DAL GIOCO ALLO SPORT, DALLO SPORT AL TENNIS.

Una proposta di interpretazione analitica, ma non solo...

Dott.ssa M. Soledad De Marco

Premessa:

Queste riflessioni emergono dalla mia storia personale, dal mio contatto con il mondo del tennis e dal mio percorso formativo dentro il quale mi sento di specificare: il Master Online in Mental Trainig e psicologia dello sport (sito web http://www.psymedisport.com/master_online.html), la mia formazione di psicologa in un’università ad indirizzo psicoanalitico e la mia condizione di specializzanda come terapeuta di gruppo e "psicosocioanalista".

Il gioco:

Quando si parla di tennis si parla di "giocare a tennis" e quindi la parola "gioco" diventa per me la base dalla quale partire.

Pichon Rivière nel libro "Psicologia de la vida cotidiana" riprende gli studi di G. Mead su due tipi di attività che si manifestano durante l’infanzia: il "Play" e il "Game". Queste due parole, anche se non hanno una traduzione esatta in italiano, penso di poterle tradurre come "gioco" e "sport" (anche se sport è una parola inglese, mi riferisco al senso che gli italiani danno a questa parola nel parlare quotidiano). Il "Play", dice G. Mead, è il gioco libero, mentre il "Game" è un gioco organizzato, dove si possono trovare degli elementi appartenenti a tutta l’attività istituzionalizzata, per cui, conclude l’autore, quando le regole del gioco si trasformano in norme imposte, i giochi istituzionalizzati si trasformano in Sport.

 

John Huizinga (Homo Ludens) rispetto al Gioco diceva: "…il gioco è un’azione libera, conscia di non essere presa sul serio e situata al di fuori della vita consueta, che nondimeno può impossessarsi totalmente del giocatore; azione a cui in sé non è congiunto un interesse materiale, da cui non proviene vantaggio e suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o accentuano mediante travestimento la loro diversità dal mondo solito".

Il Gioco viene considerato un’attività libera e volontaria, si può dire che se non c’è volontà, cioè se esistesse l’obbligo di farlo, non si parla più di gioco. Huizinga percepisce il gioco come un’astrazione della realtà, come "un’occupazione libera" con regole proprie, in uno spazio particolare, dove chi lo guarda non necessariamente capisce le regole e nemmeno condivide lo spazio e il tempo di chi lo pratica. Il gioco è determinato per regole assolutamente obbligatorie, che allo stesso tempo devono essere liberamente accettate dai giocatori (Coscio, 2005).

Freud nel 1920 parla del gioco e vede quest’attività come una risposta al principio di piacere e come una manifestazione della compulsione a ripetere. Secondo quest’autore, attraverso il gioco il bambino riesce a trasformare le esperienze vissute passivamente in esperienze attive, permettendogli in questo modo di modificare la realtà, fornendogli un maggior controllo delle esperienze traumatiche. Attraverso il gioco si provano diverse risposte di fronte "al Reale", per cui il Gioco non è l’opposto dell’attività seria, ma è l’opposto "al Reale", è lo spazio del possibile, è "lo spazio e il tempo dell’immaginario"(Coscio, 2005).

Winnicott nel libro "Gioco e realtà"(1971) studia il gioco per se stesso e presenta un’approfondita teoria su quest’attività. Dice Winnicott: "È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé"

Quest’autore sottolinea l’importanza del gioco nello sviluppo umano. Il Gioco permetterebbe l’espressione del gesto spontaneo e della creatività, aspetti fondamentali nella sua definizione di "Personalità Sana o di Vero-Sé".

L’origine del gioco appartiene all’area delle relazioni primarie tra mamma e bambino: un’interazione favorevole con una madre "sufficientemente buona", capace di alternare nella relazione con il bambino, momenti nei quali è capace di essere quella che il bambino ha la capacità di trovare, ad altri nei quali è se stessa in attesa di essere trovata dal bambino, permetterebbe a esso di godere esperienze basate sulla fiducia e l’amore. In questo "va e vieni" della mamma si produce un’area un "po’ magica" di gioco, che l’autore identifica come "Spazio Transizionale"; che sarebbe quello spazio intermedio tra la realtà interna e la realtà esterna del bambino, che costituisce una sorta di ponte tra la propria pura soggettività e la realtà oggettiva.

