derivare dalla consapevolezza di:

  1. Aver espresso il proprio massimo potenziale
  2. Aver individuato gli ambiti di miglioramento della propria strategia
  3. Aver prodotto o dedotto (durante il gioco o in seguito) nuove soluzioni
  4. Aver gestito emotivamente le diverse situazioni di gioco
  5. Aver mantenuto un atteggiamento positivo (nonostante l’imponderabile)

Questi rappresentato gli obiettivi per un nuovo giocatore o per un giocatore esperto che vuole crescere.
Gradualmente, partita dopo partita, questo tipo di atteggiamento ha permesso a diversi giocatori di:

  1. perfezionare la propria strategia di gioco
  2. accrescere la fiducia nelle proprie possibilità di vittoria
  3. possedere un senso di autoefficacia

 

5. Pensieri insidiosi

Generalmente i pensieri relativi ad un possibile errore strategico o alla paura di essere sfortunati rappresentano un limite enorme e spesso si rivelano una "profezia che si autoavvera", nel senso che quello che il giocatore pensa e teme tende poi a realizzarsi nella realtà. Accrescere la fiducia nei propri mezzi (senso di autoefficacia), rende meno probabile e dannosa l’insorgenza dei cosiddetti pensieri insidiosi. Il grande coinvolgimento nell’attività che si sta svolgendo, motivata dal desiderio di esprimere il proprio "massimo potenziale", mantiene il focus attentivo dell giocatore lontano da possibili distrazioni e lascia poco spazio a pensieri intrusivi legati alla preoccupazione di non farcela.

 

6. Flessibilità di visione

Chi non è disposto a mettere in discussione la propria analisi, visione e strategia di gioco, non può pensare di crescere le proprie abilità nel gioco del Risiko. Un aspetto nodale nel risiko è la creazione di soluzioni. Ogni turno permette infinite azioni, ma in base alla strategia e all’esperienza, un buon giocatore può "vedere" alcune azioni che ritiene preferibili. Tra queste ne sceglierà una. Con il tempo accade che la produzione di soluzioni subisce una stagnazione perché si tende a conferire una valenza positiva alle solite soluzioni che vengono prodotte in modo abituale.

In realtà, ogni giocatore dovrebbe imparare dalle sue scelte, anche quelle che risultano positive, nel tentativo di migliorarle. Questo richiede una dose di flessibilità di visione nel momento in cui si producono le soluzioni possibili.

Lo sforzo consiste nell’immaginare soluzioni inedite, magari paradossali, per capire se con qualche accorgimento possono diventare soluzioni preferibili a quelle già "viste". Serve allenare la mente a vedere quello che non è abituata a vedere, e a valutarlo costantemente.

La Scuola di Risiko ha permesso una crescita collettiva delle abilità di gioco, dove tutti possono contribuire. Sicuramente, il lavoro più difficile è rivolto alla rimozione di atteggiamenti che attribuiscono al caso (fortuna o sfortuna) i risultati della prestazione.

Ciò che cerchiamo di insegnare è che la prestazione (abilità strategiche, emotive e relazionali) è indipendente dal caso è può essere ottimale nonostante una sconfitta. Il caso (fortuna o sfortuna) non influisce sulla prestazione, ma sul risultato. Partendo da questo approccio, abbiamo sviluppato un’ipotesi di gestione di una partita "massimamente sfortunata".

 

7. Ipotesi di gestione di una partita massimamente sfortunata

Concentrazione di fattori sfortunati:

  1. Buona parte dei territori assegnati durante la disposizione iniziale sono fuori obiettivo (quindi necessità di attaccare molto, specialmente nella fase iniziale)
  2. Evidente passivo ai dadi in fase iniziale, che impone immobilità
  3. Il giocatore che ci precede è molto abile, mentre quello che ci segue è inesperto e favorisce gli altri 2
  4. I tris arrivano alla quinta carta e sono da 8-10 armate
  5. Il giocatore che ci segue ha "regalato" carte e continente (Oceania, Sud America o Africa) ad un altro avversario (Europa, Nord America e Asia non si prendono in considerazione in quanto troppo vasti per imputare la colpa ad un solo avversario)

Questa situazione è fortemente improbabile, ma possibile. Già la presenza di 3 di questi fattori crea frustrazione, senso di impotenza, rabbia. Ci spinge ad azioni disperate, a volte irrazionali, nel tentativo di evitare ciò che appare inevitabile: la sconfitta. Particolarmente avvilente, in una condizione simile, è il fattore 2 (trovare dei dadi avversi).

Ciò nonostante, l’esperienza pratica di gioco dimostra che in condizioni simili:

  1. Un atteggiamento irrazionale (animato dall’ansia di recuperare e/o dalla rabbia verso uno o più avversari) è quasi sempre peggiorativo
  2. Un sentimento di autocommiserazione e demotivazione (sia dal punto di vista verbale, che non verbale) è quasi sempre peggiorativo
  3. Pensare che la fortuna non ci sorride e non può sorriderci (in quanto ci ha già voltato le spalle con l’obiettivo, l’ordine di gioco e i primi dadi) è quasi sempre peggiorativo

Sicuramente è vero che non tutte le partite si possono vincere, ma è altrettanto vero che questo lo si può dire solo dopo averle giocate.

Giocare una partita "massimamente sfortunata" con lucidità, determinazione e immaginazione positiva è il nostro obiettivo, il nostro esercizio, la sfida da vincere. Poi alla fine della partita, possiamo prenderci dei minuti e valutare la nostra condotta di gioco, il nostro atteggiamento e quindi prendere coscienza che il risultato, come sempre, è determinato non solo dalla nostra prestazione.

Se in una condizione simile non si esprime il proprio "massimo potenziale" la sconfitta è certa. Ciò nonostante, se riusciamo ad esprimere il nostro "massimo potenziale", potrebbe accadere che:

  1. Siamo riusciti a vincere: la nostra prestazione, nonostante alcuni fattori imponderabili negativi, ci ha permesso di recuperare una partita sulla carta difficile
  2. Non siamo riusciti a vincere: la nostra ottima prestazione non è bastata a compensare una serie di fattori imponderabili negativi.

Sulla base si una crescente fiducia nell’atteggiamento positivo alla partita, alcuni giocatori ritengono che su un campione di alcune decine di tiri di dadi:

Un altro elemento di fortuna/sfortuna potrebbe essere il momento temporale in cui i dadi bassi arrivano. Se i dadi bassi arrivano ad inizio partita, nei territori più importanti, questa può essere considerata sfortuna. In queste situazioni si cerca di rafforzare la visualizzazione. Se si tratta di un territorio strategico, o di una fase della partita delicata, devo rafforzare la mia visione positiva e difenderla. Se non riesco ad immaginare dei buoni dadi, non devo attaccare. Se vedo il mio attacco come gesto disperato, come unica strada per recuperare la partita e non lo accompagno alla fiducia, ad una visualizzazione positiva, rischio che il mio gesto si dimostri tale: disperato.

Gian Maria Masiero


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