In questi primi momenti di relazione mamma e bambino, nascerebbe la capacità di giocare, che in linea diretta di sviluppo si manifesta dai fenomeni transizionali al gioco, dal gioco al gioco condiviso e da questo alle esperienze culturali. La cultura in senso ampio (religione, sapere, diritto, guerra, arte, poesía, sport) nasce dal gioco, è gioco e si sviluppa giocando, il gioco è l’origine della cultura (Huizinga, 1984).

Lo Sport:

Il termine Sport ha una lunga storia, trae origine dal termine latino "deportare", che tra i suoi significati aveva anche quello di "uscire fuori porta", cioè uscire al di fuori delle mura cittadine per dedicarsi ad attività sportive. L’origine dello sport e dell’esercizio fisico si trova nelle guerre primitive, quando si lottava a morte per ottenere la vittoria. Con il passare del tempo, furono incorporate le regole di combattimento, che simbolicamente trasformarono quest’attività in un’attività sociale e culturale, permettendo successivamente una diversità di sport, ognuno con le sue regole ed elementi per giocare. I greci nel 776 a.C. istituirono le prime Olimpiadi, nate in riferimento alla religione (in onore a Zeus), giochi che, ogni quattro anni, riunivano ad Olimpia i migliori atleti provenienti da tutte le città greche; queste manifestazioni sportive sopravvissero sino al 393 d.C., anno in cui l'imperatore Teodosio (su invito di Ambrogio, vescovo di Milano) ne decretò la fine, in quanto manifestazione pagana. La ripresa dei giochi, dopo 2672 anni dalla loro nascita, fu merito del barone Pierre de Coubertin, che riuscì a far risorgere le Olimpiadi nel 1892.

Il termine sport nella sua accezione più moderna, appare per la prima volta nel 1829, in una traduzione di W. Scott. Con la parola "Sport" gli inglesi hanno racchiuso, non solo la generica definizione delle attività fisiche esercitate dall’uomo fin dai primordi, ma anche lo spirito con cui queste attività sono svolte, "fare qualcosa per sport", cioè per diletto, per divertimento.

Freud in "Il disagio della civiltà" (1930) ci fa vedere in che modo la cultura coarti sia la sessualità, sia gli istinti aggressivi, essendo questi ultimi introiettati, internalizzati e rivolti contro il proprio Io. In questo modo lo Sport attuerebbe una transazione che realizza la cultura, attraverso la quale il soggetto può liberare in modo controllato parte dell’aggressività coartata, permettendosi in questa maniera la soddisfazione dell’ordinariamente proibito (il desiderio di uccidere e di liberare gli istinti distruttivi). "Lo sport è una delle poche situazioni in cui l’aggressività viene liberata con accettazione da parte della società". Lo Sport sarebbe un’attività sublimatoria, un modo per liberare l’aggressività e gli istinti che la società usualmente coarta. Attraverso lo sport, il soggetto riuscirebbe a soddisfare e ad esteriorizzare gli istinti che in modo contrario rimarrebbero rimossi o come eccessi di tensione pronti a trasformarsi in angoscia o come sintomi somatici (Rubinstein, 2002).

Rubinstein (2002) al momento di parlare di sport o di attività fisica evidenzia come fondamentale "il Movimento". Dice che al parlare di movimento ci sarebbero due livelli, da una parte il movimento che implica il corpo, il sistema motorio e l’azione, e da un’altra parte i determinanti psichici e gli aspetti psicosomatici coinvolti:

"Troviamo nell’essere umano una tendenza al movimento, che condivide con altri organismi, vincolata alla sopravivenza e agli istinti di vita. Su questa tendenza che proviene dalla nostra natura biologia cavalca una determinante psichica che in modo costante preme all’attività (al movimento)"

Il piacere che nel modello economico freudiano si traduce in una diminuzione di tensione non è l’unico piacere che deriva dal movimento: esiste anche un piacere a livello corporale (sull’apparato sensoriale, sulla pelle, sui muscoli e le arti), un piacere "passivo", prodotto dalla ripetizione dei movimenti meccanici, legato all’autoerotismo, e un piacere "attivo", che si trova nell’auto-percezione dei propri progressi collegato al Narcisismo. Questo piacere narcisista troverà soddisfazione nei vissuti di controllo e di dominio del proprio corpo, nelle relazioni con gli altri e con il mondo circostante, vissute come autoaffermazione e riconoscimento dagli altri.

Percorrendo ancora un po’questa teoria, ovvero che negli sportivi non esiste soltanto la pura scarica muscolare, Rubinstein riprende l’idea di Winnicott dell’integrazione psicosomatica come una conquista nello sviluppo "sano" dell’individuo e dice che, durante il movimento, si produrrebbe una particolare interazione psicosomatica, diversa da quella che occorre durante la malattia psicosomatica, nella quale esiste una prevalenza dei meccanismi di scissione dell’Io. Considera invece che, nell’attività sportiva, ci sarebbe una funzione di "supporto" dell’equilibrio psicosomatico e, anziché essere un "passaggio al corpo", ci sarebbe un "passaggio per il corpo". Il movimento, secondo quest’autore, sarebbe un livello di possibilità rappresentativa diverso, come una difesa intermedia di fronte alla malattia psicosomatica. Esisterebbe, quindi, un’utilizzazione della scarica motoria simile a quella psicosomatica, però per vie di derivazione diverse.

Queste considerazioni ci permettono non solo di addentrarci ad alcuni degli aspetti motivazionali che spingono l’essere umano a praticare uno sport, inoltre ci fanno riflettere su come "posizionarci" (a livello soprattutto mentale) di fronte ad un’atleta che ci consulta per qualche aspetto disfunzionale rispetto allo svolgimento della sua pratica sportiva.

Un altro elemento che appartiene al mondo dello sport è la Competizione o l’Agonismo. Il Vocabolario del Centro Sportivo Italiano esplicita che: "Il termine "agonismo" deriva dalla parola "agone" (dal lat. ago-agonis) che significava, nella cultura greca e romana, gara, competizione sportiva, lotta" ... "Questo termine è molto usato nella cultura moderna, ma spesso, viene distorto in termini di lotta o accanimento per conseguire a qualsiasi costo un risultato. In realtà l’agonismo indica l’impegno serio, costante, corretto, nel tentativo di superare un ostacolo (fisico, materiale, umano) nel rispetto dei valori, delle capacità e delle possibilità dell’uomo. L’agonismo è uno dei quattro elementi che determinano il concetto di sport: movimento – gioco – agonismo – regole. Se l’agonismo diviene furberia, inganno, violenza contro se stessi o contro gli altri non siamo più in presenza dello "sport"."

A partire da queste considerazioni si può pensare che lo sport, a volte e particolarmente a livello agonistico, perda gran parte delle caratteristiche ricreative del gioco, avvicinandosi al suo spirito più primitivo, il combattimento, l’opposizione di forze, la ricerca della distruzione simbolica dell’altro come mezzo per assicurarsi la supremazia e la sopravvivenza. Probabilmente gli aspetti simbolici e immaginari, che ho evidenziato precedentemente, a volte si confondono con "il reale" e quindi gli aspetti positivi, che come abbiamo visto sono generati dalla pratica sportiva, possono diventare un’inibizione, un sintomo o una sofferenza.

A proposito di quest’ultimo paragrafo Lasch (1979) si domanda cosa sia successo nell’appassionante incontro tra Vilas e Connors nelle finali del ’77 della Open a Forest Hill. Una folla turbolenta invase il campo, subito dopo che era stato segnato l’ultimo punto e ruppe così ore di tensione, impedendo che la partita si concludesse con la tradizionale stretta di mano tra i giocatori. Violazioni di questo genere mettono in pericolo l’illusione creata dai giochi, infrangendo le regole si rompe l’incantesimo e il gioco non è più un gioco.

Un altro possibile derivato dell’agonismo è "il Campionismo", cioè quando il bambino o ragazzino vince e inizia a portare a casa risultati su risultati, e inizia ad essere seguito con maggiori aspettative dagli adulti che lo circondano. Il problema si presenta quando l’aspetto ludico si "perde" e il giocare a tennis diventa un’attività seria per chi lo pratica. Questa a volte può essere una "sana" causa di abbandono, ma che dobbiamo prevenire individuando i sintomi (mancanza di rispetto, irritazione, malumori, ricerca dell’isolamento, l’errore non viene più tollerato, ecc.) il prima possibile per farsi che il divertimento torni ad essere il primo obbiettivo da raggiungere. Il giusto rapporto nei confronti dell’agonismo sarebbe quello di educare il giovane sportivo a vivere l’avversario, non come un nemico da combattere, ma come uno strumento di confronto che gli permette confrontarsi e capire i propri limiti. (Master online quinta lezione).

Il Tennis:

Le origini del Tennis le possiamo ritrovare nei secoli XIII e XIV in Francia, come gioco inventato dai monaci per i nobili francesi. Successivamente fu considerato indegno e fu proibito da Luigi XV, anche se gli ecclesiastici continuarono a praticarlo in maniera clandestina. Fu nel 1873 che W. Clapton Wingfield, considerato l’inventore del tennis moderno, creò le prime regole come l’utilizzo della rete e il sistema di punteggio.

La parola "Tennis" in inglese non ha significato, pare derivi dal "tieni" in italiano o "tomà" in spagnolo, parola con la quale una volta si usava cominciare il gioco della palla, tirandola all’avversario. D’altra parte risulta interessante l’analisi della parola tennis che ha fatto Wilber, che ha osservato la curiosa parola inglese che si legge scrivendo la parola tennis al rovescio, cioè "SINNET" che in italiano sarebbe "Rete del Peccato".

Il tennis è la messa in scena di una dimensione drammatica, perché non prevede il pareggio, si gioca uno contro l’altro e non esistono scappatoie: mors tua vita mea, vittoria o sconfitta, senza possibilità di pareggiare o di scendere a compromessi (Longoni, 2001). Per vincere un torneo è necessario battere, eliminare, distruggere, schiacciare, imporsi sull’altro, tutti termini usati nel linguaggio tennistico. Da tali parole trapela l’aggressività che contraddistingue una lotta, che vede i contendenti lontani, divisi da una rete che ne impedisce il contatto diretto e che possono quindi dar libero sfogo alle loro pulsioni aggressive, picchiando una pallina in modo tale da creare le maggiori difficoltà all’avversario. Il tennis è uno sport individuale, che non prevede coaching durante la gara e pertanto il giocatore si trova da solo a dover gestire i momenti di difficoltà durante la partita. Per di più è un’attività "Open Skill", chi lo pratica deve affrontare realtà sempre diverse (la superficie di gioco, il peso delle palle, il luogo, ecc.) alle quali rispondere rapidamente e in maniera adeguata. Non è uno sport a tempo, una partita può svolgersi in modo rapido, ma può anche durare diverse ore. Il punteggio non mette mai il giocatore al riparo dalla rimonta dell’avversario, anche se si trova in vantaggio: il risultato può essere rimesso in discussione in qualsiasi momento del match (Marcone, Rossi, 1997).

Rispetto agli aspetti simbolici e immaginari del tennis e riprendendo quello che è stato già detto sullo sport, possiamo supporre che giocare una partita liberi nel tennista l’istinto primario di aggressività, di distruggere e di appropriarsi degli oggetti. Tra i significati più profondi si potrebbe ipotizzare la rivalità ambivalente con il padre e/o la rivalità fraterna. Queste considerazioni possono essere riportate al senso del proibito legato alla storia del tennis, alla sua proibizione per essere considerato "indegno" e al suo significato nascosto segnalato da Wibber. Penso che queste considerazioni ci devono aprire ancora più domande rispetto a "quello" che si gioca quando si gioca a tennis.

Possiamo dedurre che il tennis sia uno sport che, per le sue caratteristiche e regole di gioco, può essere di per sé stressante. Se a questo aggiungiamo i significati che si giocano a livello simbolico e immaginario, possiamo capire che una parte dell’aspetto ludico-piacevole, che dovrebbe implicare fare uno sport, può facilmente perdersi per chi non è pronto psicologicamente ad affrontare una partita, una gara o un torneo.

Bisogna anche considerare il modo in cui intervengono sia il SuperIo, l’Ideale del Io e l’Io ideale. Questi sistemi di ideali (nei quali sono coinvolti la cultura, la famiglia, gli allenatori, gli amici, ecc.) sono vincolati agli aspetti narcisistici del soggetto e procurano delle mete da raggiungere che regolano la propria autostima. Da questa prospettiva, si deve considerare che nel tennis, proprio per le sue modalità di gioco c’è posto solo per uno, per essere riconosciuto come ideale, perfetto e trionfatore, proprio per questo motivo bisogna insegnare all’atleta a saper perdere e a saper vincere e che la sconfitta e la vittoria fanno parte del gioco.

Aiutare ai tennisti a non focalizzarsi solo sui risultati, a stabilire altri obiettivi, ad individuare le motivazioni personali, a cercare di costruire la prestazione atletica in base alle sue caratteristiche soggettive e, che in linee di massima l’atleta riesca a godere del "processo" risulta fondamentale per non compromettere in maniera sostanziale la propria autostima.

Rispetto a quest’ultima idea dice Pagliarani (1999): "Oggi viviamo in un’epoca assetata di successo: <<successo>> è participio passato del verbo succedere: a me interessa il succedere, ora". Lo sguardo e l’interesse centrati solo sui risultati e "il dopo" escludono la possibilità di godere l’occasione, la possibilità di stare aderenti a quello che accade e di vivere le emozioni del momento. Penso che la "chiave dell’esito" sia proprio questa, cioè riuscire a giocare in modo autentico, creativo, aperto al presente, con la capacità di sorprendersi e di affrontare ogni partita come se fosse la prima.

Conclusioni:

Attraverso queste considerazioni pretendo stimolare il dialogo tra le "Teorie del profondo" e "le Teorie cognitivo- comportamentali" rispetto alla Psicologia Sport. So che non è un’impresa facile ma credo che nel lavoro con gli sportivi la considerazione del mondo interno sia importante. Questo non vuol dire andare a sviscerare la loro storia personale, ma tenere conto delle loro emozioni esplicitandole solo quando sia necessario, " in modo parziale e con "il contagocce", durante i colloqu,i di modo che il colloquio non diventi una seduta, ma che tali elementi vengano trasformati in azioni, reazioni, modus operandi da applicare sul campo, perché la psicologia dello sport è una psicologia applicata."

Ritengo che questo tipo di lavoro avvinato alle strategie di Mental training possa essere molto più fruttifero dell’attaccarsi a una teoria senza tenere conto delle altre. Credo che nel mondo dello sport la tendenza a scotomizzare (mente-corpo, Io-l’Altro/l’avversario, gioco-agonismo, allenatore-psicologo, ecc.) sia un atteggiamento che vediamo spesso e che rende alcune cose scontate ed inelaborabili. Perciò dobbiamo essere i primi, perché è anche una nostra responsabilità, a cercare di mobilizzare queste dinamiche scissionali che spesso e volentieri sono motivo di stereotipie che paralizzano, in primis, il nostro lavoro ed inevitabilmente e di conseguenza la capacità di apprendimento delle persone che ci consultano: siano i singoli, i gruppi e le istituzioni in generale.

BIBLIOGRAFIA:

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